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"Cesare deve morire" a Berlino

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Paolo e Vittorio ricordano con commozione un episodio a cui hanno assistito:” quando uno di loro, parlando con la moglie, disse che mentre recitava sentiva in cuor suo di potersi perdonare".


La 62esima edizione del Festival di Berlino si è conclusa con la consegna dell’Orso d’Oro al film “Cesare deve morire” di Paolo e Vittorio Taviani. Una bella soddisfazione: erano 21 anni che il cinema italiano non trionfava in Germania.

La particolare importanza di questa vittoria si deve innanzitutto al tema trattato nel docu-film: un racconto all’interno del processo  di preparazione dello spettacolo teatrale “Giulio Cesare” di William Shakespeare, organizzato da un gruppo di detenuti del carcere romano di Rebibbia che vengono guidati dal regista Fabio Cavalli. Un’interazione tra esterno ed interno che lascia aperte le conflittualità della reclusione.

Durante la conferenza stampa che ha seguito la premiazione i fratelli Taviani, nonostante l’evidente euforia per una vittoria che hanno definito tra le più importanti della loro carriera, hanno voluto citare i nomi di alcuni degli attori-detenuti che hanno collaborato alla realizzazione del film e che hanno quindi contribuito al suo trionfo a Berlino. I soggetti principali sono: Cosimo, Francesco, Fabione, Salvatore, Giovanni e Antonio, questi rappresentano tutti gli altri ragazzi che i registi non hanno potuto ringraziare ma hanno sottolineato e ricordato la realtà che vivono i carcerati di Rebibbia.

Questi ringraziamenti non cancellano i crimini commessi (la maggior parte di loro hanno varie pene: dal furto alla droga fino ad arrivare agli ergastolani e ai condannati per mafia) come sottolineato dagli stessi registi, mirano solamente a ricordare agli spettatori che si parla sempre di persone  e come tali devono essere considerati e trattati.

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