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Un ricordo di Gianluca Azzurri

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gianluca_azzurri.jpgRicordo di Gianluca Azzurri (gli anni del Liceo a Firenze) Sono stato fortunato a conoscere Gianluca. È successo sui banchi di scuola, nel 1970, al Liceo Machiavelli di Firenze alla Fortezza, nel secondo anno, in 5 ginnasio. In quella fase della sua vita, quella dei primi anni delle Superiori, Gianluca era una forza della natura. Allegro, spavaldo e generoso, spaccone e sensibile, sempre esagerato. Era un ragazzo atletico anche se di statura non molto alta, con capelli lunghi sulle spalle di color rosso scuro e occhi azzurri che ridevano sempre. È l’unica persona che abbia visto in vita mia salire una rampa di scale in verticale sulle mani.

Era l’incubo dei professori perché era scatenato, indisciplinato, studiava poco ma allo stesso tempo tutti gli volevano bene per la sua ingenuità e perché prendeva in giro tutti ma non mancava mai di rispetto a nessuno. Era fatto così. Era molto intelligente e quando stava attento imparava subito e si teneva a galla. Era appassionato di musica, sia di Progressive che di West Coast che di Jazz, ma il suo preferito era De Gregori (gli piaceva soprattutto “Buonanotte fiorellino”, che cantava sempre alla sua ragazza dell’epoca). In seguito è stato un discreto batterista (troppo individualista per pensare ad una base ritmica condivisa) e un fantastico suonatore solista di armonica.

Un giorno che avevamo fatto forca a scuola per ascoltare con il mangianastri l’ultimo LP dei King Crimson (Lark’s tongue in aspic, primavera del ’73), noleggiammo una barchetta dai Canottieri e ci ribaltammo in Arno. Spesso andavamo in Lambretta in tre, c’era anche Francesco, era il terzo del gruppo, più di una volta fummo inseguiti dai vigili. Quando era in sella, Gianluca era veramente pazzo. Aveva una vespina 50 con cui andava a fare cross su una altura dietro scuola, ora cementificata. In seguito ha avuto una vecchia Harley. Una volta gli prestai la mia Lambretta 125, mi raccontò che siccome ad una curva del lungarni una macchina lo stava stringendo, aveva abbandonato il mio scooter ed era saltato sul bagagliaio della macchina.

Gli ho creduto. Una sera d’estate eravamo nel piazzale della scuola (proprio dove ora fanno la Mostra dell’Artigianato) a girare con gli scooter. Evidentemente davamo noia a quelli che abitavano lì (ora dentro quelle mura durante la mostra ci sono gli stand di gelateria, fast food, ecc) e una persona prese la macchina e, nel piazzale, cominciò ad inseguirci. Noi per un po’ scappammo ridendo ma ad un certo punto Gianluca disse basta, si fermò, scese dal motorino, lo mise sul cavalletto e cominciò a correre verso la macchina che gli veniva incontro, tipo toro e torero. La macchina rallentò (per fortuna) e lui con un salto oltrepassò il cofano, da una parte all’altra.

La macchina rientrò subito nel box. Non scambiammo una parola con l’autista. Facevamo Karate insieme e, prima degli allenamenti, talvolta a casa mia mangiavamo la “pappa del karateka”: aprivamo gli sportelli della dispensa e mangiavamo tutto quello che di commestibile trovavamo, mescolando tutto, dolce e salato. Lui diceva, prima di mettere in bocca: “Lo puoi dire tu?” (sottinteso: che fa schifo, se non lo hai mai provato…). Sarebbe stato un ottimo karateka ma non riuscì ad adeguarsi alla disciplina che quell’arte marziale richiedeva e smise presto. Purtroppo non è riuscito a incanalare tutta questa energia dirompente in qualcosa che lo facesse stare bene, al contrario, con gli anni, gli si è rivolta contro.

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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 11 Maggio 2020 20:17 )  

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