di Eugenio Donnici per Contropiano
C’è un dato di fatto che si fatica ad accettare nella società dei paesi capitalisticamente più sviluppati e si presenta come «scarsità di lavoro.»
Tutti i lavoratori che vivono del loro salario, quando percepiscono che il lavoro concreto che svolgono si sta dileguando e intuiscono che il valore di scambio della loro forza lavoro non trova una corrispondenza nel mercato, si aggrappano con veemenza a quella condizione, in quanto, sia dal profondo della loro mente che dalle loro esperienze pratiche, affiora la consapevolezza che la disoccupazione produca effetti più distruttivi nelle loro vite, al cospetto delle sofferenze e distorsioni derivanti dal rapporto di lavoro salariato.
La condizione di disoccupazione rappresenta il «nulla assoluto» per coloro che perdono il lavoro che svolgono, pertanto è una sana reazione opporsi a tale forma di esclusione sociale. Sulla base di questi presupposti, è possibile rilevare, come del resto fa Dahrendorf – osserva Mazzetti – che nei secoli della storia moderna hanno prevalso i principi della civiltà del lavoro.
E in questo contesto, la ricchezza si è presentata come lavoro oggettivato, come valore di scambio, come denaro e soprattutto come denaro che diventa capitale.
Se il riferimento alle categorie analitiche di Marx è evidente, la linea d’ombra dell’impostazione di Dahrendorf giace nelle accuse che indirizza a tutti i salariati che non riescono ad emanciparsi dalla società del lavoro.
La legge del salario da cui dipende il reddito, per far fronte ai bisogni della vita quotidiana, esercita una forza di attrazione più grande delle spinte idealistiche dei “riformatori illuminati” come il noto direttore della London School of Economics, per circa un decennio.
Le proteste degli operai davanti le fabbriche, ogni volta che si presenta una crisi aziendale, possono essere considerate come un rifugiarsi in degli interessi corporativi, stando alle conclusioni a cui giungono gli studiosi del calibro di Dahrendorf?
Non è proprio così! Un tale epilogo ci restituisce le convinzioni di colui che non ha mai sperimentato sulla propria pelle la condizione di disoccupato e che si accosta al problema della disoccupazione in modo astratto.
L’attaccamento al mondo del lavoro salariato ha le sue fondamenta nella cultura che abbiamo ereditato e trova una sponda formidabile nel sistema formativo, quindi, se da un lato non si può biasimare e rimproverare coloro che si trovano In questa condizione, che trascende la libera scelta degli individui, dall’altro lato, non si può negare che la difficoltà a riprodurre la forma del lavoro salariato si presenti come un problema oggettivo, con il quale fare i conti.
La nonchalance con la quale Dahrendorf pensa di spezzare le “catene del lavoro salariato” richiama gli atti volontaristici, che trasudano di onnipotenza. Non basta una semplice esortazione a spingersi oltre la società del lavoro, ma è necessario delineare il processo di disgregazione dei rapporti sociali di produzione, che annaspano non solo nella creazione di lavoro salariato aggiuntivo ma anche nella riproduzione di quello già esistente.
Nelle società capitalisticamente avanzate, la difficoltà ad espandere il lavoro salariato è alla base della crisi in cui siamo immersi da circa mezzo secolo, ma ci sono altre contraddizioni rilevanti in questa forma determinata della socialità.
Dahrendorf, nel suo Per un nuovo liberalismo, – puntualizza Mazzetti – rileva che il lavoro non ha mai avuto una dimensione particolarmente piacevole nella vita. Esso, infatti viene associato a una necessità per vivere, alla fatica, al sudore, all’allontanamento dei progenitori dal Giardino dell’Eden.
Nel modo di produzione capitalistico, la mediazione del denaro ha modificato la relazione tra il lavoro e la vita, li ha separati, resi estranei.
Ecco un frammento del pensiero di Marx a proposito di quest’ultimo punto: «Il denaro ha questo di particolare, che una volta lasciato andare, acquisisce una sorta di autonomia. Questa autonomia è il frutto di una reificazione, di una alienazione, di una cessione alla cosa di un potere che all’origine è un potere condiviso.» (1)

l'articolo completo su https://contropiano.org/documenti/2026/01/16/giovanni-mazzetti-e-il-tramonto-del-lavoro-salariato-0190275
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