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"Out of control": Celentano a Sanremo

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OUT OF CONTROL.
CELENTANO E LE CONTRADDIZIONI DELLO STIVALE

L’apocalisse del terzo millennio entra dalle porte del Teatro Ariston.
Dai corpi allo stremo delle forze riversati su quel palcoscenico che dal 1950 ospita i grandi della canzone italiana, qualcuno si alza in piedi. Il pubblico applaude e il “molleggiato”, a 41 anni dalla sua prima apparizione sul palco di Sanremo, inizia il suo spettacolo.
Lo sapevamo, da settimane e rigorosamente in terza persona -perché lui, Adriano Celentano è rimasto dietro la scena lasciando che televisioni e giornali si scambiassero battute a suon di anticipazioni d’effetto- sentivamo parlare della sua partecipazione; pettegolezzi da salotto sul compenso, cifre a tre zeri, beneficenza, pubblicità. Insomma, tutti ingredienti funzionali a creare quella attesa che precede i grandi eventi “istituzional-popolari” della nostra emittente pubblica.
Dopo tante parole, la serata inaugurale del Festival di Sanremo ha dato spazio alla performance di uno dei capisaldi della storia musicale italiana, simbolo di quell’Italia degli anni ’60 che non c’è più, concedendogli uno spazio di cinquanta minuti ininterrotti -la Sipra parla già di un risarcimento per l’ammanco causato dall’assenza di pubblicità- durante i quali Celentano ha catturato l’attenzione del pubblico tra musica, riflessioni pungenti, critiche e gli immancabili passi sulle note di “Prisencolinensinainciusol”.
“Beati gli ultimi perché saranno i primi nel regno dei cieli”. Così ha deciso di aprire il suo intervento; parole del Vangelo che si sono scagliate come pietre sulle pagine dell’Avvenire e di Famiglia Cristiana, giornali accusati di occuparsi di politica ed economia quando invece dovrebbero parlare agli uomini del paradiso perché la vita che stiamo vivendo “è uno scherzo” in cui “per difenderci dalla polvere che oscura l’anima” dobbiamo “armarci fino ai denti”.
Parole che hanno scatenato reazioni forti nei due mondi che, ormai da decenni, avanzano a braccetto, in un legame che sembra indissolubile in cui la chiesa sembra non riuscire a staccarsi dalla mano della politica.
E mentre chiesa e politica giocano a scacchi escogitando la prossima mossa, gli italiani si sentono sempre più intrappolati in quell’esile corpo da pedina mosso con grande maestria dai vertici.
Applausi scroscianti risuonano nel teatro dell’Ariston alla lettura della definizione dell’aggettivo “sovrano”. Perché? Quella definizione c’è sempre stata, ha attraversato epoche diverse e non ha mai cambiato di una virgola; non è un neologismo introdotto nel vocabolario, non è un termine preso in prestito da una lingua estera ed introdotta nell’uso comune. Direi, piuttosto, che del suo significato negli ultimi anni se ne percepisce solo un fievole eco e sulle pagine della nostra Costituzione appare come una macchia d’inchiostro sbiadita.
Se siamo arrivati ad istituire un governo tecnico, escludendo il popolo dall’esercizio legittimo di eleggere i suoi rappresentanti un motivo ci deve essere.
Il Professor Monti -che, dopo martedì sera, è pronto a riformare anche il CDA della Rai- è stato insignito direttamente dal nostro Presidente della Repubblica ed è stato incaricato di formare un governo che prendesse in mano le redini del Paese. A soli pochi mesi dalla sua istituzione abbiamo la sensazione e la percezione che qualcosa stia cambiando. Senza entrare nel merito delle sue decisioni e misure sembra che si stiano muovendo gli ingranaggi del nostro paese ormai arrugginiti da anni di legislature intrappolate in quella morsa in cui vicende e affari privati si sono incrociati con gli interessi pubblici dando vita ad una miscela esplosiva a spese del paese.
“Materiale di ottima resistenza, apparentemente indipendente, facile però all’ossido dei partiti” così lo definisce il “molleggiato” italiano; l’ombra dei partiti aleggia sul governo: una volta giunti al termine dell’incarico del Professore cosa accadrà?
Le parole democrazia e integrazione continuano ad echeggiare nelle nostre orecchie come se le conquiste del passato non siano state in grado di resistere fino ad oggi.
Tra riforme, emendamenti, misure anticrisi, lotta all’evasione, liberalizzazioni ci sono -come ci ha ricordato Celentano- gli operai di Trenitalia che dal dicembre del 2011 stanno portando avanti la loro lotta contro la soppressione dei treni notturni di lunga percorrenza e che per cercar di far sentire la propria voce vivono dallo scorso dicembre sulla cima della torre della stazione di Milano; episodi simili anche a Roma dove alcuni operai presidiano da mesi un edificio di proprietà del RSI manifestando con striscioni di protesta e  raccolta firme. Se vi capita di passare per Via Prenestina non impressionatevi se vedete penzolare da una delle finestre dell’edificio un operaio impiccato con tatto di giubbottino catarifrangente. Per la tranquillità di tutti è un pupazzo, non allarmatevi! Un simbolo che sicuramente vale più di tante parole ma che incarna perfettamente lo stato d’animo di più di 800 lavoratori ormai senza lavoro e che da questa estate aspettano uno stipendio che non si decide ad entrare nelle loro tasche.
Operai che non si perdono dietro a molti “funambolismi cerebrali” e discorsi ma che reclamano a gran voce il diritto al loro lavoro perché una famiglia e dei figli non si mantengono con le parole.
Crisi, Spread, Banca centrale, Grecia, società di rating, Bond, BTP, quotazioni in borsa, tassi di interesse, declassazioni. Questo è il nuovo vocabolario della lingua italiana in vigore in questi ultimi mesi. Sì, mesi, perché prima di Monti chi ne aveva sentito parlare?
Tutto d’un tratto sono apparsi a caratteri cubitali su giornali e nei titoli dei telegiornali; ed ecco che il compito delle istituzioni non sta soltanto nel far quadrare i bilanci ma anche e soprattutto nel far recuperare agli italiani quella fiducia e credibilità in loro stessi e in coloro che guidano il paese e portano la bandiera tricolore tra le aule di Bruxelles perché i Maya, ve lo ricordo, non parlano di fine del mondo e non possiamo permetterci di rifugiarci dietro questa profezia per quanto enigmatica e suggestiva. Al contrario, dobbiamo portar avanti e far crescere quella società civile che i nostri antenati hanno costruito e conquistato nel tempo con sacrifici, impegno, lotte e riforme.
Adriano Celentano avrà diviso il popolo italiano con le sue dichiarazioni -dopo il suo show in stile RockPolitik sono partiti gli schieramenti, chi a suo favore, chi a puntargli il dito contro- ma spero, appellandomi se non con un po’ di fatica alla fiducia che ho nel futuro, che sia invece unito nella volontà di coltivare un terreno solido su cui costruire gli anni avvenire. In fin dei conti chi, se non noi, scriviamo la nostra storia?

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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 20 Febbraio 2012 18:34 )  

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