Come ogni fatto italiano, l'arresto di Matteo Messina Denaro si sta arricchendo di storie, pettegolezzi, supposizioni e commenti di ogni sorta, che vanno a costruire un quadro reso confusionario dal chiacchericcio. Si sono sprecati, ad esempio, i commenti ironici sul fatto che nel covo del latitante siano stati ritrovate delle pastiglie di viagra, oppure le battute (ammantate da un'aura di complottismo), sulle dinamiche dell'arresto, che sono quanto meno anticlimatiche.
Noi non vogliamo partecipare a questo coro, e riteniamo che, per comprendere i fatti, occorre che questi si depositino un poco, escano dalla sfera del sentito dire, pettegolezzo e delle congetture. Ciò di cui possiamo parlare, però, è il coro stesso, alimentato da una politica che cerca di trarre vantaggi elettorali e d'immagine da questi atteggiamenti.
Da questo punto di vista, è stata decisamente sorprendente la velocità con cui il governo si è cercato di intestare questa vittoria, nonostante l'ovvio anacronismo: Messina Denaro è latitante da 30 anni, ricercato attivamente come il più grande boss da almeno 15 anni, eppure vari organi direttamente legati all'esecutivo hanno tentato di prendere questa vittoria dello stato come una propria vittoria. Leggiamo in questa maniera l'arrivo di volata di Meloni a Palermo e le dichiarazioni di politici, esponenti di partito e giornalisti, alcuni dei quali si sono lanciati anche nell'affermazione che "solo con la destra al governo si arrestano i mafiosi", suggerendo, senza sostenerla, una connivenza tra partiti di sinistra e ambienti mafiosi.
Ricordiamo, però, che è proprio Fratelli D'Italia ad aver conosciuto le più recenti infiltrazioni mafiose. Dicendo ciò, non vogliamo accusare nessun partito in particolare di connivenza con la mala vita, ma, piuttosto notare che la mafia è un organismo che punta sempre sul cavallo vincente, al di là di ogni colore politico, e che dunque muovere accuse da una parte e dall'altra ha decisamente poco senso: la lotta contro tale infiltrazioni deve essere compiuta da tutte le istituzioni, chiunque ne sia alla guida.
Di convesso, ha poco senso che un partito, o che una parte politica, si intesti una vittoria come quella rappresentata da questo arresto, dato che esso è stato reso possibile da istituzioni come la Magistratura, i Servizi Segreti e le forze di polizia o carabinieri, che sono apartitiche, legate alle istituzioni repubblicane per sé e non al partito che, volta per volta, le governa.
Questo arresto darà tanto da riflettere, prima di scomparire, come ogni notizia, nel fiume di informazioni che ci colpisce ogni giorno.
Ciò che sconvolge, nella narrazione corrente, è la grandiosità dei proclami, gli annunci di una vittoria dello Stato. Noi non la vediamo così: il boss è malato, non ha opposto resistenza, ed in ogni caso è riuscito a sfuggire alla giustizia per 30 anni, rimanendo nel proprio territorio e continuando, probabilmente, a fare affari finanziari. Se questa è una vittoria, è una "vittoria di Pirro".
Nonostante non si possa ancora comprendere tutta la dinamica (ci vorranno mesi, forse anni perché certe verità emergano), occorre fin da subito accogliere criticamente le notizie che ci arrivano, porre dubbi essenziali e sfuggire alle maglie delle opposte retoriche: sia da quella complottista che vuole in questo arresto tutto un gran programma della mafia, sia quella statale che richiama alla "gloria delle istituzioni e al riscatto delle vittime".
La situazione è sempre sfumata, ed entrambe le posizioni partono da una base di verità per poi servire i propri interessi, Il nostro compito oggi è non cadere in nessuna trappola, non giudicare troppo presto ed osservare, sperando che questa piccola, pirrica vittoria, ci conduca verso la vittoria della più grande lotta contro la criminalità, una delle lotte fondamentali per il futuro del nostro paese.
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