Arrivata a Nuevo Orizaba, la frontiera con il Guatemala, ho chiesto alle persone che si affaccendavano a varcare il confine, dove fosse l'ufficio immigrazione per poter vistare il passaporto. "Non c'e'" mi hanno risposto.
Pensando di non essere riuscita a farmi capire ho chiesto ancora, ma la risposta e' stata sempre quella "no esta". Il taxi mi ha portato fino alla linea, cioe' fin dove si trova un cartello che dice "qui finisce il Messico".
Poco piu' in la' c'e' un altro cartello che dice invece "qui comincia il Guatemala". Il mio ingresso in Guatemala e' cominciato cosi', allegramente, ad un posto di frontiera dove non esiste alcuna persona che rilascia il visto e nessun controllo di polizia. Legalmente clandestina sono arrivata con un minibus a Playa Grande e durante quel tragitto, su una strada sterrata, che in confronto a quella che avrei percorso nei giorni seguenti, sembrava un' autostrada, il minibus su cui viaggiavo ha forato anche una gomma. Non
riusciro' mai a capire come in meno di cinque minuti, l'autista e il ragazzo che lo aiutava, siano riusciti a cambiare la ruota, senza cric e con quindici persone a bordo, nonostante avessi proposto di farci scendere tutti quanti per alleggerire il carico e facilitare l'operazione.
A Playa Grande, grazie a Berta e Dora che mi hanno fatto conoscere le persone che lavorano nella pastoral social de Ixcan, ho cominciato, piano, piano a capire un po' di piu' della realta' di questo territorio.
Don Marcelino ed Efren mi hanno detto "la guerra e' finita, ma le cause che l'hanno determinata continuano ad esistere e la violenza continua in una forma diversa, ma altrettanto brutale."
Durante gli anni '70, '80 e '90 nei villaggi del municipio di Ixcan e nel dipartimento del Quiche', l'esercito ha compiuto i massacri tra i piu' feroci, bruciando i villaggi, torturando e uccidendo. Le persone che riuscivano a scappare si sono rifugiate in montagna mangiando erba per sopravvivere. Altre sono scappate in Messico. Dopo gli accordi di pace del '96, molti sono tornati per ripopolare i loro villaggi. Grazie a Berta e Dora ho avuto la possibilita' di conoscere alcune comunita' che vivono in questo territorio, tanto bello
quanto inaccessibile.
Quando giovedi sera siamo arrivate a Xalbal, siamo state subisto invitate a cena a casa di Lilia: Yucca, zuppa di verdura,patate, tortillas e bevanda fatta dal mais. Anche il mattino seguente eravamo a colazione dalla sua famiglia: babbo, mamma e dodici figli che vivono come tutte le famiglie di questi villaggi in case modestissime, fatte con poco cemento come base, legno e tetto in lamiera.
Qui a colazione si mangia riso, fagioli, tortilla, patate.La mamma di Lilia si e' alzata alle tre del mattino per ammazzare la gallina, cucinarla e offrircela a colazione, alle 7 del mattino. Le famiglie mangiano il pollo in brodo solo quando fanno festa e quando ci sono ospiti. E quella colazione e' stata davvero una gran festa.
Quel giorno a Xalbal si festeggiava anche il quinto anniversario della nascita di di Radio Sembrador, la radio comunitaria nata nell'ambito delle attivita' della pastoral social de Ixcan, e la mamma di Lilia, insieme a le altre donne del villaggio hanno preparato da mangiare per venderlo poi durante la festa e raccogliere fondi per la radio.
Sabato siamo andate a Nueva Esperanza. La strada che conduce a quel villaggio e' a dir poco agghiacciante. Curve, discese, salite e un manto stradale dove la pietra piu' piccola e' grande quanto un pallone da calcio. Una curva presa un millimetro piu' larga, ci ha visto frenare e inchiodare l'auto a margine di un precipizio a causa di alcuni tronchi messi di traverso. Grazie all'aiuto di un
campesino a cui avevamo dato un passaggio che ha liberato con il machete quel tratto e alla bravura di Berta nel fare la manovra giusta, siamo ripartite, tirando piu' di un sospiro di sollievo.
Berta e Dora sono suore missionarie e la la loro attivita' si esprime non solo con la preghiera ma anche e soprattutto con la presenza tra e con le persone attraverso il coinvolgimento nelle attivita' comunitarie.
Anche a Nueva Esperanza e poi dopo a Centro Uno ho avuto modo di parlare con uomini, donne e bambini. Ci siamo scambiati le nostre esperienze. Alcuni mi hanno raccontato anche le loro storie. La guerra pero' ha lasciato in loro delle ferite cosi' profonde che non gli consentono ancora di superare quel dolore cosi' grande. Ed e' questo forse il motivo per cui fanno molta fatica a
raccontare quel periodo.
Sono stata accolta con grande calore da tutti. Ospite nelle famiglie a mangiare "caldo de gallina", uiskil,elote, papas,yucca,queso, frijioles, arroz.
Tutti mi chiedevano di suor Giacomina, consorella di Berta e Dora che per molti anni ha condiviso con loro la vita comunitaria. Tutti.
