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Storia della Rivista D.E.A. VI

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5. Il 1993

 

Il 1993 conferma le premesse dell’anno precedente: i volumi editi sono tre (numeri doppi: 1/2, 3/4, 5/6) e nelle pagine di copertina continuano a comparire le cartoline D.E.A. ritagliabili. Già sulla quarta di copertina del numero 1/2 compare una dichiarazione di importanza fondamentale per interpretare il significato di queste immagini molto spesso ‘parlanti’: «La scelta delle cartoline è fatta dai soci del centro per comunicare attraverso le immagini come linguaggio documentaristico a scopo di Didattica – Espressione – Ambiente»; la comunicazione prima di tutto, quindi: e la strada è già segnata per la futura pratica di scegliere delle immagini ‘metaforiche’ da porre in limine ai singoli volumi. Qui, nel numero 1/2, la scelta delle cartoline sembra propendere verso un’impostazione più ‘sociale’ (come in «Quale pace?», foto di Rino La Rocca, che ritrae un bambino a diretto confronto con i cingoli di un carro armato; o «Sfumature urbane», di Gianluca Somigli, che già nel titolo gioca sul rapporto tra l’uomo di colore distinto in primo piano e la ‘gente comune’ sullo sfondo sfocato).

La “A” di ambiente torna in primo piano nel numero 3/4, con la suggestiva foto di copertina scattata da Mariapia Passigli, «L’uomo e l’ambiente», immagine di gusto quasi tarkovskiano, nella scelta dell’accostamento di acqua e vegetazione sommersa alla forma di un uomo con cappello voltato di spalle, una silouette che si staglia nel forte contrasto di luce del b/n. Ma l’espressività dei volti umani torna preponderante nella quarta di copertina, con i due ritratti di bambini ROM, nelle fotografie di Paolo Felicetti e Silvana Grippi – un’umanità molto lontana da quella stilizzata nell’immagine di copertina, indubbiamente più viva e comunicativa, anche nel contrasto con l’ambiente circostante, il tipico paesaggio umano delle periferie cittadine, abbandonato alla povertà e al degrado.

Il numero 5/6 si apre invece con una foto di Rossano Maniscalchi, breve assaggio della mostra fotografica che fu ospitata presso il centro D.E.A. (la presentazione a pagina 2). Maniscalchi, proveniente dal mondo della moda (e celebre anche all’estero, con diverse mostre negli Stati Uniti), porta all’interno di questo ‘sistema’ elementi di indubbio valore artistico – come dimostra la stessa foto di copertina, un ‘gioco di specchi’ tra modella e fotografo (la donna che si offre nella sua nudità, ma che in essa rivela l’immagine dell’uomo, possessore-posseduto dal suo bisogno estetico-erotico). Nella quarta di copertina di questo numero si apre per la prima volta lo spazio dedicato al “Concorso Fanzine”, che premia con la pubblicazione foto provenienti da tutta l’Italia: qui, vincitrici sono le due foto di Georgina Ros e Claudia Torres, entrambe dominate da volti umani posti in primo piano, ma deformati da un gioco di strappi a collage, oppure dal ‘taglio’ della luce di una candela (la prima, immagine tipicamente ‘basso-urbana’: locandine sovrapposte che svelano, attraverso squarci incidentali, i diversi strati sottostanti; la seconda, idea fondamentalmente caravaggesca, ma resa con una potente carica espressionistica: del volto resta visibile solo la bocca, deformata in un urlo, o nell’imminenza di un morso animalesco).

 

L’abitudine di modificare il nome del centro socio-culturale nell’ideazione dei titoli, permane nel numero 1/2 («DEAlogos»), ma si smarrisce nei numeri seguenti, lasciando alle sole immagini il compito di comunicare il ‘messaggio’ della rivista.

 

Simone Rebora

 

 

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