5. Il 1993 (impegno)
“DEAlogos” si apre con due articoli che riportano in primo piano l’aspetto “Didattico” delle attività del centro socio-culturale nell’ambiente fiorentino, con particolare attenzione al mondo dei bambini, al loro modo di vedere la realtà che li circonda. Troppo spesso, infatti, le loro ingenue espressioni ed associazioni vengono sottovalutate, facendole tutte rientrare entro il comune denominatore dell’infantile – categoria più valutativa, che conoscitiva. E proprio nel tentativo di forzare questa ‘chiusura’ del mondo degli adulti, giunge la promozione della mostra «Alfabeti visivi» (articolo a pagina 2), che presenta una raccolta delle opere realizzate dagli allievi della Scuola dell’infanzia di Pontassieve; ma anche l’apertura della riflessione ‘matura’ ad una realtà solitamente considerata come vuota e ingenua: quella degli spettacoli circensi («Uno spettacolo per tutti senza limiti di età e distinzione di sesso», di Carmelina Rotundo, alle pp. 3 e 17).
Ma l’impegno della rivista si fa decisamente più politico, con la presentazione del libro «La strategia dell’impero» (nato dalla collaborazione tra U. Allegretti, M. Dinucci e D. Gallo, con presentazione di R. La Valle), che si distende attraverso le successive pagine. Un libro che intende svelare i segreti progetti di aggressione insiti nella «politica di difesa» proposta dagli strateghi italiani, in relazione alla recente escalation di violenza causata dalla Guerra del Golfo. Ma già leggendo la sintesi che ce ne fornisce Angelo Bonfiglio, nel suo articolo «Un libro per la pace: “La strategia dell’impero”» (pp. 4-5), possiamo facilmente farci un’idea della pericolosa strada intrapresa dalla politica internazionale nei primi anni novanta – direzione ancora oggi, purtroppo, seguita da gran parte delle ‘potenze’ mondiali (basti pensare a tutto quello che l’attacco terroristico alle Twin Towers ha comportato, direttamente o indirettamente, sul piano globale nell’ultimo decennio). E «Guerra» è anche il titolo del successivo articolo di Pino Morteo, una ‘lettera aperta’ in cui, con grande lucidità, vengono analizzate le debolezze e contraddizioni insite nel pensiero comune di tutti gli italiani, di fronte alla decisione del parlamento di partecipare attivamente alla guerra, inviando delle truppe nel Kuwait. Ma la riflessione di Morteo si distingue anche per il suo forte realismo (che non può essere etichettato come un semplice ‘pessimismo’), per la sua incapacità a credere in una possibile ‘svolta’ nell’animo umano, che metta da parte le ragioni economiche ed opportunistiche, per dedicarsi invece ai problemi più schiettamente umani.
Vinicio T. Lari torna poi a pagina 7, con la sua consueta vena polemica, in un articolo che è una ricostruzione delle origini e della storia del sistema maggioritario («Maggioritario: truffa o democrazia?»), ma soprattutto un’accusa contro chi si professa ancora oggi sostenitore della liceità di un sistema che deriva direttamente dagli anni del fascismo. Ma già dalla pagina seguente il vivissimo problema della guerra torna a dominare questo numero della rivista, con l’articolo di Angelo Baracca («Coscritti e professionisti: born to kill», p. 8), una riflessione ‘a caldo’ sulle recenti discussioni tra le forze politiche «sulla scelta tra esercito professionale e/o di leva», che rivelano ancora una volta il bisogno dei politici italiani di ‘raffreddare’ la violenza umana dietro la precisione della tecnologia e della professionalità, dimenticando le reali implicazioni di tali decisioni – spesso per niente indolori.
Marika Patroni Griffi, con l’articolo su Silvia Baraldini («Un’idea dietro le sbarre», p. 13) apre una discussione che sarà al centro di “D.E.A.” per diversi anni. Lo sconcertante accanimento della giustizia americana contro «questa donna dignitosa», oltre a dover suscitare l’indignazione dell’opinione pubblica, dovrebbe anche essere un’occasione per riflettere su quelli che sono i reali obiettivi di una politica apparentemente improntata al rispetto dei diritti e della dignità degli uomini, ma celatamente rivolta al mantenimento di un ordine prestabilito (ben lontano da qualsiasi reale forma di eguaglianza).
