
“Quest'anno ho deciso che è arrivato il tempo di portarti alla sfilata elettorale, è arrivato anche per te il momento di vedere come si sceglie e si vota, sei grande abbastanza per iniziare a capire come funzionano le cose...”. Era una fredda mattina di febbraio quando mio nonno se ne uscì con questa affermazione.
Rimasi con il biscotto in mano davanti alla bocca aperta, il frollino si ruppe dopo pochi attimi e, cadendo nella tazza, il caffelatte schizzò fuori macchiandomi il pigiama. Era la prima volta che uscivo con lui, la prima volta che condivideva con me la sua vita pubblica e l'idea che fosse proprio per il carnevale elettorale mi sorprese e mi eccitò allo stesso tempo.
“Adesso alzati, vatti a lavare, vestiti velocemente, prendi trombetta e stelle filanti ed usciamo altrimenti facciamo tardi e ci prendono i posti migliori...non sopporto di vedere i carri da lontano...” mi disse serio ed un po’ irritato osservando le macchie del caffè sulla mia camicia da notte.
Non esitai un secondo in più, salii di corsa in camera, indossai i primi vestiti che trovai sul letto e quando andai a prendere, dalla bacheca nel muro, le trombette ed i caricatori di stelle filanti e coriandoli mi fermai a pensare: quante volte avevo osservato il mio riflesso sul vetro che mi precludeva l'uso quegli oggetti magici che erano stati da sempre fuori della mia portata; quante volte avevo immaginato la gioia che si doveva provare a sentirsi padroni del proprio destino mentre si votava il carro preferito immergendosi nel tripudio creativo dei carnascialeschi festeggiamenti elettorali. Riflesso in quello specchio avevo visto il mio volto cambiare, trasformarsi, divenire adulto ed ora finalmente era arrivato il mio momento, avrei scelto anch'io, anch'io avrei contribuito alla felicità del popolo.
“Andiamo!”, l'urlo di mio nonno interruppe le mie divagazioni, scesi di corsa le scale fino all'ingresso e rimasi di nuovo abbagliato dal suo cappello; lo riconobbi subito, era quello che indossava sempre il giorno delle elezioni, una grande scatola che si apriva e faceva uscire una grande mano appena passava il carro prescelto. Uscimmo. In strada era freddo ma l'eccitazione della gente che accorreva allo stadio elettorale mi faceva venire i brividi, era come se l'aria si stesse scaldando di emozione e di attesa. Trattenni per un po' la curiosità poi sommersi il mio vecchio di domande.
“Perché prima il voto per il carro migliore era segreto?” fu la prima cosa che chiesi e che non avevo mai osato esternare.
“Era segreto sì, diversi decenni or sono...e non c’erano carri elettorali, ma solo simboli su una scheda”. Il nonno assunse un'aria pensierosa, a dimostrare lo sforzo che stava compiendo in quella operazione di memoria.
“...perché i nostri nonni avevano combattuto perché lo fosse, perché fosse garantita la libertà di scelta, sai c'era stata una dittatura e il voto aveva perso la sua importanza, quando andavano a scegliere venivano controllati, non c'era possibilità di dissenso, tutto si svolgeva sotto il controllo della polizia, mancava la libertà...e per questo hanno combattuto per la libertà” accentuò l'accento dell'ultima parola prima di ripiombare in una pausa di riflessione.
“Vota in alto, vota il carro più alto!” sentii un uomo raccomandarsi ad alta voce nei confronti di un amico che, tutto colorato di arancione, lo seguiva mostrandogli il vivace cromatismo del suo vestito e replicando: “Io voto quello più colorato mi dispiace, l'altezza non sempre è sinonimo di bellezza!”.
Interruppi il silenzio del nonno con una nuova domanda: “ Ma se il voto durante la dittatura non era segreto e quindi non era libero perché adesso è di nuovo tornato palese?”
“Questa è un'altra storia ragazzo” mi rispose emergendo dalla lunga pausa che si era preso, sembrava triste ed affaticato a ripensare alle storie di suo nonno.
“Vedi Pierfilippo, dopo la guerra, quando è finita la dittatura, è nata la repubblica e la democrazia ha iniziato ad uscire dall'età adolescenziale, quasi tutti pensavano che il voto fosse la condizione sufficiente per poter partecipare alla vita del paese, poi però...” il nonno si fermò di nuovo, era evidente che lo sforzo di memoria lo stava stancando.
“...poi però?” lo incalzai avido, era la prima volta che accettava di parlare del passato.
“Ecco, poi...è difficile spiegare cosa è successo, ci siamo come dire adagiati, è come se la responsabilità del voto ci avesse sollevato da altre responsabilità che sono ugualmente importanti per un cittadino...”
“Com'è possibile?” chiesi sorpreso, non pensavo che fosse così difficile per lui, spiegare cose davanti alle quali lo avevo sempre visto sicuro si sé.
