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Storia della Rivista D.E.A. IV

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4. Il 1991

 

(Storia di una copertina)

È una storia funesta, che accompagna una delle più belle copertine della rivista “D.E.A.”: la foto, che ritrae una ragazza (…) accoccolata su una sedia, mentre offre il suo intenso e fragile sguardo allo spettatore, è stata scattata da Moreno Befani. Un’immagine di grande semplicità, ma anche dotata di un’efficacia indiscutibile (sarà questa una delle caratteristiche principali di tutte le copertine “D.E.A”: ‘metafore’ che già introducono il lettore alla materia trattata nelle pagine interne), che sfrutta il b/n al meglio delle sue possibilità espressive, unendo e fondendo la geometricità della sedia e della posizione del corpo (le gambe piegate verticalmente, strette tra le braccia), con l’umanità dell’espressione del viso.

Una storia funesta, dicevo, perché modella e fotografo sono accomunati da un crudele destino (un incidente che ha per sempre rovinato un’esistenza; l’altra spezzata da una morte prematura). Ma questa Storia della Rivista “D.E.A.” vuole essere anche un’occasione per ricordare le persone che hanno contribuito alla sua esistenza, per riportarle un breve momento con noi, sfogliando le pagine (o le copertine) dei vari numeri.

 

Quello in questione è il numero 3 (gennaio-giugno 1991), che si apre con le fondamentali riflessioni di una insegnante (Daniela Pomini, a p. 3) sull’importanza di ‘lasciarci insegnare’ il vero significato della vita dai bambini, invece di imporgli dei modelli che, ancor prima di loro, assoggettano i loro stessi genitori (la TV in primis – siamo nel 1991: oggi la lista si potrebbe allungare a dismisura).

Segue una ‘lettera aperta’ di Vinicio T. Lari (già incontrato su “boomerang” e nel numero precedente) che porta avanti la propria denuncia dello stato di abbandono dei teatri fiorentini – qui in particolare si racconta la storia del Teatro Nazionale, le cui radici affondano fin negli anni della rivoluzione francese, ma che, nel 1991, è «ingiustamente chiuso da anni» (p. 4). Vibrante nello sdegno ed efficacissimo nel suo intento polemico è poi l’articolo di Nadie Bertolucci, contro l’insulsa moda di portare le pellicce, già significativo nel titolo («Pellicce: crudeltà e goffaggine»). Ne riportiamo un breve stralcio: «Leopardo: scelto il soggetto che piace di più alla ‘gentile signora’ o a una ‘fine signore’, lo introducono in una gabbia strettissima, poi gli si introduce nell’ano una sbarra rovente di ferro e la si spinge fino ai polmoni. La pelliccia rimane intatta sia per il capriccio della ‘gentile signora’ sia per il ‘delicato signore’» (p. 5).

L’impegno attivo per il Tibet è poi confermato a pagina 7, con un «Invito ad una giornata di mobilitazione per il diritto all’autodeterminazione del popolo tibetano, Roma, 10 marzo 1991»; mentre la sezione “Espressione” è occupata dalle poesie di Roberto Benedetti, forse di non elevato valore complessivo, perché sorrette soprattutto da un impasto sonoro forte ma iterativo, a volte eccessivamente forzato: «Si spezza / qualcosa si spacca, aspetta… / aspetta, ascolta parlare la bestia» (p. 8). Il culmine estetico della sezione è invece raggiunto dalle intensissime quattro pagine del «fumetto interno da staccare», tratto da «Uum Saad» di G. Kanafani, in cui si racconta una storia di prigioni (fisiche e morali) tramite un simbolismo carico, ai limiti dell’espressionismo onirico.

Le ultime pagine del volume (pp. 14-20) tornano ad affermare l’impegno ‘a tutto campo’ della rivista, con un articolo «inviato da un nostro collaboratore di Parigi» (p. 14), in cui si critica apertamente il ‘socialismo di facciata’ del governo Mitterand, ma anche un dettagliato «programma delle mostre al centro D.E.A.» (pp. 16-17), che accompagna le descrizioni delle singole esposizioni a veri saggi critici (di particolare rilievo quello della già conosciuta Pola Poletto, sulla «Personale di pittura di Francesco Ferrari», p. 17). Il programma del seminario di film «Il viaggio… come metafora» (p. 19), infine, conferma quel fondamentale interesse già emerso nei numeri precedenti, visto però dal punto di vista più distaccato – ma spesso rivelatore – del cinema.