Con l’articolo di Alberto Gabelli, si passa poi all’analisi della situazione del pubblico impiego italiano («La privatizzazione del pubblico impiego», p. 15), una breve ma tagliente dissertazione su una decisione che «ha come unico scopo il contenimento dei costi contrattuali, il taglio della spesa pubblica, la subordinazione dei servizi alle leggi del mercato e del profitto», dimenticando i vantaggi insiti nel sistema (non di certo perfetto, ma sicuramente stabile) fino a quel momento adottato. Le pagine 17 e 18 segnano infine un’importante apertura della rivista alle voci delle organizzazioni universitarie, con l’articolo «Ferri vecchi sinistri e ministri», firmato dal “Collettivo Università”, in cui si denuncia (tramite un’analisi molto dettagliata, al limite del tecnicismo) l’azione di depotenziamento delle organizzazioni sindacali, svolta ad opera del Consiglio dei Ministri.
Il numero 3/4 continua questa tradizione di impegno della rivista “D.E.A.” nell’anno 1993. Si apre con «Dalla tradizione alla rottura» di Antonio Bertoli (p. 2), articolo in cui si discute il problema della «Società multietnica e identità culturale». Uno sguardo franco e accorto su una realtà in cambiamento che, in un’età di migrazioni di popoli, mette in seria discussione la stabilità e supposta ‘impenetrabilità’ di ogni cultura nazionale – una situazione che può turbare le menti più retrive, ma che, vista con la giusta cognizione di causa, rivela anche degli elementi positivi e costruttivi, puntualmente segnalati dal Bertoli. La polemica sociale supera poi i confini nazionali con l’articolo di Marika Patroni Griffi, «Quando la legge uccide» (p. 3), una riflessione sulla pena di morte, sulla «lugubre trama da romanzo orwelliano» che troppo spesso è la vita dei detenuti nel ‘braccio della morte’ delle carceri americane. Il discorso della Griffi intende in conclusione svelare ciò che realmente la pena di morte rappresenta per la società: un «rito liberatorio», tramite cui essa «scarica per interposta persona il suo bagaglio di frustrazione e di rabbia mal digerita». E non possono i cultori del grande cinema non rievocare, di fronte a tali riflessioni, la celebre pellicola di Friz Lang, «M. Il mostro di Dusseldorf» (1931), in cui il serial killer, uomo che uccide per istinto, viene giudicato da un tribunale di criminali, uomini che uccidono ‘per mestiere’ e per denaro: «ma la pena di morte coinvolge, nel suo macabro meccanismo decine di persone e degrada, non chi la subisce, ma chi la decreta e la esegue, fa dell’assassino una vittima inerme e dello Stato un assassino» (Lang avrebbe concordato).
La didattica si mescola poi alla componente più puramente umana nell’articolo di Laura Turchi, «Una esperienza» (p. 4), in cui l’incontro con il mondo dei malati incurabili, diviene soprattutto un’occasione per riflettere sul proprio essere, sui rapporti con gli altri: «Un tale mi borbotta qualcosa nella sua lingua, io rispondo a caso […], so che anche questo è dialogo. Mi viene piuttosto il sospetto che la qualità dell’ascolto determini la natura del dialogo più ancora che l’analisi del lessico» (una comunicazione apparentemente impossibile, ma realizzata al di là delle lingue e delle condizioni psicologiche, nella semplice ‘apertura’ all’altro).
Di alto valore speculativo, poi, l’articolo di Antonio Fiorentino, «Del “Palato Globale”» (p. 12), in cui vengono analizzati, servendosi di robusti riferimenti sociologici e filosofici, gli effetti degradanti che le logiche del mercato e del consumo hanno sull’individuo – riprendendo in parte alcune delle riflessioni che già Silvana Grippi aveva sviluppato nell’introduzione alla sezione «Nuove forme espressive» del numero precedente. «Il soggetto», osserva Fiorentino, «si affida al sistema delle merci […] per ricercare la coscienza della propria esistenza», e questo ‘sistema’ crea un insieme di valori contraffatti per l’individuo, all’interno del quale egli perde ogni effettivo senso della realtà: «Il valore d’uso delle merci è banalizzato, mentre è esaltata l’identificazione con la sfera affettiva e relazionale proposta dagli oggetti stessi». Il concetto di ‘Palato globale’ giunge come culmine di questa riflessione: una perdita della capacità di distinguere i diversi ‘gusti’, nella generale omologazione globale («La tradizionale cultura del cibo e del gusto tende a saltare; il rapporto dolce/salato, caldo/freddo, duro/molle, crudo/cotto progressivamente si unifica “in un’unica sintesi soffice che accontenta tutti i palati e che va perciò al di là della stessa distinzione fondamentale: quella tra buono e cattivo”» – una conclusione che è molto di più di una semplice analisi dei gusti culinari).