“Andiamo a votare, a votare tutti, ce n'è per tutti i gusti! A votare di corsa, felici e contenti, scegliamo chi si mette meglio in mostra!”. Gli slogan entusiastici di un signore in bicicletta vestito da forchetta ci fece girare entrambi e il nonno sembrò ritrovare l'ispirazione per rispondere alla mia domanda.
“Ecco cercherò di spiegarti tutto con una metafora, quella del cibo. Dunque tu sai che per vivere bisogna bere e mangiare. Ora, l'acqua è acqua dappertutto, certo può essere inquinata ma è sempre acqua ma il cibo può essere diverso, ha vari componenti nutrizionali, può avere vari gusti cambiare da posto a posto. In questo paese siamo stati abituati a mangiare le stesse pietanze, o se vuoi a vedere ogni pasto organizzato in portate, primo, secondo, dolce, frutta, mi stai seguendo?”
Il nonno mi riprese dopo che mi ero voltato ad osservare un gruppo di elettori vestiti da marziani che cantavano in coro canzoni elettorali.
“Sì nonno, scusami, ti sto seguendo, siamo arrivati ai gusti del voto durante la repubblica, continua ti prego”.
“Ecco sì, insomma ci si nutriva di cibi sempre uguali, a volte scadenti, ogni tanto era necessario tapparsi il naso, tanto l'odore dei pasti cucinati sempre allo stesso modo diveniva insopportabile e noi sapevamo che l'unico modo per vivere era quello, bisognava mangiare, acquisire forze ed andare avanti, c'era la paura che a cambiare alimentazione e a mangiare, che ne so, un cibo di un colore piuttosto che un altro si diventasse diversi, peggiori, la nostra vita si sarebbe rovinata. Poi all'improvviso l'offerta si è moltiplicata, tutti hanno potuto mangiare di tutto in qualsiasi posto ed allora sì che i colori del cibo si facevano importanti per la scelta oppure si cambiava nome alla stessa minestra per poterla rendere più attraente, si presentavano pietanze che sembravano più belle a vedersi che a mangiarsi e questo abbiamo scelto per qualche decennio...sempre nel rispetto della scelta individuale e della libertà di ciascuno di noi e...”
“E poi? Cosa è successo? Come mai siamo tornati a dover scegliere mostrando a tutti i nostri gusti?” Lo interruppi innervosito, questa storia del cibo cominciava a non piacermi, vedevo il nonno sempre più dubbioso e meno contento di andare alla sfilata elettorale.
“E poi, e poi...stai calmo che cerco di spiegarti tutto, non è mica facile!” il nonno si agitò ed il cappello cadde in terra, lo guardò interdetto come se non volesse raccoglierlo allora lo raccattai e glielo porsi.
“Scusami nonno, è che a forza di parlare di cibo, non riesco a trattenere la fame della mia curiosità.”
Il nonno sembrò non curarsi delle mie scuse e continuò con il racconto, intanto ci stavamo avvicinando all'elettodromo, si moltiplicavano i colori dei vari schieramenti, i cori, l'eccitazione della gente, l'entusiasmo che non riusciva però a prendermi come mi sarei immaginato perché negli occhi del nonno era ormai calato un velo di tristezza che sembrava troppo pesante per essere tolto.
“Poi, caro nipote, ci hanno detto che tutto quel cibo colorato, dai gusti spiccati e saporiti, non faceva parte di una dieta sana, che l'alimentazione degli ultimi decenni aveva compromesso l'organismo della nostra democrazia, e non solo della nostra aggiungo... Il colesterolo aveva intasato le vene della vita economica e civile, il corpo della nostra repubblica procedeva lento, goffo ed appesantito e...”
“Scusa nonno ma che tutto quel mangiare ci faceva male non potevano dircelo prima?”, la domanda sorse spontanea.
“Eh, bella questione...diciamo che quando si mangia con gli occhi non stiamo tanto a guardare se le pietanze fanno male o no, si mangia troppo e male, non si ascolta più lo stomaco e dopo poi ci fa male la pancia e bisogna curarsi. Si parla tanto di prevenzione come scelta ma poi l'offerta di tutti questi cibi cattivi rende una scelta prevenuta sempre più difficile, mi segui?”
“Ti seguo, ed allora?”
“ Ed allora sono arrivati i medici luminari e le medicine e ci hanno detto che sì, continuassimo pure a mangiare come avevamo fatto negli ultimi decenni, che era indifferente, che tanto le medicine avremmo dovuto prenderle lo stesso però, per onestà intellettuale, bisognava avvertire di quali erano i difetti di quel cibo che stavamo mangiando, sembra contorto ma adesso che entriamo nell'elettodromo ti sarà tutto chiaro”. Il nonno mostrò la sua carta elettorale, i cori si fecero sempre più potenti, detti la mano al nonno e chiusi gli occhi, sopraffatto dal delirio di colori e musiche che mi si presentò davanti e li riaprii solamente dopo aver raggiunto i nostri posti. Lo guardai stupito, sembrava aver ritrovato la felicità, il viso aveva acquisito di nuovo colore, la tristezza della spiegazione che mi aveva dato sembrava svanita.
