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Perdita della speranza nelle carceri?

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Siamo arrivati a circa 70 suicidi dall'inizio di questanno nei carceri italiani. in questi giorni mi sono domandato: Cosa spinge un essere umano a togliersi la vita? Forse per un passato pieno di rimorsi; o per il presente troppo duro da affrontare; ancora, per un futuro che non esiste più, che pare cioé un miraggio. Una situazione che si può analizzare verso vari punti di vista.  

Essendo stato, io stesso, colpevole di un tale gesto, questo articolo mi trova emotivamente molto coinvolto (forse troppo...) e vorrei esprimere la mia opinione.
Anche se le circostanze sono diversissime - tra chi si suicidia in carcere e la mia situazione - uguale sono i sentimenti che portano una persona ad un gesto così estremo, totale. Ma aggiungerei che in 
primis mi viene da dire "la perdita della speranza", condizione che si coincilia con la situazione odierna delle carceri italiane, per tante cause soprattuto il sovrafollamento delle stesse, condizioni spesso al limite della violazione dei diritti umani sopravvivenza insostenibile per coloro che sono rinchiusi tra quattro mura. Una stanza di pochi metri quadrati dove anche respirare è sofferenza.

D'altra parte i numeri parlano chiaro: secondo l'associazione Antigone, nel 2023 i detenuti erano circa 60.000, oltre 1.0000 in più dei posti realmente disponibili, con un tasso di sovrafollamento stimato intorno al 117%. Putroppo le Case circondariali non sono atte al recupero ma solo penitenzili, cioè atte alla punizione. La preoccupazione sale osservando lo stato fatiscente di molti istituti di pena presi in considerazione (la percentuale di essi è intorno al 30%): questi istituti sono stati costruiti prima del 1950, la maggior parte addirittura prima del 1900, con problemi annessi, quali mancanza di acqua (nelle isole), riscaldamento o acqua calda per tutto il giorno, assenza di sanitati, docce,  e quindi scarsa igiene.

Perfino la nascita di reati o inasprimento delle pene, come quelle del pacchetto sicurezza, non aiutano in questo senso, poiché portano ad un peggioramento della situazione, non prevenendo tra l'altro il reato stesso.

Tutti questi dati contrastano con quello che recita l'art.1 dell'ordinamento penitenziario:
"nei confronti dei condannati e degli internati deve essere attuato un trattamento rieducativo che tenda, anche attraverso i contatti con l'ambiente esterno, al reinserimento sociale degli stessi".

Aggiungo, che queste sono persone e non animali, sempre più a rischio di emarginazione, soprattutto quelli con disagi psichici o dipendenze conclamate, in un sistema inadatto a intravedere la speranza per ciascuno dei casi.

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Ultimo aggiornamento ( Martedì 13 Agosto 2024 12:25 )  

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