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Cosa resta di Egill: cronache vichinghe

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Cosa resta di Egill: cronache vichinghe di Jo Gabel

 

Di tutto quello che mi venne raccontato, durante la mia giovinezza, su Egill , lo scaldo d'Islanda, ho ricordi limpidi e confusi ad un tempo.

Me ne parlò per la prima volta la mia professoressa di tedesco, in quelle illuminate digressioni del suo prezioso “gioco didattico”, tanto entusiasmanti quanto inaspettate, che in quei primi anni di liceo, ci permisero di connettere il mondo tutto, agli argomenti del suo insegnamento.

Allora davvero non sapevo chi fosse Egill: un vichingo, un poeta presso le corti, un guerriero sanguinario, un guaritore, a dispetto della sua malattia e deformità?

Ancora oggi non saprei quale di quegli aspetti privilegiare per definire questo pirata vichingo, nato probabilmente intorno al 900 dC.

Comunque non mi stupì che quell'insegnante, amante dei versi scaldici, pochi anni dopo, si fosse trasferita proprio nella patria di Egill, per lavorare in un'università.

Per un po' di tempo le avevo scritto, ricevendo risposta: una corrispondenza preziosa, che ancora conservo, fatta di fogli scritti in una calligrafia minuta, che ho riletto pochi giorni fa, dopo più di vent'anni.

Vi trapelava ancora acceso l'interesse per quella figura norrena, ancora oggi sconosciuta ai più.

Anni prima, durante le sue lezioni, era riuscita ad impressionare la nostra fantasia :

Egill fu un uomo dai lineamenti minacciosi, dal cranio incredibilmente robusto, con l'impulso tipicamente vichingo di esplorare l'ignoto in cerca di fortuna. Feroce, ribelle e violento, ma dotato di una sua etica e raffinato autore di versi scaldici”.

Fu così che Egill Skallagrimssonn, il poeta-vichingo entrò di diritto nella mia fantasia.

Prima era a bordo delle drakkar, le tipiche navi norrene con cui aveva solcato i mari sino al Baltico, poi presso le corti dei re, dove era stato apprezzatissimo cantore di gesta eroiche e di quotidiane vicende.

Ma alle figure avvolte dal mito, non possiamo mai dare piena credibilità, così come all'energia del racconto della mia insegnante, faceva spesso da contraltare un certo scetticismo da parte dei suoi colleghi, circa l'effettiva realtà storica del personaggio.

A questo dissentire, lei si opponeva: “Le prove della sua esistenza sono sotto gli occhi di tutti”, ribatteva, indicando anche i luoghi della sepoltura, che sembravano essere stati ben tré, cambiati in rapida successione dopo la morte dello scaldo.

Nelle sue lettere, quell'insegnante sottolineava il coraggio di Egill, la sua prestanza fisica unita all'intelligenza non comune, citando tutte quelle doti che gli avevano permesso di raggiungere la veneranda età di 80 anni, sopravvivendo ad intrighi di corte e guerre.

“Perpetuare il suo ricordo, anche nella tradizione orale, impedì che venisse dimenticato, all'aspetto mostruoso corrispondeva un cuore impavido che aveva amato la sua gente”

aggiungeva, e mi sembrava che parlasse di un parente, di una persona cara, come può accadere a certi ricercatori veramente appassionati all'oggetto dei loro studi.

Certo è che storici, studiosi della letteratura, archeologi, filologi, linguisti e persino medici (a causa della malattia che afflisse il guerriero), avevano detto la loro sull'antieroe d'Islanda.

La discussione era stata accesa, visto che l'unica fonte di informazione derivava dalle saghe storiche islandesi, ossia uno dei più ampi complessi di letteratura vernacolare giunti fino a noi.

Questi testi comprendono ben 31 saghe maggiori ed altre minori e narrano dei viaggi dei primi coloni insediatisi in terra d' Islanda, che allora era il principale avamposto vichingo nell'Atlantico settentrionale. Scritte in prosa e versi tra l'870 ed il 1030, mantengono uno stile cronachistico, a differenza delle saghe mitiche e fantastiche anch'esse composte in Islanda.

In questi documenti, con stile spesso crudo, vengono descritti dettagli di vita quotidiana dei viaggi vichinghi verso la Groenlandia e la Finlandia. E occorre chiedersi se essi furono il prodotto di una lunga tradizione orale o furono composte dopo l'introduzione della scrittura in Islanda nel XIII° secolo.

Nel Libro di Moruvellir è contenuta la cosidetta “Saga di Egill”, una sorta di opera biografica, forse opera di Snorri Sturluson (discendente, da parte di madre, di Egill), fondata su alcuni canti del vichingo.

A prima vista sembra una narrazione nel pieno stile della favola: a partire dalle gesta del nonno di Egill, di cui la leggenda parlava come di un mutante-lupo,fino ai viaggi dei suoi figli verso l'Islanda, e di lì fino in Sassonia, per poi tornare alla terra nativa, dove il nostro scaldo morì assistito dalla figlia adottiva, vicino a Reykjavìk.

Di certo sappiamo che fu autore di numerose raccolte di versi, ma che non fu di certo un tipo tranquillo, se teniamo conto delle sue incredibili avventure.

