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Intervista al fotografo Enrico Prada

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enrico prada foto   Enrico Prada, fotografo e critico d’arte

"Uno degli esercizi che faccio con i fotografi è bendarli e lasciarli per un po’ di tempo senza sguardo. Li lascio fluttuare nelle sonorità del mondo. O nel silenzio. Uno degli scopi dell’esercizio è di far sentire il mondo. Un sentire che non è solo acustico. Poi, tolta la benda dagli occhi e ritrovato lo stupore e la meraviglia dello sguardo, li lascio fotografare. In un modo più ricco. Credo.”

 

 Chi è Enrico Prada?

E' un fotografo. Lo abbiamo scoperto quasi per caso durante una discussione per l'approfondimento di un articolo sulla fenomenologia della fotografia.

"Leggete questo Blog - La valigia di Van Gogh - e poi ditemi cosa ne pensate". Ma non ci bastava leggere i suoi scritti, così abbiamo voluto intervistare l'autore per conoscerlo meglio. 

Il suo approccio alla fotografia e alla scrittura ci è sembrato molto centrato, finalmente un autore che analizza e approfondisce ogni aspetto, da varie prospettive, facendone anche una sintesi giornaliera nel suo blog.

"...per fotografare il mondo, le cose, i volti con un occhio libero e leggero, cercando anche, di fotografare ciò che non è visibile"...."forse può sembrare paradossale, ma la fotografia deve cogliere ciò che l’animo percepisce".

Dopo l'esperienza in India per lui cambia qualcosa.
Prima, quando - amavo fotografare il paesaggio - la mia era una fotografia lenta, di attesa. Quasi meditativa. Stavo in uno spazio di contemplazione, insomma. Me ne stavo tranquillamente seduto sulle tribune: poi arriva l’India. E in tribuna non ci sono stato più. Sono sceso in campo.

Mi sono mescolato alle cose e alla gente. Sono diventato anch’io cosa e gente.

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Enrico confida che si sentiva “in bilico” fra fotografia e scrittura, in un certo periodo pensava di dover scegliere una delle due. Poi grazie alla scoperta di una nuova forma di comunicazione - il blog -  è diventato un abile equilibrista, riuscendo a destreggiarsi perfettamente  tra l'una e l'altra. Da allora, tutto si è ricomposto.

Uso e faccio usare la scrittura come atto di arricchimento sensoriale. Perché quando “scriviamo” le nostre immagini, lì, in quelle parole, si depositano anche idee, pensieri, analogie, sensazioni, umori, suoni, odori, ricordi, fantasie.” Abbiamo trovato interessanti questi suoi interventi e quindi li abbiamo lasciati senza commenti.

 

 

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Quando è iniziata la sua passione per la fotografia?

I miei inizi sono un po’ strani. Sono diventato fotografo da bambino, a 6-7 anni, per un motivo molto tragico. Quando mio papà è morto io ero in ospedale. Mio nonno ha quindi incaricato un fotografo di documentare il funerale di mio padre, al quale io non avrei potuto assistere. In casa, mia madre ha sia l’album di nozze sia l’album del funerale di suo marito.
Mio nonno, quando poi sono uscito dall’ospedale, mi ha mostrato le foto e io mi sono detto, con l’innocenza dei bambini: “Voglio fare il fotografo perché voglio serbare le cose che amo, voglio poterle tenere con me”.

Era anche un modo per elaborare il lutto. E lì è nata questa fiammella che mi ha sempre sostenuto. Poi me la sono ritrovata a vent’anni, quando è diventata fiamma.

 enrico prada scie

 

 

Come è avvenuto il salto di qualità?

