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Storia della Rivista D.E.A. VI(i)

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5. Il 1993 (espressione)

 

La strutturazione di DEAlogos (numero 1/2), dimostra da subito una suddivisione più ferma e limpida tra gli argomenti: la parte più puramente espressiva occupa la sezione centrale (con il fondamentale inserto «Nuove forme espressive» a cura e con introduzione di S. Grippi, pp. 9-12) e le ultime tre pagine (con i racconti di G. Tuti e G. Caridi).

L’articolo-manifesto di Silvana Grippi (p. 9) giunge, dopo sei anni di attività del centro socio-culturale, come un momento di meditazione sui risultati finora ottenuti, ma soprattutto come incentivo a proseguire lungo la strada intrapresa, perseguendo gli obiettivi già fissati, ma anche scoprendone di nuovi, nel continuo confronto con la realtà sociale in cambiamento. Fondamentale, ad esempio, la rivalutazione del linguaggio pubblicitario («il linguaggio massimo di espressione e coercizione», mio il corsivo), quando riadattato a fini diversi, che non riguardano più semplicemente il mercato, ma si aprono alla promozione di iniziative nel sociale («e qui ci sarebbe da disquisire sulle foto di Toscani»). Ma non mancano le critiche alle nuove forme ‘espressive’ che l’evoluzione della civiltà ha portato ad imporsi: come «un individualismo espressivo […] che da un lato è positivo ma al tempo stesso comporta una mancanza di scambi e parametri per presunzione individuale» (e questo pericolo è vivo ancora oggi, se solo si considera l’importanza spesso smisurata data dal pubblico all’immagine personale di ‘artisti’ che divengono in conclusione un semplice nome – o meglio, un’immagine –, in cui si esaurisce il contenuto di qualunque loro opera – come dire: il contenuto non interessa più a nessuno); ma anche la perdita di valore della parola, in una società saturata dalle immagini, guidata da nuove forme di comunicazione – che spesso agiscono sul livello inconscio della percezione («Il pericolo tocca il limite quando l’individuo arriva ad identificarsi con l’immagine […]. Il potere della parola, che fino ad ieri poteva anche uccidere, oggi viaggia più lento. I messaggi subliminali sono più dannosi perché vengono interiorizzati senza consapevolezza»).

Un articolo fondamentale, in conclusione, efficacissimo nella potenza comunicativa, nella scelta di distenderlo sull’intera pagina quasi come una poesia in versi liberi; forse un poco danneggiato da alcune ‘spigolosità’ nella forma (talmente diretta da divenire un agglomerato di sentenze apodittiche) che non favoriscono una immediata ricezione da parte del lettore.

Le restanti tre pagine dell’inserto proseguono nell’ormai consolidata pratica di promuovere artisti e scrittori emergenti, sia tramite le mostre presso il centro socio-culturale, sia tramite le pubblicazioni Edidea. Nella sezione letteraria (p. 12), incontriamo allora autrici già note ai lettori di “D.E.A.”: la «sintesi poetica [che] parla attraverso sensazioni corporali, vivendo attimo per attimo» di Gigliola Caridi; il «mondo fatto di sogni e fiabe per adulti» di Gianna Franceschini; e la «voce femminile (ora rabbiosa, ora disincantata, ora melodica)» di Laura Turchi. La sezione ‘visiva’, invece, ricollegandosi all’immagine di copertina («La maschera» foto di R. Fratini) si apre con un interessante articolo sulla festa del carnevale («festa popolare tramandata», ma anche «momento di incontro tra l’uomo e l’ambiente», p. 10), svoltasi anche presso la Galleria D.E.A. «la domenica del 21 febbraio»; seguono poi le presentazioni dell’opera di vari artisti, tutti ospitati nelle mostre presso il centro socio-culturale: il fotografo Giuliano Giorgetti, la poliedrica Maria Grazia Travelli (anche poetessa, autrice di versi di indubbio fascino: «Ho cercato di scendere oltre la realtà / di andare al di sotto delle cose / di toccare quel buio impenetrabile / e guardarlo… ed infine amarlo», p. 11), il pittore «di città future e strutture architettoniche ricercate» Donato Virgilio, e l’esistenzialismo essenzialista di G. Azzurri.

