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Christian Fuchs, uno studio sul fascismo digitale

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A margine dei violenti attacchi squadristi in occasione del 25 aprile, e volendo evitare qualsiasi commento alle infami dichiarazioni governative, può essere utile spostare leggermente lo sguardo per rivolgerlo ad un paper del sociologo austriaco (classe 1976) Christian Fuchs pubblicato qualche giorno fa, il 16 aprile, sulla rivista online Journal of Information Technology & Politics che si interroga senza alcun fronzolo “Che cos’è la democrazia digitale?” ovvero: «siamo davvero più democratici grazie alla tecnologia? O stiamo confondendo il rumore digitale con la voce del popolo»?

È questa la domanda di fondo che anima il saggio di Christian Fuchs, un testo tecnico-scientifico nella forma (sicuramente molto denso da leggere e pieno di riferimenti e citazioni ad altri autori) che pure risulta urgente e di schiacciante attualità nella sostanza; merita per questo di uscire dall’ambito del dibattito strettamente accademico per raggiungere un pubblico più ampio e farsi motore di qualche riflessione che, come vedremo, alla fine tornerà a riunirsi al nostro tema di partenza, svelando come il parallelo non fosse poi così ardito.

Foto Fuchs

Fuchs è uno dei principali esperti mondiali di media digitali e società. Dal 2022 è professore di Sistemi ed Organizzazione dei Media all’università di Paderborn in Germania, autore di numerosi volumi sul rapporto tra capitalismo, fascismo e tecnologia e direttore della rivista tripleC, punto di riferimento internazionale per gli studi critici sulla comunicazione digitale. I suoi campi d’intervento sono molteplici, dall’economia politica alla teoria critica dei media, cercando di rileggere Marx per applicarlo al capitalismo digitale. Una delle sue tesi principali è che noi utenti dei social media siamo, a tutti gli effetti, lavoratori non retribuiti: navigando, cliccando, producendo contenuti, generiamo dati che le piattaforme digitali trasformano in merce pubblicitaria e in profitto, estraendo valore da questo lavoro; il concetto marxiano di plusvalore viene così riapplicato al contesto digitale.

Non è insomma quello che si direbbe uno studioso incline all’entusiasmo facile. E in questo saggio, infatti, lancia un avvertimento preciso: l’idea che Internet sia uno strumento naturalmente democratico è non solo ingenua, ma potenzialmente pericolosa.

 

Il problema con “democrazia digitale uguale partecipazione”

Per decenni - e in Italia con l’ulteriore devastante stortura della vulgata populistico-grillina - il dibattito accademico e pubblico sulla democrazia digitale si è concentrato su due grandi filoni: la democrazia deliberativa (l'idea che Internet favorisca il dibattito pubblico, il confronto razionale tra cittadini) e la democrazia partecipativa (l'idea che la rete abbassi le barriere all'impegno civico e politico, permettendo a più persone di avere voce in capitolo). Filosofi come Pierre Lévy, negli anni Novanta, immaginavano Internet come una gigantesca agorà digitale, uno spazio di discussione collettiva senza precedenti.

Fuchs riconosce il valore di visioni di questo tipo, ma mostra senza mezze misure come siano diventate insufficienti - e persino fuorvianti - di fronte alla realtà politica contemporanea. Il problema non è che siano troppo ottimiste: è che si fermano a metà strada. Perché se Internet può amplificare la partecipazione democratica, può amplificare con la stessa efficienza anche la partecipazione antidemocratica. I movimenti di estrema destra, i gruppi neofascisti, le campagne di disinformazione organizzata usano esattamente gli stessi strumenti - social media, forum, video virali, petizioni online - che i teorici della democrazia digitale avevano immaginato come veicoli di emancipazione civica.

Foto articolo

Il fascismo digitale è già tra noi

Questo è il punto più scomodo - e più originale - del saggio. Fuchs introduce con rigore il concetto di fascismo digitale: non si tratta di generico “odio online” o di “disinformazione”, fenomeni che tendiamo a considerare patologie marginali del sistema. Il fascismo digitale è, secondo l'autore, la forma contemporanea del fascismo classico, con le sue continuità (nazionalismo, capro espiatorio, culto del leader, violenza) e le sue novità (viralità, contenuti generati dagli utenti, echo chamber algoritmiche, deepfake).

I dati citati nel saggio sono inquietanti. Tra il 2023 e il 2024, il Servizio Europeo per l'Azione Esterna ha documentato 505 operazioni di manipolazione informativa straniera (le cosiddette FIMI, Foreign Information Manipulation and Interference - Manipolazione delle informazioni e ingerenze straniere), composte da 68.000 contenuti distribuiti su 25 piattaforme, con Russia e Cina come principali operatori. E in un'indagine del Pew Research Center condotta in 24 paesi[1] nel 2024, la quota di persone che considera la democrazia “qualcosa di negativo” è cresciuta, rispetto alla precedente rilevazione del 2017, in dieci nazioni, tra cui Italia, Germania, Svezia e Regno Unito. In otto paesi (Argentina, Brasile, Germania, Polonia tra gli altri) è aumentato il consenso alla dittatura!

