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Perché leggere Pynchon

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Leggere L’arcobaleno della gravità di Thomas Pynchon significa soprattutto trovare una possibile risposta alla domanda: perché (ancora) leggiamo libri?

In un mondo sovrastato dalla comunicazione, che da linguistica si è fatta sempre più visiva, da distesa si fa ancora più contratta, affrontare questo ‘mattone’ di quasi 1000 pagine (968 nell’edizione BUR) significa semplicemente compiere un atto di resistenza? Una ribellione al ‘sistema’ tanto stravagante, quanto vuota?

Decisamente c’è molto di più: perché, se fosse solo per la mole, i libri di Pynchon non si distanzierebbero assai dai capolavori di Tolstoj e Dostoevskij (solo per fare due nomi). Quella che si compie con LArcobaleno della gravità è invece soprattutto una esperienza di lettura, un viaggio in un universo fatto di parole, che da esse non può distanziarsi, senza indebolirsi e svanire immediatamente. Impensabile una resa cinematografica di questo libro (che invece Guerra e pace permetterebbe… “d’accordo: in un film che non duri meno di 40 ore…”), perché questo tipo di letteratura si serve semmai del cinema (ma anche dell’arte, e di tutti i prodotti culturali, alti e bassi… letteratura compresa) per realizzare qualcosa che solo attraverso la lettura può essere a fondo vissuto e compreso.

Tornando alla domanda iniziale: Pynchon va letto per sapere cosa vuol dire leggere (“Grazie mille! Avevo proprio bisogno di te per scoprire questa novità!” aspetta, aspetta…). Perché oggi, un libro molto spesso viene letto ponendosi finalità esterne, lontane dal vero ‘momento creativo’ dell’esperienza letteraria, che si dovrebbe invece realizzare nella lettura, e non dopo o al di fuori di essa. Si veda il recente successo di autori come Federico Moccia: il libro non è altro che un prodromo al film, che dovrà uscire obbligatoriamente entro l’anno successivo (oltretutto Moccia nasce come sceneggiatore, e ultimamente egli stesso dirige i film tratti dai suoi libri); o anche quello di Roberto Saviano, i cui libri, al di là di un’innegabile pregevolezza stilistica, sono al centro dell’attenzione proprio per le loro implicazioni sociali. Ma la lista potrebbe espandersi molto a lungo: cinema, televisione, internet… ormai il libro esiste solo in loro funzione: è strumento, non più fine.

Quello che invece si comprende leggendo L’Arcobaleno, è la possibilità di esaurire un’esperienza nella sola lettura, che diviene così momento creativo-ricreativo del nostro spirito, occasione di confrontarci non solo con il mondo che ci circonda, ma con la percezione che noi ne abbiamo. Pynchon, all’interno del suo libro, si autorappresenta come un uomo circondato da appunti, libri, cartoline, cartine, droghe, persone, personaggi, foto, film… il cui unico scopo è quello di aggregare tutto ciò nella sua opera finale: per l’appunto, in un libro. E noi lettori, sfogliando quelle pagine, abbiamo l’occasione di confrontarci con un vero e proprio mondo autonomo, in cui l’intera realtà esterna è filtrata e riprodotta, ma anche manipolata e distorta dalla mente dell’autore. Abbiamo l’opportunità di riflettere su di noi e sul mondo che troppo spesso crediamo di comprendere, fermato e stabilizzato nella certezza dell’immagine, nella freddezza del dato – che, purtroppo, sono invece i momenti più deboli e illusori della nostra percezione.

L’esperienza della lettura, così, giunge come momento di autoconsapevolezza: perché la parola non ferma, non immobilizza il suo referente, ma lascia giocare libera l’immaginazione su di esso. Perché la realtà non esiste solo fuori, ma anche dentro di noi. E l’autoillusione più grave, non è quella che porta a fraintendere la reale consistenza delle cose, ma quella che ci costringe ad affermarla, imprigionandoci in un mondo fatto di sterili preconcetti.

L’Arcobaleno della gravità descrive già nel titolo questo bisogno di fuga dall’oppressione del dato. La gravità, infatti, è la forza più stabile e materica che esista nell’universo: è ciò che ci tiene incollati con i piedi per terra, è ciò che determina le geometrie newtoniane dei movimenti astrali. Ma, in questo libro, essa diviene semplice attributo dell’arcobaleno: illusione ottica per eccellenza, fenomeno che, pur derivando dalle condizioni atmosferiche, esiste solo nella retina di chi lo osserva e si esaurisce nella percezione del singolo. E la lettura è proprio questo arcobaleno, illusoria distorsione del dato, ma al contempo rivelazione della sua natura più profonda, che non può essere esterna e assoluta, ma si determina nel nostro occhio, nella nostra percezione.

Questo libro potrà parere vuoto e insulso, sostanzialmente inutile… ma – ci si potrebbe chiedere – quale è l’utilità di scoprire ciò che già sappiamo? E fino a che punto il dato acquisito potrà considerarsi certo e indiscutibile, quando sappiamo fin troppo bene che, da qualche parte o in qualche tempo, è stato un uomo a inserirlo nella sua impersonale casella?

Se, dopo questi paranoici vaneggiamenti, qualcuno sarà ancora curioso di sapere qualcosa di più su quel paranoico vaneggiamento che è L’Arcobaleno della gravità, rimando al prossimo appuntamento.

Simone Rebora

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