Chiudono il numero due racconti di vita matrimoniale: il primo, «Morte di una moglie» di G. Tuti, narra in un tono sempre compassato e familiare l’irrompere della tragedia inspiegabile (un tumore al fegato) in una tranquilla vita coniugale; il secondo, «BK-46» di Gigliola Caridi, con una imprevedibile svolta nel finale, trasforma la ‘normale’ cronaca della giornata di due giovani amanti in un inquietante racconto di fantascienza. Due prove letterarie non eccelse, ma pur sempre due piacevoli momenti di svago (mai vuoto o gratuito) in chiusura di rivista.

 

Il numero 3/4 conferma la strutturazione ordinata stabilita nel precedente: ma qui la componente espressiva si distende più libera, occupando anche le parti circostanti alla sezione «Nuove forme espressive», sempre a cura di S. Grippi. E la necessità di informare si unisce alla divulgazione artistica nel «Reportage sociale» di R. Gelli «Dedicato a “Tina” Modotti», storia di una fotografa che suscitò grande scalpore con la sua opera trasgressiva negli anni ’10 e ’20 negli Stati Uniti e in Messico, la cui vicenda personale si intrecciò anche con le diverse correnti e derive storico-politiche della prima metà del secolo (la sua militanza politica la portò prima a Cuba, poi in Russia, fino ad una morte prematura a Città del Messico «la sera del 6 gennaio 1942», che non può non mostrare inquietanti parallelismi con la tragica vicenda di Trostzkij). Da segnalare anche la recensione di C. Rotundo (p. 6) alla Retrospettiva su Armando Testa (artista e designer, celebre soprattutto per la sua attività creativa nelle prime ‘pubblicità’ della storia della televisione italiana), tenuta presso Palazzo Strozzi in quell’anno. Di notevole interesse speculativo e divulgativo la «Intervista a Romano Stefanelli» (a cura di G. La Torre Marchese, p. 11), in cui l’affermato artista, in risposte spesso brevi e laconiche, sintetizza il suo modo di considerare l’arte e il suo ruolo nel mondo contemporaneo (D. «Braque ha detto: “L’arte è fatta per turbare, la scienza per rassicurare”. In che misura pensa che le sue opere possano turbare?» R. «Penso che “un certo modo” di fare arte può turbare. Spero che le mie opere possano turbare»).

Nelle pagine finali, la parte puramente creativa è lasciata al racconto «Il mostro» di P. Presciuttini (p. 15), un’abile narrazione in prima persona che lascia trasparire, al di sotto delle convinzioni dell’ingenua protagonista, una terribile verità: il figlio possibile serial killer, mentre la madre si tormenta, convinta che la notte egli faccia visita alle «donnacce». Ma nell’ultima pagina torna dominante l’intento divulgativo, con la «Rubrica a cura di Franca Pilati», in cui viene presentata una mostra con dipinti di Kandinsky presso Palazzo Strozzi, e il futuro appuntamento con Pitti Immagine.

Nel cuore della rivista, la sezione «Nuove forme espressive» si apre con la consueta introduzione di S. Grippi, questa volta meno programmatica, ma di natura più puramente divulgativa (presentando quelle che sono state le recenti iniziative del centro D.E.A.: «“L’uomo e l’ambiente” […] “L’uomo e la strada: i Rom”», p. 7). Nella pagina seguente, oltre alla presentazione delle «Mostre a Carmignano», spicca il bello scritto di André Verdet sulle terre-cotte di Fuad, scultore che, «riprendendo l’antica scultura ellenica, pur trasformandola, ha voluto farci risentire gli alti misteri psico-plastici che questa scultura continua ad emanare dal tempo della sua creazione» (p. 8). A pagina 9, poi, si accostano (al limite della reciproca sovrapposizione, rendendo difficile la discriminazione tra i singoli autori) le liriche di cinque poeti: da segnalare «Ripetizione» di Fedora D’Errico, una resa paesaggistica delle ore sofferte che scandiscono l’Ultima Cena («Torbido cielo privo di luna, / nell’orto buio manca l’olivo, / greve di foglie giallicce / urla l’autunno al Getsemani») e la poesia ‘parallela’ di M. D., un esperimento di tecnica letteraria, che accosta strofe simmetriche, distinte da lievi varianti, quasi due voci autonome che procedono parallele, per poi incontrarsi in un finale all’unisono (però il testo non merita citazione : perché, al di là della concezione originale, lo stile di scrittura resta sostanzialmente piatto).

