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Il partigiano e il professore

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Il partigiano e il professore

Marcello Citano e Luciano Mecacci

Mecacci: “Marcello, tu sei nato nel 1926, quindi quando hai partecipato alla liberazione di Firenze eri giovanissimo. Per chi è nato dopo la liberazione dal fascismo e ha un’attenzione per i giovani di oggi e per lo stato della nostra società, la prima domanda è quale sia stato l’effettivo lascito della resistenza. Il primo è senz’altro quello di avere contribuito alla lotta di liberazione. Però vi sono stati anche dei valori interni che hanno promosso questa lotta. Quando si vede il nuovo modo di parlare della resistenza, i nuovi libri, ma lasciamo stare i libri che sono polemici e vogliono rivangare il passato, aspetti positivi e negativi da destra o da sinistra. Naturalmente la storia si fa e si rifà. La storia romana è stata fatta centinaia di volte nei secoli. Quindi noi ci dobbiamo aspettare che anche la storia che ti appartiene, la storia del fascismo, del nazismo, e poi della lotta di liberazione, voi giovani della Brigata Sinigaglia, quando sei arrivato a Gavinana, passato poi l’Arno, tutte queste cose importanti un giorno verranno riviste.

Io mi domando, secondo te, al di là di questi fatti storici quali sono i valori, gli ideali che vanno al di là della storia che un giorno potrà essere riscritta, ma qualcosa rimane di solido, di permanente per le generazioni attuali e quelle future…questo vorrei chiederti

Citano: “..io penso che il momento della resistenza sia stato veramente un momento storico. Indipendentemente dal fatto che la resistenza l’abbiano “messa in un cantuccio” perché sicuramente dà fastidio tanto a destra quanto a sinistra. Credo sia una rivoluzione vera e propria perché se si considera la vita dei nostri antenati - quell’Italia era agricola, eran tutti contadini, erano schiavi. Non avevano nessuna forma di libertà. La resistenza e i gruppi partigiani a questa gente, ai contadini in particolare, ha dettato un legame storico, perché si erano sentiti come se noi fossimo al vertice del popolo.

Nel ’44 c’è stata una rivoluzione enorme. Ci siamo messi in quella che era la vita del proletariato. Nel ’44 i latifondisti che non avevano più l’apporto del fascismo, beh!…gli è toccato chinare la testa perché non avevano più chi li sorreggeva. Il fascismo è nato con il capitalismo e logicamente dopo la guerra mondiale, quando i contadini avevano chiesto un pezzo di terra legata al contributo che avevano dato durante la guerra, gli hanno sguinzagliato questa marmaglia, li hanno soggiogati, considerando che la polizia è sempre stato per il potere, il secondino dello Stato.

La polizia è fascista. Piaccia o non piaccia è così. Qui in Italia non è che si è fatta una epurazione. Noi non abbiamo fatto nessuna epurazione. Abbiamo fatto una lotta, poi ad un certo punto ci hanno fermato. Hanno detto arrivate fin qui, oltre qui non si può andare perché la nostra lotta avrebbe cambiato la forma della società, era per fare una società di uguaglianza, di giustizia, cosa che in questa nazione non è avvenuta.

Non essendoci stata nessuna epurazione tutti quelli che erano fascisti ieri, che si erano cambiati la giacchetta diventando comunisti sono stati rimessi nei posti dove erano prima. Gli unici cambiamenti son stati dal 45’ al 48’ quando i padroni non avevano più chi li difendeva e appoggiava. Allora il popolo ha avuto una forza immensa dentro le fabbriche. I contadini volevano inchinarsi al padrone. A un certo punto la massa si è ribellata, gli operai e i contadini non si sono più inchinati. Questa è stata la vera rivoluzione secondo me.

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