 

La vera e propria conversione alla fotografia è avvenuta nel periodo in cui studiavo in Francia. Ho studiato teatro, regia, arte e fotografia. Me ne ero andato in vacanza ad Arles, e lì ho scoperto i rencontres fotografici.
Ho visto una città invasa dalla fotografia ed è stata una combinazione che mi ha fatto scattare qualcosa. I rencontres internazionali di fotografia sono un appuntamento annuale classico nelle prime settimane di luglio. Sono una specie di antologia di ciò che viene realizzato durante l’anno, in tutto il mondo, dai fotografi. Lì ho avuto la fortuna di incontrare la fotografia, la grande fotografia e da lì ho iniziato a studiarla. E' un linguaggio autonomo ed ha grandi possibilità espressive e narrative. Possiamo dire che è stato come incontrare la donna della mia vita.

enrico prada alberetti

 

 

 

 

 

 

Nel mondo di oggi, grazie a internet, si ha accesso a miliardi di fotografie e, con un cellulare, si può fotografare ciò che ci circonda in qualunque momento. Lei che ne pensa?

 

La rete, facebook, i social danno un grande vantaggio: puoi mostrare il tuo sguardo a tantissima gente. Il rischio grande è però la cecità: se prima guardavo cento foto adesso ne ho davanti cento milioni al giorno e questo mi porta a non vederle più, o comunque a vederne poche. Questo è il grandissimo pericolo.

 

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Cioè perde importanza la singola foto?

 

Un po’ quello. Poi ribaltiamo la prospettiva: purtroppo ci sono veramente troppi sguardi non educati alla visione, all’immagine. Insegniamo a scrivere, a fare i conti, a lavorare a maglia ma non insegniamo a guardare. Viene dato per scontato: "è un senso come gli altri, nasci e sai vedere"; in realtà non è così. La fotografia è, comunque, un linguaggio peculiare. Guardare è un fatto complesso che mette in gioco saperi, conoscenza e memoria, i sensi...

Ecco, dunque, da una parte un eccesso di visibilità che porta alla cecità, come quando hai troppa luce. E dall’altra parte proprio perché tutti possono accedere alle immagini, non solo come visitatori, ma anche come produttori c’è un grande analfabetismo visivo.

 

enrico prada mani

 

Così diventa più difficile individuare i talenti?

 

 

Qua è là si individuano, si vedono. La qualità dozzinale è abbondantissima, certo. Le brutte cose ci sono. Però se ti concentri con uno sguardo attento ed educato, cioè preparato a vedere, a guardare e ad analizzare, cogli le cose importanti, le cose interessanti. Io ho avuto la fortuna di scoprirne e di vederne. Non sono così pessimista, mi piace la rete ed i social anche se c’è questo rischio.

 

enrico prada semaforo

 

 

Oggi molti ritornano alla fotografia analogica. Si tornerà a stampare?

 

Qualche segnale mi sembra ci sia perché sempre più gente torna all’analogico, alla stampa. Vedo sempre più di frequente corsi dedicati alla camera oscura. Questo significa che un rimpianto c’è nei confronti dell’analogico. Io sono nato con l’analogico e lo uso ancora per il medio formato ed il grande formato anche se devo riconoscere che il digitale offre una serie di comodità. L’analogico è l’aspetto artigianale della fotografia, rende il fotografo un vero artigiano.

 

 

 enrico prada acchiappa palo

 

E cosa ne pensa della post-produzione dopo lo scatto?

 

Io non sono un purista, anche se il ritocco non lo uso quasi mai.
Come ho detto prima la mia formazione è analogica quindi l’80-90% dell’immagine la creo già in ripresa. La post-produzione la uso per correggere qualche piccolo errore, qualche ombra sporca. Poca roba. Ma questa è una mia scelta, è una questione di gusti. Ripeto: non sono un purista. Certo mi danno fastidio le immagini volgarmente rielaborate. Non sono immagini brutte in sé, ma è una questione di eleganza, di misura, di finezza.

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https://lavaligiadivangogh.wordpress.com/

http://www.photographers.it/free/enricoprada/

http://www.deapress.com/editoriale/19444-grazie-della-lezione-di-fotografia.html

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Gruppo di Studio e Ricerca DEA e Università degli Studi di Firenze:

Thomas Maerten, Paolo Colli, Emma Bavecchi, Silvia Dalle Donne.

Progetto in collaborazione con l'Agenzia DEApress

 

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Ultimo aggiornamento ( Venerdì 03 Giugno 2016 09:26 )  

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