
San Gennaro che allontana i fulmini dalla città di Onofrio Palumbo - Chiesa della Santissima Trinità (all'interno dell'Ospedale dei Pellegrini) Foto di Stefania Parmigiano
Il concetto di pronto soccorso in Toscana è profondamente diverso dal pronto soccorso della Campania. Negli ultimi mesi ho avuto, purtroppo, modo di conoscerli entrambi, da accompagnatrice.
A Napoli c'è un'atmosfera da teatro di guerra, il pronto soccorso è un luogo in cui si perde il contatto con se stessi. Non ci si arriva certo per nulla, per cui l'ansia si aggiunge allo sgomento nel vedere quanta gente stia male ogni giorno, e gli infermieri ed i medici lavorare in condizioni di massimo stress. Non sembri tardiva la mia consapevolezza dello stato di non salute di tante persone, ne ero consapevole già prima. Ma nel pronto soccorso dell'ospedale Pellegrini di Napoli ci sono stata immersa tre giorni con mia madre, perché i reparti erano saturi, ed ho visto - mi è sembrato - un girone dell'inferno. Ho sentito parlare di patologie mai sospettate, ne ho visti gli effetti, ho sentito i lamenti e visto gli infermieri ed i medici passare, come anime inquiete, da un dolore all'altro senza mai perdere la concentrazione, senza confondere mai un problema o un paziente. "Non ci sono più lettini? Prendi la barella con la ruota rotta dallo stanzino! Sisì, quella! Lo vogliamo tenere sulla sedia?" "La signora affanna un po'" "Affanna? Senti il polso, il battito, il cuore, arrivo subito, salvo un attimo 'sto ragazzino. Tu rileva la pressione, dalle l'ossigeno! " "Signo' scusate qua non state bene! Se non volete lasciare vostra madre dovete restare invisibile!... vabbè, vabbè... siete invisibile, ma pure muta dovete stare... e in piedi, per piacere, ché qua pure le sedie ci servono".
Non si capisce come riescano a stare dietro a tutto, a badare a tutti, a salvare tutti. E a passare coperte, lenzuola, e medicinali da un reparto all'altro, velocissimi, perché non ce sono abbastanza. Si calcola ad occhio la necessità, e non sbagliano mai. Non ho visto morire nessuno in quei tre giorni, eppure di moribondi ne ho visti entrare. Ho sentito di frequenti ricambi di personale in quel pronto soccorso, e capisco perché: chi reggerebbe quel ritmo a lungo? Ho ripensato allo "scandalo" dell'ospedale di Nola del gennaio scorso: qualcuno fotografò dei pazienti a terra con gli infermieri ed i medici su di loro per salvarli. Lo scandalo, secondo alcuni, non era il fatto che non ci fossero letti e che, com'è giusto, ci si preoccupasse di salvare le persone in ogni condizione, ma la foto. Foto che denunciava le mancanze dell'amministrazione della Sanità. Tre medici sospesi - così si creano i capri espiatori - ma la levata di scudi immediata in loro difesa costrinse l'opinione pubblica a rivedere i fatti, e improvvisamente i medici furono, più verosimilmente, "eroi". Chi ne chiedeva l'immediato licenziamento con trionfante giustizialismo, improvvisamente tacque. Io spero per la vergogna ma nacqui illusa, lo so bene.
A Empoli, a Firenze, c'è un'atmosfera rarefatta negli ospedali, nel pronto soccorso non entrano accompagnatori. C'è un primo ingresso con lucidissima reception, poi c'è il triage, al quale accedi il tempo necessario ad aiutare la persona che hai accompagnato semi svenuta in ambulanza a registrarsi all'accesso, e qui trovi sei o sette infermieri in quieta attesa che parlano di brioches (parlare di pane, si sa, è plebeo). Poi sei respinta fuori, e se n'è pure andata l'operatrice dell'ambulanza (Mancini, se ho ben letto) che è intervenuta con serena professionalità, ha fatto le domande con pacata sollecitudine, ha disposto l'accesso al pronto soccorso dell'ospedale Santa Maria Nuova memorizzando notizie che neanche ti ricordi di aver dato. E resti fuori, con l'ulcera che sta, silenziosamente ma indefettibilmente, cibandosi del tuo stomaco. Ma sperando di entrare in mood zen ti mantieni tranquilla, pensando che tutta questa smania di tenerti fuori serva a rendere più efficace l'intervento medico. Empatia zero, ma viva l'efficienza nordica, ti consoli.
Però qualcosa non quadra, se dopo un'attesa che varia dalle due alle tre ore (scoprirai che è il tempo di ripresa dell'accompagnata, in realtà), vedi uscire l'impaziente paziente sui suoi piedi stufa di aspettare un intervento che non è avvenuto. Non le hanno fatto nulla, eppure non erano così impegnati. Dice l'impaziente: "non facevano granché, ed hanno continuato a non farlo. Mi sono intanto sentita meglio, ho chiesto di controllare la pressione (che andava monitorata magari anche prima delle due ore, e prima della rimostranza, considerato che l'impaziente è arrivata lì con 180/120) e ho deciso di venire via. A quel punto un infermiere mi ha detto 'che fa, rifiuta le cure? E io 'quali cure?' "
Ma tant'è. Si esce con la pressione ancora alta, ma con una cultura di brioches. Senza neanche una firma di dimissione e una (non dico diagnosi perché bisognerebbe inventarsela) raccomandazione.
Se mi doveste trovare svenuta per strada a Firenze fatemi venire a prendere dalla Mancini, per favore, ma mandatemi all'inferno. Preferisco, davvero.
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