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L'uomo che piantava gli alberi, ed io.

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giono.jpgIeri sera mia sorella rientra e mi porge un librettino dicendo "Toh." (mia sorella sta a me come il fratello di Daniel Pennac a lui. Se non avete letto "Come un romanzo" siete in grave errore e dovreste espiare rimanendo nella curiosità... ma siccome la mancata spiegazione distruggerebbe me quanto la curiosità qualcuno di voi, mi salvo io: il fratello di Pennac è un personaggio simpaticissimo - ed irritante - che, tra sintesi fulminanti e ami lanciati al pesciolino curioso, gli infonde l'amore per la lettura che lo segnerà a vita).

Quel "toh" è espressione della assoluta certezza che quel libro mi piacerà, è un biscottino al cane, un croccantino al gatto, un gancio di lattina sul quale precipita un raggio di sole per una gazza.

Quindi scodinzolando, ma procedendo altera, ghermisco il libro. "L'uomo che piantava gli alberi", di Jean Giono. Poche pagine, lo leggo mentre preparo melanzane alla piastra, tanto cuociono da sole (amo il cibo che non chiede pensieri, tranne quando vuol essere una dedica).

Eh sì, mi piace. Già nella prefazione una citazione che è una metafora: "Qualsiasi stupido è capace di distruggere gli alberi" (John Muir)

Un uomo, con un animo che definiremmo zen, in una landa desolata e arida della Provenza nella quale vive solo con le sue pecore dopo la morte della moglie e del figlio, ogni sera seleziona con attenzione le ghiande che pianterà in un terreno che dà poche speranze... è deciso a riforestare la valle abbandonata.

Il narratore incontra Elzéard Bouffier durante un'escursione e rimane in sua compagnia qualche giorno, affascinato e curioso. Bouffier gli racconta che pianta ogni giorno cento ghiande, e che ne ha già piantate centomila, aspettandosi di vederne sbocciare diecimila. Nel frattempo studia la riproduzione dei faggi e delle betulle.

Il giovane riparte, la vita lo assorbe, la prima guerra mondiale lo chiama. Il ricordo dell'uomo non lo ha mai abbandonato, e dopo 6 anni torna a cercarlo.

Trova, costernato, una foresta di querce, boschetti di faggi e di betulle, e Bouffier che continua a riforestare la landa. Nel frattempo è diventato apicoltore, temendo che le pecore potessero danneggiare il processo che ha, inoltre, rimesso in moto il naturale meccanismo a catena, anche i ruscelli hanno ripreso il corso interrotto. Da quel momento, ogni anno, il narratore torna da Bouffier seguendone i progressi, e quando una guardia forestale sbalordita dice loro che non ha mai visto spuntare una foresta dal nulla, portando nei luoghi delegazioni governative, è lui a rivelare la verità ad un amico funzionario forestale, il quale si impegna a dichiarare la zona riserva naturale protetta. Accompagneremo i due amici per molti anni, vedendo la speranza tornare in luoghi dai quali era sparita; non conteremo più gli alberi ma le diecimila persone che sono tornate a ripopolare i borghi. Un libro delizioso.

Stamattina arrivo, dopo qualche tempo che mancavo, alla stazione di Santa Maria Novella e penso che esista davvero un filo conduttore nelle cose, che un evento sia l'avvertimento di un altro, non legati tra loro seppur legati.

Alla stazione non c'è più un albero. Non uno.

Non ci sono più gli stormi di uccelli che stordivano, dei quali guardavo affascinata i disegni incomprensibili dei loro voli compatti. Transenne, operai, via la fermata d'autobus.

Scopro poco dopo, chiedendo in giro, che il progetto del Comune ha previsto l'abbattimento di trecento alberi in centro a Firenze, promettendo di piantarne ottocento. Non capisco, non poteva piantarne cinquecento e basta?

Dice: no, tra quelli espiantati alcuni erano quasi malati. "Quasi"?

Dice: la manutenzione costa tanto, allora li tolgono e li rimettono. E questo non costa? Quanto si risparmia con il metodo radicale? E i nuovi alberi non avranno bisogno comunque di manutenzione? 

Si dice che gli alberi da espiantare siano ottomila in totale. Io penso a Bouffier, a Muir. 

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