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Redazionale: la fine delle identità

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Si sente spesso dire che nella società attuale non esiste più distinzione di classe, o almeno che i confini tra proletario e borghese, tra padrone e lavoratore salariato, siano ormai così sfumati da non rappresentare più una categoria utile all'analisi della situazione politica e sociale attuale, tantomeno uno strumento per accendere la passione politica nei soggetti marginalizzati e sfuttati.
In effetti, molti filosofi e teorici hanno dimostrato come il capitalismo contemporaneo funzioni inglobando e sfumando ogni tipo di confine, sia esso razziale, di genere o di classe: Deleuze e Guattari (1), ad esempio, ampliano la vecchia concezione marxista secondo la quale "il capitalismo contiene le sue stesse contraddizioni" e lo descrivono come un sistema in continua espansione, che riesce a "pacificare" contraddizioni e conflitti reinserendoli nella sua logica, che è poi la legge del mercato e del profitto. I due filosofi dipingono così l'immagine di un capitalismo schizofrenico, in cui vale tutto e il contrario di tutto, ed anche gli slanci genuinamente anti-capitalisti finiscono per essere inglobati, normalizzati e alla fine dei conti sedati.
Dal punto di vista del marxismo classico, questa visione è per lo meno inquietante, ma essa risponde a un fallimento storico che questa dottrina ha innegabilmente subito: la dialettica tra borghesia e proletariato non ha portato a "l'avvento necessario del comunismo" profetizzato da Marx ed Engels, ma ha piuttosto dimostrato come il capitalismo sia riuscito a inglobare anche le rivendicazioni dei movimenti socialisti, portando a un obiettivo miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita, almeno nel mondo occidentale, ma al contempo privando quelle stesse istanze della loro carica rivoluzionaria (2). La cosa, del resto, si sta oggi ripetendo con molte delle istanze portante avanti dalle lotte ecologiste e della comunità LGBTQ+.

Abbandonando per un attimo la teoria e calandoci nella prassi, questa sfumatura dei confini è ormai evidente: oggi si assiste alla nascità di soggettività ibride e di connessioni e relazioni impensabili fino a qualche decennio fa, cosa che comporta anche il decadimento di buona parte delle identità tradizionali, siano esse moraleggianti, conservatrici o anche di classe: il proletario non si riconosce più come tale, e come sappiamo "non c'è classe senza coscienza di classe".
Ciò non vuol dire che non esista oppressione, anzi è vero il contrario: i ricchi diventano sempre meno e sempre più ricchi, mentre larghi strati della popolazione che prima erano ascrivibili alla piccola-media borghesia vengono proletarizzati, perdono certezze socio-economiche e, al contempo, ogni speranza di costruire un futuro personale, figurarsi uno alternativo a quello che la legge del mercato impone loro. Il lavoratore contemporaneo è senza identità e senza prospettive, vive in un'epoca segnata dal fallimento dei grandi ideali di cambiamento e, non riconoscendosi in un'identità alternativa a quella dei suoi "padroni", sente su di sé l'ansia e la pressione sociale di non essere alla loro altezza. "Il sistema funziona. Se non riesci a farlo funzionare è solo colpa tua", questo è il mantra del neoliberismo che purtroppo viene ripetuto anche da coloro che non ne traggono vantaggio. 

Dunque, citando un vecchio motto, che fare? A nostro parere non è mai opportuno rifugiarsi nel pessimismo o nella nostalgia verso ideologie che non riflettono più il funzionamento del mondo: queste strade portano solo alla disillusione e al nichilismo. Piuttosto dovremmo rivolgerci proprio a queste soggettività ibride e alle idee che esse portano nel dibattito. Abbiamo accennato prima all'ecologismo e alla comunità LGBTQ+. Si tratta di movimenti che, presi nella loro interezza, hanno implicazioni rivoluzionarie fondamentali: nel primo caso la ristrutturazione di tutto il sistema produttivo per evitare o almeno mitigare l'imminente catastrofe climatica, nel secondo caso il ripensamento di tutti i rapporti affettivi e del loro ruolo all'interno del sistema socio-economico, partendo dall'istituzione fondamentale: la famiglia eterosessuale e patriarcale. A questi due vanno aggiunte le idee portate nel dibattito dalle teorie sostenute dai soggetti decoloniali e postcoloniali, che criticano profondamente il modello Occidentale, ne denunciano la violenza implicita e cercano di costruire alternative (3).
Si tratta di tre linee di pensiero accomunate dal fatto di porre in severa crisi le nostre convinzioni e le nostre identità, e per quanto questo sia disturbante per noi (anche chi scrive è un maschio, bianco, eterosessuale ed europeo), forse è proprio questo movimento fondamentale di disidentificazione a poterci aprire nuove vie di lotta e di vita che escano dalle logiche imposte. Del resto, come abbiamo detto, è il capitalismo stesso a minare le identità e i rapporti di classe tradizionali: dunque si tratta semplicemente di assumere su di sé coscientemente questo processo, prendersene la responsabilità ed esplorare le vie rivoluzionarie che esso implica, senza subirlo passivamente da un sistema che lo sfrutta per riaffermare ora e in eterno il proprio principio di sfruttamento e di disuguaglianza. 

Non abbiamo soluzioni in mano, ma ci consola la convinzione che intraprendere questa strada ci permetterà di creare nuove comunità, nuove identità, che non siano monolitiche ma fluide, capaci di adattarsi ai tempi teorizzando e praticando un nuovo tipo di lotta, per uscire da questo incubo in cui "è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo" (4) e capire che siamo in questa situazione tutti assieme, anche se ognuno in modo diverso. 

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(1) Ci riferiamo in particolare a Anti-Edipo. Capitalismo e schizofrenia
(2) Per un'analisi storica di come questo processo si sia dipanato nel corso del Novecento, consigliamo E. Hobsbawn, Il secolo breve.
(3) Del resto queste teorie dimostrano anche come gli effetti del capitalismo che stiamo descrivendo in questo articolo siano particolarmente evidenti in Occidente, dato che buona parte dei paesi in via di sviluppo e del terzo mondo rimangono tutt'oggi in una situazione ascrivibile al capitalismo industriale ottocentesco. Ciò non invalida necessariamente il nostro discorso, ma è un importante fattore contestuale da tenere in conto. 

(4) M. Fisher, Realismo Capitalista. Chi ha letto altri nostri articoli sa bene come ci piaccia questa frase. Essa del resto riassume bene la situazione attuale, e proviene da un libro che, nella sua brevità, espone con lucidità molti dei problemi che ne stanno alla base, e che quindi consigliamo calorosamente.

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Ultimo aggiornamento ( Giovedì 21 Dicembre 2023 17:22 )  

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