3. Un libro da non mercificare
La regolare successione cronologica di questa disamina dei numeri della rivista “D.E.A.”, necessita una momentanea sospensione, di fronte al supplemento dal titolo “Donna e Arte”, uscito nell’ottobre del 1988, e rimasto per lungo tempo un caso unico.
La veste grafica del volume, che supera le cinquanta pagine, è di alto valore estetico: gli spazi sono gestiti con maggiore sapienza rispetto a quanto avveniva nella rivista, e le illustrazioni raggiungono a tratti dei vertici d’indiscutibile bellezza, integrandosi perfettamente con il testo che accompagnano.
Come sottolineato dalla «Presentazione», le donne sono le protagoniste indiscusse di queste pagine, il cui contenuto sembra confermare quelle osservazioni che Gianfranco Contini sintetizzava sessant’anni fa, nel tentativo di definire la scrittura ‘al femminile’: «Impressionismo introspettivo […] visività ferma e disinteressata dell’immagine e […] incisiva analisi razionale dei moti […] che consuma così rapidamente i suoi oggetti da sciogliere i nessi e preferire la coordinazione» (Parere ritardato su «Artemisia» [1949], ora in Altri esercizi. 1942-1971, Torino, Einaudi, 1972). E proprio questo afflato lirico, questa capacità di svelare i nessi inconsueti che costituiscono la percezione, saranno gli elementi principali che affioreranno dalla lettura di questa raccolta di brani ‘al femminile’. La Fanzine è poi definita «libro da non mercificare», intendendo con ciò il distacco dai classici canali di comunicazione, ma soprattutto una caratteristica che sarà costitutiva della rivista “D.E.A.”: il rifiuto di qualunque forma di finanziamento che non provenga dal semplice piacere dei lettori, troppo spesso ‘mercificati’ anche loro da una logica che guarda solo al freddo profitto (promo, target, marketing).
La Fanzine si apre con i racconti di Gioia Bassi, «Il viaggio di Pepè» (p. 6) e «Amaralina, tartaruga di stagno» (p. 7), accesi da una prosa sospesa e suggestiva: nel primo di essi, il motivo del viaggio assume una centralità che trascende anche il semplice spostamento fisico, divenendo una vera e propria condizione esistenziale – e già qui si anticipa un tema che sarà centrale anche in diversi brani successivi. «Amaralina», invece, sembra recidere decisamente ogni legame con la realtà ‘comune’, trasportandoci in un mondo di favola, ma fornendoci anche un esempio di superiore percezione ‘sinestetica’ della natura che circonda l’uomo: «Il fauno, incuriosito, appoggiato su un fianco guardava la luna molle e gialla come una polenta appena scodellata. Dense gocce sgusciavano da quella luna grassa, e cadendo nello stagno profumavano l’acqua, restando per un attimo sulla superficie simili a vetri colorati».
I «Fumetti» di Ira Becocci (pp. 9-11), pur nella loro indubbia apprezzabilità stilistica, veicolano messaggi forse un poco vacui – ed è una pecca indubbia, in questa Fanzine che raggiunge in tutti gli altri casi un buon livello di corrispondenza tra contenuti e immagini. Ma migliori sono già le pagine di Paola Bondi, le cui prose si integrano pienamente con le suggestive illustrazioni. Un poco scostante, in questo caso, è però il livello della scrittura, che unisce immagini notevoli, nella loro semplice imprevedibilità («Le mani degli innamorati sudano quando si stringono») ad altre in cui la semplicità scade però a banalità, soprattutto formale («Gli uomini non piangono spesso e se accade è interiormente e per ciò fanno un figurone»). Nel complesso, Laura Bondi crea una simbologia interessante (come la contrapposizione tra «acqua fredda e acqua calda») e sviluppa delle idee originali, ma nel contempo le depotenzia con una scrittura troppo spesso ingenua ed insapore («l’acqua calda e l’acqua fredda insieme non combinano nulla di buono»).
Il vertice estetico di tutto il volume è però raggiunto nelle pagine seguenti («La nascita di una Salomè» di Patrizia Cipolla, pp. 17-19), le cui illustrazioni sono scelte con una cura e un gusto indiscutibili; ma proprio in questo momento positivo si rivela uno dei difetti più gravi dell’intera Fanzine. Il lettore, infatti, potrebbe giustamente chiedersi: “Di chi sono queste illustrazioni?”. Se le precedenti possono essere facilmente riconosciute come opere delle stesse autrici dei testi, qui il dubbio avanza, e viene confermato alcune pagine dopo, quando si scopre un quadro di Paul Klee (p. 31) senza alcuna indicazione sul suo autore. Ma un ulteriore dubbio nasce di conseguenza: “CHI sono le autrici di questi testi?” Purtroppo, al di là nome, non riusciamo a scoprire nulla di loro. E così si potrebbe supporre che Grazia Giaume, autrice di «Vivere con il colore», sia un’esperta di psicologia e medicina, ma la supposizione non trova alcuna conferma. Comunque, a parte queste riserve sulla sua presentazione, la sostanza dell’articolo della Giaume è di indubbio valore, e la scrittura, nella sua semplice profondità, riesce appieno nel suo intento di divulgazione: «Dipingere è usare una superficie per scendere dalla semplice “superficie” degli stimoli esterni alla profondità di sé, scendere nel colore è misurarsi con le proprie capacità interiori, è dare messaggi» (p.19).
