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Redazionale: una riflessione ecologica

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Oggi il WWF, tramite il Living Planet Report, annuncia un calo della fauna selvatica del 69% a livello mondiale, con un picco del 94% in America Latina e nei Caraibi, ovvero nei polmoni verdi del pianeta. Nel frattempo, l'ONU mette in guardia contro i disastri naturali, stimandone in media 560 all'anno fino al 2030, con una situazione destinata a volgere in peggio negli anni successivi, a meno di interventi drastici e tempestivi.

Si tratta di notizie terrificanti, ma che non devono sorprendere: se nei paesi sviluppati la transizione ecologica viene progressivamente preposta alle scelte dettate dal mercato (seppure gruppi come Extinction Rebellion e Fridays for Future denuncino da tempo una politica troppo timida in questo senso), nei paesi in via di sviluppo, che comprendono la maggior parte del territorio e della popolazione mondiale, si assiste all'andamento opposto.
In Brasile, ad esempio, sotto la presidenza di Bolsonaro si è assistito a una deforestazione senza precedenti dell'Amazzonia, favorita da un presidente che, oltre ad aver sciolto gli organi governativi preposti alla difesa della foresta, ha chiuso un occhio sulle attività illegali e sugli omicidi degli attivisti (se ne contano 317 tra il 2020 e il 2021).
Nel frattempo, al confine tra Uganda e Ruanda, le miniere di coltan e cobalto (materiali essenziali per la produzione di cellulari e altri device) sono controllate tutt'oggi da bande armate, che impiegano il lavoro minorile e sono finanziate indirettamente dalle grandi multinazionali della tecnologia, mentre il delta del Niger soffre di un inquinamento ormai irrimediabile a causa dell'estrazione del petrolio, sovvenzionato e sostenuto da uno Stato corrotto dalle grandi compagnie energetiche e petrolifere (ENI inclusa). Rimanendo, infine, in Africa, la desertificazione del territorio è ampiamente riconosciuta come uno dei motivi scatenanti della crisi migratoria, sulla cui tratta si hanno luogo atrocità e disgrazie: dai campi di concentramento in Libia ai morti nel Mediterraneo.

La situazione rimane grave a livello mondiale, e si potrebbero fare molti altri esempi. Quello che vogliamo dimostrare tramite i pochi fatti riportati in questa pagina, però, è che parlare di ecologia non significa solo rivolgersi a un cambiamento del clima, ma comporta una riflessione e una discussione su una serie di questioni sociali, politiche, economiche che riguardano l'umanità nella sua interezza e, in definitiva, fanno capo ai movimenti del capitale internazionale, interessato al proprio accrescimento indefinito, anche a costo di compromettere l'abitabilità della terra stessa. In questo senso, l'ecologia si configura come problema di fondo della nostra epoca, in quanto problema che ingloba in sé tutte le questioni più urgenti, e che invita a una riflessione che coinvolga il sistema vigente nella sua interezza, con tutta la sofferenza che causa nelle persone e nei popoli, a vantaggio delle classi più ricche. E' nell'esperienza ecopolitica che si può trovare uno spiraglio che porti al superamento di un sistema capitalista che, basandosi sui concetti di sfruttamento e accrescimento infinito delle risorse, si rivela incompatibile con il concetto di sostenibilità, e destinato a impoverire e desertificare la terra, i popoli, le culture.

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