La pagina 10 è interamente occupata dal bando per il «Concorso Fanzine: libera l’idea»: i risultati  (di alto valore estetico) potranno già essere colti all’interno e nella quarta di copertina del numero successivo.

 

Ma il numero 5/6 conferma anche la tendenza degli ultimi numeri a promuovere iniziative culturali di alto valore artistico. Prima fra tutte la mostra (nei chiostri di Santa Croce) «Gli artisti per la pace», presentata a pagina 4. Ed anche nelle pagine seguenti si continua a respirare la stessa aria di ‘internazionalità’, con la presentazione della mostra «Patio Sivigliano» (p. 5: una collettiva di diversi artisti spagnoli, specializzati in varie tecniche: olio su legno, acquarelli, ceramica, fotografia), ospitata dal centro D.E.A., come vincitrice del Premio Fanzine; e con «Uno sguardo all’Iran» (p. 6), articolo che conferma quell’apertura verso il cinema iraniano già dimostrata nel numero 2 del 1990, promovendo una serie di incontri presso il Centro Culturale Italia-Iran. A pagina 16, inoltre, Fedora d’Errico presenta la mostra «L’uomo e la strada» (ospitata dal centro D.E.A.), mentre nella pagina seguente è la descrizione dell’eclettica opera di Yelitza: «Un’antica, remota mitologia di lotta e contrasti esoterici e sismici in cui l’uomo è un fragile giocattolo con il giaguaro preparato all’assalto mentre il condor domina i cieli, la terra e le montagne» (S. Fanelli, a pagina 17).

Dal punto di vista puramente creativo, questo ultimo numero dell’anno 1993, si distingue per l’abbondante presenza di produzioni poetiche, dalla sezione «Poesie e racconti» (p. 7), che ospita diversi autori già noti ai lettori di “D.E.A.” (G. Caridi, M. G. Travelli, L. Turchi e G. Tuti) oltre al racconto «L’attesa» di Lidia Viviani, narrazione – impreziosita da brevi lampi impressionistici – di una notte passata alla stazione, in un ambiente guastato dalla povertà e dal degrado, ma anche carico di un’umanità semplice e spontanea. Ma colpiscono in modo particolare (un caso veramente unico, in tutta la storia di “D.E.A.”) le quattro pagine (pp. 9-12) dedicate ad un solo autore, il poeta Vincenzo Fisico, che, come spiega S. Grippi nella breve presentazione alla sua opera, «Lavora con le parole e le immagini in modo molto sentito, con discorsi fatti di suoni, il suo linguaggio non è sempre facile e va letto in modo attento» (p. 12).

Di notevole valore letterario sono anche le prose di Luciana Saetti: «Perdere il filo» (a pagina 13), un carré di quattro brevi «discorsi», quattro piccole perle in cui, partendo dalle più comuni ed ‘insignificanti’ situazioni della vita quotidiana (sbucciare i carciofi, in «La dame aux artichaud»; cucire, in «La dame au papillon»…), i giochi d’immaginazione della scrittrice rivelano le strutture sommerse del reale, trasfigurandolo e al contempo denudandolo. E così la vecchia che cuce compare «Seduta sulla catasta dei gomitoli e delle matasse, ruminata anche lei dal cieco complicarsi dei giri e perciò capovolta e sospesa nella nicchia del suo corpo, la vecchia muove impercettibilmente con le dita l’uncinetto di metallo.» Un momento di prosa indubbiamente alta, che impreziosisce ulteriormente un numero di notevole rilievo, dal punto di vista estetico.

 

Simone Rebora

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