Hermana Giacomina, el pueblo de Ixcan te saluda y te recuerda con mucho cariño.
Pensando di non essere riuscita a farmi capire ho chiesto ancora, ma la risposta e' stata sempre quella "no esta". Il taxi mi ha portato fino alla linea, cioe' fin dove si trova un cartello che dice "qui finisce il Messico".
Poco piu' in la' c'e' un altro cartello che dice invece "qui comincia il Guatemala". Il mio ingresso in Guatemala e' cominciato cosi', allegramente, ad un posto di frontiera dove non esiste alcuna persona che rilascia il visto e nessun controllo di polizia. Legalmente clandestina sono arrivata con un minibus a Playa Grande e durante quel tragitto, su una strada sterrata, che in confronto a quella che avrei percorso nei giorni seguenti, sembrava un' autostrada, il minibus su cui viaggiavo ha forato anche una gomma. Non
riusciro' mai a capire come in meno di cinque minuti, l'autista e il ragazzo che lo aiutava, siano riusciti a cambiare la ruota, senza cric e con quindici persone a bordo, nonostante avessi proposto di farci scendere tutti quanti per alleggerire il carico e facilitare l'operazione.
A Playa Grande, grazie a Berta e Dora che mi hanno fatto conoscere le persone che lavorano nella pastoral social de Ixcan, ho cominciato, piano, piano a capire un po' di piu' della realta' di questo territorio.
Don Marcelino ed Efren mi hanno detto "la guerra e' finita, ma le cause che l'hanno determinata continuano ad esistere e la violenza continua in una forma diversa, ma altrettanto brutale."
Durante gli anni '70, '80 e '90 nei villaggi del municipio di Ixcan e nel dipartimento del Quiche', l'esercito ha compiuto i massacri tra i piu' feroci, bruciando i villaggi, torturando e uccidendo. Le persone che riuscivano a scappare si sono rifugiate in montagna mangiando erba per sopravvivere. Altre sono scappate in Messico. Dopo gli accordi di pace del '96, molti sono tornati per ripopolare i loro villaggi. Grazie a Berta e Dora ho avuto la possibilita' di conoscere alcune comunita' che vivono in questo territorio, tanto bello
quanto inaccessibile.
Quando giovedi sera siamo arrivate a Xalbal, siamo state subisto invitate a cena a casa di Lilia: Yucca, zuppa di verdura,patate, tortillas e bevanda fatta dal mais. Anche il mattino seguente eravamo a colazione dalla sua famiglia: babbo, mamma e dodici figli che vivono come tutte le famiglie di questi villaggi in case modestissime, fatte con poco cemento come base, legno e tetto in lamiera.
Qui a colazione si mangia riso, fagioli, tortilla, patate.La mamma di Lilia si e' alzata alle tre del mattino per ammazzare la gallina, cucinarla e offrircela a colazione, alle 7 del mattino. Le famiglie mangiano il pollo in brodo solo quando fanno festa e quando ci sono ospiti. E quella colazione e' stata davvero una gran festa.
Quel giorno a Xalbal si festeggiava anche il quinto anniversario della nascita di di Radio Sembrador, la radio comunitaria nata nell'ambito delle attivita' della pastoral social de Ixcan, e la mamma di Lilia, insieme a le altre donne del villaggio hanno preparato da mangiare per venderlo poi durante la festa e raccogliere fondi per la radio.
Sabato siamo andate a Nueva Esperanza. La strada che conduce a quel villaggio e' a dir poco agghiacciante. Curve, discese, salite e un manto stradale dove la pietra piu' piccola e' grande quanto un pallone da calcio. Una curva presa un millimetro piu' larga, ci ha visto frenare e inchiodare l'auto a margine di un precipizio a causa di alcuni tronchi messi di traverso. Grazie all'aiuto di un
campesino a cui avevamo dato un passaggio che ha liberato con il machete quel tratto e alla bravura di Berta nel fare la manovra giusta, siamo ripartite, tirando piu' di un sospiro di sollievo.
Berta e Dora sono suore missionarie e la la loro attivita' si esprime non solo con la preghiera ma anche e soprattutto con la presenza tra e con le persone attraverso il coinvolgimento nelle attivita' comunitarie.
Anche a Nueva Esperanza e poi dopo a Centro Uno ho avuto modo di parlare con uomini, donne e bambini. Ci siamo scambiati le nostre esperienze. Alcuni mi hanno raccontato anche le loro storie. La guerra pero' ha lasciato in loro delle ferite cosi' profonde che non gli consentono ancora di superare quel dolore cosi' grande. Ed e' questo forse il motivo per cui fanno molta fatica a
raccontare quel periodo.
Sono stata accolta con grande calore da tutti. Ospite nelle famiglie a mangiare "caldo de gallina", uiskil,elote, papas,yucca,queso, frijioles, arroz.
Tutti mi chiedevano di suor Giacomina, consorella di Berta e Dora che per molti anni ha condiviso con loro la vita comunitaria. Tutti.
Hermana Giacomina, el pueblo de Ixcan te saluda y te recuerda con mucho cariño.
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