Infine, Vinicio T. Lari torna ad occuparsi del trattamento degli animali, con una riflessione che, partendo dal racconto di una storia simile a quella di cane Lampo (nel numero 3/4 del 1992: qui invece protagonista è Fido, che per quattordici anni dopo la morte del suo padrone, continuò ad aspettarlo alla fermata dell’autobus: «La storia di Fido», p. 14), giunge a conclusioni che riguardano l’intera comunità umana, il nostro stesso modo di guardare il mondo che ci circonda («Questa testimonianza di bontà ci ricorda un abusato luogo comune: quando un uomo è cattivo si dice: “Peggio di un cane!” Ma quando mai? Se esistesse un cane cattivo, i suoi… colleghi direbbero: “Sei peggio di un uomo!”»).
La sezione ‘impegnata’ del numero 5/6 (decisamente pi ristretta rispetto ai numeri precedenti) si apre con un nuovo articolo di Antonio Fiorentino, «I Bocconiani» (p. 3), nel quale vengono ancora una volta messi in discussione, con la consueta abilità e cognizione di causa, le illusioni della «razionalità economica» (un sistema logico che, uscendo dal proprio ristretto ambito teorico, ha voluto invadere tutti i livelli della percezione umana, distorcendoli verso una deriva pericolosamente antirealista): «“Negli Stati Uniti otto nuove aziende su dieci falliscono prima dei due anni di età, mentre sette bambini su dieci tra i bambini nati nel terzo mondo raggiungono questa età. Le aziende nate negli Stati Uniti hanno probabilità di sopravvivenza molto inferiori anche rispetto ai bambini nati nei paesi meno sviluppati.” […] L’intero sistema di produzione dell’immaginario sociale lavora intensamente e alacremente a subordinare il desiderio all’economia. Che fare? Aspettare l’implosione prossima ventura?»
A pagina 14, torna l’appuntamento fisso con Vinicio T. Lari, questa volta in veste di critico della moralità cattolica, una mentalità aperta in apparenza all’accoglienza e alla comprensione, ma in realtà chiusa e dogmatica di fronte ad ogni seppur minima diversità. E così, in «A proposito di scomuniche e anatemi», Lari analizza le recenti affermazioni del Vaticano riguardo al trattamento da riservare ai Testimoni di Geova («sbattergli la porta in faccia»), l’atteggiamento generale della Chiesa di fronte ai fedeli (la quale, invece di andargli incontro, come fanno i Testimoni di Geova, attende che i fedeli vengano a lei, per chiederle aiuto) e conclude con un’accusa ferma e difficilmente discutibile: «“La chiesa si è aggiornata: ma solo per conservare una sua presenza di potere in mezzo alle altre, non per fare di sé la punta avanzata dell’evoluzione umana”». Un ragionamento che, a ragion veduta, risente forse di un’eccessiva astiosità, ma che nella forma e contenuti risulta difficilmente contestabile.
Di notevole importanza le due petizioni rivolte «Al Signor Sindaco del Comune di Firenze ed a coloro che si occupano di Cultura» (p. 15) per promuovere la divulgazione della cultura scientifica (riaprendo molti «Musei Scientifici, Collezioni, Centri di Ricerca» ingiustificatamente chiusi al pubblico) e della cultura libraria (favorendo l’apertura in orario serale delle biblioteche comunali). Le petizioni si avvalgono dell’appoggio di nomi importanti della cultura fiorentina («il direttore dell’osservatorio di Arcetri Franco Pacini, il poeta Mario Luzi, […] Dacia Maraini, […] Piero Bigongiani (sic)»), ma sono sostanzialmente guastate dalla forma tipografica, che lascia trasparire troppi errori di battitura (oltre che nel nome del poeta Bigongiari, altri refusi sono: «Cultura Scinetifica», «si impeghnano»): errori veniali, ma che, su un documento ‘ufficiale’, da consegnarsi al Sindaco di Firenze, non dovrebbero comparire.
Il numero si chiude con un articolo di Angelo Bonfiglio, «L’anno internazionale delle popolazioni indigene del mondo» (pp. 18-19) che, in occasione di questo evento, cerca di disegnare una mappa di questi numerosissimi popoli, sparsi per il mondo, accusando al contempo lo scarso impegno della comunità internazionale per la salvaguardia delle loro fragili culture.
Simone Rebora
| Share |
| < Prec. | Succ. > |
|---|