 

Il quarto numero (luglio-dicembre 1991, con magnifica copertina di Gianluca Azzurri) si apre con due articoli di respiro internazionale, che confermano le zone di interesse privilegiate dalla rivista (le zone più sensibili e troppo spesso dimenticate del globo): il Sahara Occidentale e il Tibet (pp. 4-5). Oltre a questi due articoli di divulgazione ‘alternativa’, si distingue anche quello di Silvana Grippi, «Cooperazione, quale futuro?» (p. 4), che ci offre una riflessione sull’uso troppo spesso edulcorato di parole e concetti dal valore universale, ma che nella bocca dei «politici sputasentenze» divengono vuote formule, non di rado strumentalizzate allo scopo di imporre concezioni unilaterali di ideali come «sviluppo» e «democrazia» - concetti che invece dovrebbero essere frutto di una difficile conquista, non imposizioni dall’alto.

Alessandro Radosti, invece, torna sulle pagine della D.E.A. (p. 6), ancora con un articolo su Cagliostro (già aveva trattato lo stesso argomento su “Boomerang”). Ma occorre fare un piccolo appunto al ‘fedelissimo’ Radosti: la sua tesi può essere giusta nel complesso (Le avventure di Pinocchio di Collodi hanno molti tratti in comune con il Compendio della vita e le gesta di Giuseppe Balsamo, cioè Cagliostro), ma pare fin troppo guidata verso un esito controllato e in sostanza prevedibile: parlare ancora una volta di Cagliostro.

Segue a pagina 7 un recensione sullo spettacolo teatrale dedicato a Dino Campana, svoltosi tra il 17 e il 19 gennaio a Napoli: un tentativo di recuperare all’attenzione dei contemporanei uno spirito difficile e tormentato, ma sempre guidato da una sincera vocazione poetica, che supera le distanze del tempo e dello spazio – un impegno confermato anche dal breve inciso a fondo pagina, in cui si informa il lettore della futura ripetizione dello spettacolo nel comune di Firenze, grazie all’attività organizzativa del centro D.E.A.

A pagina 8 si distingue come sempre il tagliente spirito critico di Vinicio T. Lari, che si dedica questa volta al problema dell’oscenità, commentando la decisione di «un pretore» di chiudere Magic America, un negozio fiorentino in cui «si vendono – a chi li desidera – porno films» (quando gli stessi prodotti possono essere facilmente trovati da chiunque in tutte le edicole). Nella sezione «Poesie e racconti» spicca decisamente la breve ma intensa lirica di Maria Grazia Travelli, «Che basti la cosa più lieve» (p. 10), una voce che da subito si distingue per uno stile ‘proprio’, per la creazione di nessi immaginativi sorprendenti, ma al contempo del tutto coerenti: «Il piccolo spavento vibra / l’invertebrato sopracciglio / che da corsaro vascello / àncora un acerbo grido / nel reticolato degli anni» (p. 10). La sezione della prosa è invece interamente affidata a Pola Poletto («La casa», p. 11), un’autrice che i lettori di “D.E.A.” già conoscono bene, la cui voce è ormai per loro una certezza – di sicuro disorientamento.

Il lato ‘attivo’ della rivista torna a imporsi nelle pagine successive, dedicate a una «Rubrica informativa sulle associazioni» (p .12) e in particolare a «Le associazioni al femminile» (pp. 13-14). Nello stesso ambito s’inserisce il fondamentale articolo di Donatella Pecori (presidente dell’associazione G.R.U.F.), «La formazione dell’uomo» (pp. 15-16), in cui vengono analizzati i pericoli di quella «generale disappetenza» che inficia le possibilità espressive dei bambini, fino a produrre danni imprevedibili sulla psiche degli adulti, e richiama gli insegnamenti di Maria Montessori, come possibilità per uscire da questa impasse, attraverso il fondamentale strumento dell’educazione scolastica.

La rassegna della «mostre della D.E.A.», ormai divenuta una consuetudine all’interno della rivista, si distingue in questo numero per la sua ‘multiculturalità’, proponendo «Tre artisti stranieri a Firenze» (p. 18): la tedesca Gisella Neuber, la messicana Racio Amozurrutia e il colombiano Oreste Donadio.

 

Compiendo un ultimo sguardo d’insieme su questo anno 1991 della rivista, risulta evidente la piena presa di coscienza dei propri mezzi, e l’assunzione ormai stabile di una forma (nella strutturazione degli articoli, ma anche nella scelta e suddivisione degli argomenti), che permarrà come indirizzo stabile in tutta l’esperienza di “D.E.A”.

 

Simone Rebora

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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Febbraio 2010 14:26 )  

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