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Mali: Il popolo Dogon

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Quest'anno ho avuto la fortuna di visitare alcuni villaggi del popolo dogon (Bandiagara e dintorni), zona dichiarata patrimonio dell'umanità dall'Unesco. Secondo alcuni dati, forniti da varie fonti, si detrae che i dogon sono circa 240.00, sparsi nei numerosi villaggi (circa settanta piccoli insediamenti), vecchi villaggi rurali  ai piedi  delle antiche costruzioni dei pigmei  ancora arroccati tra le rocce.
Queste piccole comunità che abitano sotto capanne di paglia ancora senza luce e senza acqua sono una generazione sana e legendaria che vivono con grande dignità salvaguardano la loro indipendenza sociale e le loro credenze animistiche. 
Le costellazioni sono il simbolo delle loro credenze animiste dove vengono espressi in danze propriziatorie e riti di passaggio attraverso varie simbologie come le maschere, i copricapi e l'assunzione di cola ed altre sostanze per le cerimonie (nascita, morte e unioni e passaggi da una condizione ad un'alltra come le nostre usanze matrimoniali, battesimali ed altro), danze rituali (per l'acqua, la semina, il raccolto).
Durante la permanenza ho chiesto molte cose (curiosità antropologica) ma la reticenza a parlare del loro concetto di tempo e di spazio è molto limitato oppure l'argomento è molto ampio a tal punto da non essere spiegabile banalmente con la "parola". Credo di aver capito che hanno dei concetti minimi: la fede e la riflessione e il rispetto per la natura e le forze celesti. 
Il corpo umano è il segno grafico più rappresentativo sia nella pianta del villaggio che nelle sculture lignee, fino alla porta che racconta la storia di chi vi abita. Marcel Griaule studiò per la prima volta queste genti e nel famoso libro "Il Dio d'acqua!" ne descrive l'iniziazione ricevuta dall'Ogotemmeli, personaggio che aveva raccontato e trasmesso i segreti della cosmologia, della mitologia e attuali credenze, rendendo nudo o possiamo dire dando a noi europei la rivelazione in un "mondo diverso" dove il sapere si infrange con l'uso quotidiano dell'avere e la semplicità dell'essere.
La festa più imporatnte è il Sigui, che si svolge ogni sessanta anni, durante la quale intagliano un nuovo iminana: una grande maschera a forma di serpente che può raggiungere anche i dieci metri Le maschere sono l'elemento di comunicazione tra i sacro e il profano e vengono usate soprattutto in occasione dell'accompagnamento del defunto che viene poi portato dai giovani sulla "montagna" in zone non raggiungibili.

Bisogna salvare il popolo dei Dogon che vivono ancora in questa falesia persa tra territori incontaminati dove però sta arrivando il "turismo poco intelligente", la massa non attenta e con comportamenti irresponsabili. Quindi un grido di allarme va dato per evitare l'arrivo di queste masse di "caproni" (turisti curiosi  con perfette scarpe, magliette pulite e macchine fotografiche pronte a pagare ogni scatto) che si permettono di definire "traking tra la falesia" e "gita culturale" ciò che invece dovrebbe essere rispetto dei luoghi e della spiritualità collettiva. Definire patrimonio dell'unesco un luogo con finalità culturale a volte e il primo passo dei distruggere la semplicità del luogo.

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Ultimo aggiornamento ( Giovedì 07 Febbraio 2019 18:03 )  

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