In questo contesto, il fatto che X - di proprietà di Elon Musk, diventata uno dei principali amplificatori del discorso autoritario globale - si presenti come “la piazza globale, dal popolo per il popolo” non è una semplice trovata pubblicitaria. È, secondo Fuchs, un esempio di come il linguaggio stesso della democrazia digitale venga colonizzato dall'autoritarismo. E se i concetti di partecipazione e deliberazione possono essere usati per promuovere il fascismo, allora non basta difendere la partecipazione e la deliberazione: bisogna sapere di cosa si partecipa e su cosa si delibera.

Libro Fuchs

Una bussola per orientarsi: sei modelli, non uno

La proposta teorica di Fuchs è ambiziosa. Invece di definire la democrazia digitale attraverso uno o due modelli (tipicamente deliberativo e partecipativo), l'autore costruisce una tipologia articolata in sei modelli distinti e interagenti, che si fondano su quattro dimensioni analitiche:

Il primo e più fondamentale è la democrazia digitale costituzionale: senza diritti fondamentali garantiti e difendibili, senza uno stato di diritto che limiti il potere della maggioranza, nessuna forma di partecipazione o deliberazione online può dirsi autenticamente democratica. È la condizione di possibilità di tutto il resto.

A questa si aggiungono la democrazia rappresentativa digitale (l'uso di Internet da parte delle istituzioni per informare i cittadini, comunicare le decisioni, rendere accessibile il governo), la democrazia diretta digitale (referendum online, petizioni, voto elettronico - con tutti i rischi di manipolazione populista che comportano), la democrazia pluralista digitale (la tutela e la voce delle minoranze nella sfera pubblica digitale), la democrazia deliberativa digitale (il dibattito pubblico online tra cittadini, associazioni, istituzioni) e infine la democrazia partecipativa digitale (l'attivismo digitale, i movimenti sociali, la co-produzione di politiche pubbliche dal basso).

La novità non è nell'elenco in sé, ma nell'insistenza che questi modelli non siano alternativi, ma necessariamente combinati. Una democrazia digitale reale non sceglie tra partecipazione e rappresentanza, tra deliberazione e costituzione: le intreccia tutte, dosandole secondo i contesti.

Il saggio di Fuchs è quindi un contributo teorico, non un manuale di politica pratica. Ma la sua utilità è concreta: ci fornisce un vocabolario più preciso per discutere di democrazia nell’era digitale, e ci mette in guardia da due trappole opposte. La prima è quella dei tecno-ottimisti, convinti che più app, più piattaforme di e-voting, più forum online significhino automaticamente più democrazia. La seconda è quella dei tecno-pessimisti, che vedono in Internet solo un amplificatore di odio e disinformazione, senza riconoscere le genuine possibilità di partecipazione democratica che la rete offre.

La via indicata da Fuchs è più difficile: richiede di pensare la democrazia digitale come un sistema complesso, in cui la libertà di parola non può essere assoluta (perché il discorso fascista non è democratico), in cui la partecipazione deve essere sostenuta da garanzie costituzionali, e in cui la velocità e la viralità della comunicazione online devono fare i conti con la lentezza necessaria della deliberazione autentica.

In un momento in cui i nuovi autoritari - da Musk a Trump a Orbán - usano il linguaggio della democrazia diretta e della libertà di espressione per minare le istituzioni democratiche, questo saggio ci ricorda che difendere la democrazia digitale significa anzitutto capire cosa essa sia davvero. Non un like, non un sondaggio su X, non una diretta Instagram del leader di turno. Qualcosa di più robusto, più complesso e - per questo - più prezioso.

Così possiamo tornare a dove eravamo partiti. Perché un Governo democratico, persino nella figura della sua Presidenta, può permettersi di cadere così in basso? Tra chi porta fiori ai caduti di Salò, ma solo «a titolo personale» (sic!) e chi si perita di intorbidare le acque dei fatti e degli avvenimenti, c’è sì una rivendicata ignoranza ma c’è anche bieco calcolo politico, quello di banalizzare uno dei momenti fondanti della comunità nazionale, di strumentalizzare i fatti e di trasformarli in mattoni. Perché, lo abbiamo appena visto con il paper di Fuchs, il fascismo, autentico abominio della storia, è sempre all’opera.

E allora tutto ciò che ci aiuta a interpretare e capire il mondo che “ci accade attorno” è necessario. Istruirsi, agitarsi, organizzarsi.

 

crediti fotografici: dalla rete

 


[1] Argentina, Australia, Brasile, Canada, Francia, Germania, Grecia, Ungheria, India, Indonesia, Israele, Italia, Giappone, Kenya, Messico, Paesi Bassi, Nigeria, Polonia, Corea del Sud, Sudafrica, Spagna, Svezia, Regno Unito, USA. https://www.pewresearch.org/global/2024/03/13/what-can-improve-democracy/

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