“Ecco figliolo, qua si capisce che nonostante tutto, l'uomo continua ad essere intelligente e diabolico allo stesso tempo...”, con una mano indicò la folla racchiusa nell'enorme catino che ribolliva di gente eccitata, stavano entrando i carri, rimasi a bocca aperta, incapace di proferire parola, era come se le immagini si moltiplicassero rifratte infinitamente da un delirio di schermi, luci e colori, slogan urlati e coreografie impressionanti, era un circo enorme e folle.
“E' diabolica la volontà dell'uomo di perseverare negli stessi errori e stupefacente la capacità che ha di ingannarsi per poter sprofondare in questo eterno presente di piacere e godimento”. Era irriconoscibile, era come stato rimesso a lucido da tutta la forza ebbra che sprigionava in quel posto.
“Dobbiamo scegliere? Sappiamo di dover scegliere senza poi decidere niente perché tutto è già deciso? Ed allora la risposta è questa: rendere i difetti e le storture della scelta attraenti, pura forma di cartapesta che racchiude il vuoto di meccanismi a noi sconosciuti. Guardiamo i carri adesso, dimmi quale ti piace di più che lo votiamo...Ogni carro per essere riconoscibile si ispira ai vizi umani...ecco il carro della gola...della fame di potere...” Mi indicò un'enorme bocca che fagocitava le comparse dentro un ambiente, lo stomaco, dove poi si producevano luci e balletti caleidoscopici avanti ai quali rimasi a bocca aperta, tanto per rimanere in tema. Scoppiai a ridere quando si avvicinò il carro dove era trasportato un organo sessuale maschile che si apriva nella parte superiore per lasciare spazio ad un razzo che veniva lanciato in aria attaccato ad una molla che si dispiegava facendo leggere la scritta “Dritti verso il futuro!”
“Quello è il carro della lussuria, ti piace?” Cercai di annuire mentre a stento riuscivo a soffocare le risate, mentre il carro dell'ira mi veniva preannunciato da una pioggia di urla che, fuoriuscendo da un volto rosso fuoco dagli occhi di bragia, divenivano un vento impetuoso che colpiva impietoso le comparse del carro. Questo mi spaventò, rimasi colpito dalla forza materiale delle parole più che dal loro contenuto. Il nonno mi indicò subito una nuova creazione carnevalesca che si stava avvicinando e che trovai inquietante; era, preceduto da sonorità ipnotiche, il carro dell'accidia che si avvicinava e sul quale era disteso un uomo con la parte inferiore del corpo fatta di radici, come un albero sradicato, muoveva la testa da un lato all'altro cambiando radicalmente espressione, dalla gioia sguaiata di una grassa risata al dolore di un pianto inconsolabile.
“Che vuol dire?” chiesi incuriosito al nonno.
“Questo è il carro dell'accidia, il sentimento dei politici che si sono sradicati dal terreno popolare per sdraiarsi nel letto di un'attività fatta di niente, di chiacchiere, di sentimenti inutili ed ipocriti, di...”. La frase del nonno rimase a metà, lo guardai perdere di nuovo quel poco entusiasmo che era tornato quando eravamo entrati dentro l'elettodromo. Assistemmo in silenzio al resto della sfilata, ai numerosi giri che i carri fecero per convincere gli spettatori a farsi votare. Consumai senza entusiasmo la mia scorta di stelle filanti e coriandoli e condii tutto con due pernacchie della mia trombetta.
“Perché mancano gli altri peccati?” chiesi deluso aspettando invano l'arrivo di altri carri.
“Inutile dirti che quelli che mancano sono comuni a tutti i carri specialmente la superbia. Ora sbrighiamoci, è il momento di votare, facciamo presto così evitiamo la fila per uscire”. Scegliemmo l'accidia, senza che il nonno potesse nascondere un moto di delusione e rabbia quando il cappello si aprì e nello stesso momento dal tabellone elettronico uscì il risultato dell'applausometro. Ci muovemmo subito dopo, senza aspettare il risultato delle elezioni, ci incamminammo verso l'uscita mentre lo speaker annunciava a piena voce la vittoria del carro dell'accidia.
“Ha vinto il nostro carro, nonno!” esclamai pensando di vedere un minimo cambiamento nel suo volto.
“Bene” rispose distaccato “sono contento e tu?”
“A me piaceva di più quello della lussuria...”, osservai con una punta di delusione.
“Tanto il prossimo anno torniamo a votare, vedrai che dopo l'accidia vincerà di nuovo il carro che ti piaceva.”
Il luce si stava già indebolendo, sentii ormai lontani i festeggiamenti degli accidiosi, il nonno mi prese la mano ed in silenzio tornammo a casa per la merenda. Ricordo di non averlo più visto tanto triste.
Samuele Petro(c)chi per DEApress
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