Silvana Grippi, dopo i suoi reportage e gli articoli ‘impegnati’, ci regala una nuova prospettiva – ma non per questo trascurabile – sull’esperienza del «Viaggiare fotografando», dove quello che conta non è la materialità dell’esperienza vissuta, ma le sue ripercussioni sull’anima del viaggiatore – come si modifica, come cresce, come riscopre «immagini che sembravano dimenticate» (p. 23)
E questa stimolante riflessione trova poi la sua conseguente trasfigurazione nelle tre liriche di pagina 24, frammenti di «suggestioni» e «immaginazioni», tra i quali comunque non risulta del tutto sommersa la primaria preoccupazione di impegno sociale: «La fotografia serve a sconfiggere il razzismo causato dalla / disinformazione».
Le prose e le liriche di Alessandra Mollica testimoniano poi, in uno stile a tratti disorientante ma sempre sicuro, la grande FEDE che anima l’artista di fronte all’atto della creazione (come conferma anche una preziosa citazione da Oscar Wilde: «“Se l’opera di un artista è facilmente comprensibile una spiegazione è inutile … e se è incomprensibile una spiegazione è dannosa” (Wilde). Intorno a quell’asse immaginaria perciò mi voglio avvolgere con la tenacia di una spirale e cantare in compagnia delle sirene, con i nostri desideri mai offesi», p. 29) e trovano, come nella sezione precedente, un proprio culmine e realizzazione nella poesia conclusiva («Con dedica», non priva di momenti di eclettica sospensione: «Ti incontro dentro i passi / di chiunque / in rotondi sorrisi e carezze nei guanti […] Tu aderisci ai / miei contorni», p. 31). Una sola critica però deve esser fatta a queste pur splendide pagine: l’inserzione delle illustrazioni, che spesso intrattengono un legame forte con il testo, forse proprio nell’intento di sottolineare questa compenetrazione, rende a tratti difficile la lettura, costringendo lo sguardo a spiacevoli ‘salti’, che oltretutto spezzano innaturalmente la scorrevolezza della prosa.
Dalle pagine illustrate di Alessandra Mollica, si passa poi alle essenziali liriche di Maria Nefer Stuto, che occupano, isole d’inchiostro, il centro della pagina bianca, ma la potenza delle immagini veicolate dalle loro parole satura immediatamente lo spazio circostante: «Stanotte la donna si è fatta gabbiano / è volata fino a te / tu piccola donna dormi / sognando caldi oceani azzurri.» (p. 34); «Bogotà / autobus colorati / gente dalla pelle infuocata / la miseria urla da sola» (p. 35) – parole che non si perdono nel silenzio che le insidia: ulteriore prova dell’intrinseca inesauribilità del linguaggio poetico.
Quel vuoto che circondava le poesie della Stuto, diviene poi argomento principale del «Diario d’ospedale» di Antonella Pratesi, in cui l’autrice racconta le sofferte giornate passate accanto alla madre, costretta in ospedale per una delicata operazione – ma quello che più interessa di queste pagine, è il messaggio veicolato da questa apparente mancanza di senso: «Voi che avete saputo dimenticare, vi accomuno tutti, siete senza peccato. Ne avete uno solo. Siete persi ad un luogo di sofferenza – […] siete persi al dolore. Ma il dolore non è silenzio, è vita, è passione» (p. 38).
L’afflato lirico, che domina ancora il percorso poetico sintetizzato nelle quattro poesie di Laura Ricci (pp. 41-43), sembra venir meno nelle sezioni successive – il reportage di Laura Santoro (in cui domina ancora la potenza delle immagini, sia quelle veicolate dal testo, sia quelle delle suggestive fotografie) e lo scritto fondamentalmente divulgativo («Introduzione al restauro») di Beatriz Irene Scotti – ma torna vivo nelle pagine di Mirella Tonellotto, già incontrata sui primi numeri di “Boomerang” e “D.E.A.” con il suo scritto sull’arte della ceramica (vd. Storia della rivista D.E.A. I): e quell’afflato lirico allora già percepito torna qui dominante, in pagine che uniscono versi forse ingenui, ma sempre intensi («è vero / so amare malamente le persone / chissà se oggi è un giorno fortunato / non perdiamoci di vista. / Mia madre rimane l’ascolto della mia vita.», p. 54), a disegni dal tratto essenziale (con un’evidente memoria dell’arte etrusca), nel comune intento di diffondere un messaggio di fratellanza, che superi tutte le distanze fisiche e umane.
Qui si chiude il primo esperimento ‘di largo respiro’ tentato dalla D.E.A.: e, pur nelle incertezze compositive, il lettore non potrà che rimanere soddisfatto dalla sua esperienza.
Simone Rebora
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