Sebbene avesse composto i suoi primi versi a tre anni, a solo sei anni si era vendicato in modo feroce dei suoi compagni che l'avevano deriso. E poi aveva iniziato presto a solcare i mari, inviso alla regina di Norvegia, dalla quale si racconta che fosse sfuggito, scoprendone le trame e rendendo vani i suoi incantesimi.

Quando fu imprigionato da uno dei suoi nemici, Eirik il sanguinario, riuscì ad aver salva la vita grazie a versi mirabili che aveva composto durante la detenzione. E poi si narra che guarisse le persone da mali oscuri, grazie a speciali poteri taumaturgici.

Ma fu anche un uomo assai sfortunato: la sua imponenza temibile era dovuta ad una grave malattia, probabilmente il morbo di Paget, che rese il suo cranio “simile ad un elmo” per durezza e spessore delle ossa e che gli conferì una aspetto mostruoso, a cui segui' una fama sinistra.

Oggi è confermato dai medici: le ossa di un malato di morbo di Paget possono divenire eccezionalmente resistenti, al pari dell'avorio: quelle dello scaldo avevano avuto uno sviluppo esagerato; un aspetto così impressionante per il suo tempo, da far ipotizzare ai suoi contemporanei la sua discendenza dagli orchi:

Non sono avverso,

per quanto io possa essere brutto

ad accettare questa mia testa

come un elmo di pietra”

E' comprensibile come questi versi nelle sue ballate, avesseroispirato interpretazioni letterarie abbastanza fantasiose, ma la saga descrive in modo minuzioso la testa di Egill calva “e tutta percorsa da solchi come la conchiglia di un pettine”.

La leggenda vuole che l'ardore in battaglia gli avesse anche conferito lo spirito guerriero che animava i Berserker (termine norreno anglicizzato, che significa “combattente al pari dei feroci scandinavi sacri ad Odino”), e che fosse tanto forte da essere in grado di respingere dieci uomini con una sola mano.

Come un tale gigante mostruoso possa essere stato anche fine poeta, appare addirittura un controsenso, avvezzi come siamo ad attribuire la composizione poetica agli spiriti miti.

Ed anche riguardo questo, i nostri preconcetti culturali possono impedirci di vedere chi fosse davvero questo cantore guerriero: non fu solo un sanguinario, implacabile con i suoi nemici. Ricollocarlo nel suo tempo e nel suo luogo, significa poterne apprezzarne l'indomito coraggio e la schietta lealtà, la compassione e la difesa dei deboli.

A questo proposito la poesia norrena si basa su costruzioni verbali stilizzate e complesse che, una volta comprese, possono fornire informazioni preziose sul nostro personaggio:

Barcollo cieco presso il fuoco

chiedo alle donne pietà

aspra è la battaglia

Sulle piane della mia fronte

Si lamenta Egill, durante un attacco del suo male, che lo rende cieco e con un forte dolore al capo, e che dimostra la sua capacità di trarre immagini memorabili anche dai propri guai fisici: un esempio eloquente dello stile tipico della poesia norrena, che lo scaldo fu il primo a proporre in rima baciata. Questa espressione artistica tendeva a racchiudere le emozioni personali in giochi verbali coloriti, elaborando virtuosismi e doppi sensi, facilmente afferrabili dal pubblico dell'epoca, abituato alla complessità dei versi scaldici.

Un personaggio degno di essere ricordato in una saga fantastica, che incarna il paradigma dell'eroe del suo tempo.

Certo, tutto quanto qui illustrato non basta a concludere con certezza che tutte le sue storie, giunte sino a noi, siano documenti storici inoppugnabili.

Ma se davvero le ossa di Egill furono trasferite, dopo la sua morte, in due luoghi diversi ed in seguito tumulate presso la vecchia chiesa di Mosfel in Islanda, come asseriva la mia insegnante, con un terzo disseppellimento in un millennio, potremmo forse scoprire la verità.

Anche se restituire all'eroe il suo onore, non servirà a spiegarne l'iperbole artistica e gli aspetti contrastanti della sua personalità.

La nebbia non sembra essersi ancora diradata sul passato storico dello scaldo d'Islanda ed il pensiero corre a quella donna alta e bruna che per prima me ne aveva narrato le gesta.

Possedeva occhi vivi e penetranti, una di quelle insegnanti degne di questo nome, che sanno guardarti dentro senza bisogno che tu dica nulla.

Ci aveva appassionati all'indagine storica ed anche persuasi che molti di noi possedessero doti meravigliose, anche se a volte non facili da scoprire, ma degne di essere educate.

Ogni essere umano era diverso e magnifico per questo, ci assicurava.

Mi aveva invitato tante volte a visitare quella terra d'Islanda , che, a suo dire, era la patria degli uomini liberi di spirito.

Un giorno seguirò il suo consiglio e chissà che non potrò scoprire il segreto della tomba di Egill.

A lei, che ora veleggia attraverso i mari del nord sui grandi velieri vichinghi, mano nella mano con il suo eroe, è dedicato questo ricordo.

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Ultimo aggiornamento ( Venerdì 12 Maggio 2017 08:47 )  

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