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Lo Zahir di Sol Picò, alla XXIIIma edizione di Fabbrica Europa

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Sabato 7 Maggio, Sol Pico, coreografa catalana, tasta la pedana di un'improvvisato palcoscenico alla Stazione Leopolda, nel contesto della XXIIIesima edizione di Fabbrica Europa, un'Europa che colma la sua giovinezza istituzionale, la sua ignoranza funzionale allestendo laboratori di idee e progetti culturali. Ci sono tre cubi bianchi che a metrioska si aprono per arricchire la scenografia, su un tappeto altrettanto bianco, attraverso cui si dona l'espressività di questo talento della danza. Intorno, il buio architettonico di una stazione ferroviaria dismessa. Lo spettacolo è una fenomenologia di passi che ripercorrono, con passione e ironia, i lavori della sua carriera: One-hit wonders è un time-lapse di D.V.A (Dudoso valor artistico), Besame el cactus, Paella Mixta, El Llac de les Mosques, Memories d'uns puca.

Una voce fuori campo, interagisce con la performer e coreografa che risponde a suon di plies, flamenco sulle punte e un copione spagnolo che della finzione non ha nulla, eccetto la traduzione italiana proiettata su uno schermo in fondo alla sala che distrae lo spettatore dalla gestualità già eloquente della danzatrice. Sol Pico sembra interpretare la ballerina di Scarpette rosse, la favola di Hans Christian Andersen, che danza fino alla morte, o la prima ballerina Irena Boronskaja nel film del '48 diretto da Powell e Pressburger. Nello spettacolo di Sol Pico, però, l'umanità del ballerino non si lascia arginare dal talento e dalla professione: la vocazione che trova la sua musa in Tersicore si sposa perfettamente con la vitalità e la creatività dell'artista. L'escamotage narrativo dello spettacolo ruota intorno al dirottamento di un aereo su cui la coreografa siede da passeggera, un atterraggio improvviso e non pianificato che sembra simbolizzare il declino di una carriera che tocca l'apice del successo e che, nei quasi cinquant'anni dell'artista, fa capolino, rimurginando passati lavori coreografici.

Eppure, la passione tiene avvinghiata al palco Sol Pico, a un palco che allestisce un podio su cui nel finale dello spettacolo questa carismatica ballerina si erge, circondata da una nebulosa improvvisamente sprigionata dalla parte inferiore della scena. Il suo perfetto en dehors, oltre che un'attitudine funzionale all'esecuzione, è il controllo del proprio corpo acquisito attraverso la tecnica ma accresciuto dall'amore per un'arte che, quando esiste, non permette distrazioni o allontanamenti. O tentennamenti.

Ammaliante il momento in cui ella balla in un metro quadro di erbetta sintetica, bendata, tra piccole piante grasse: una danza in punta di piedi traccerà la strada per il posizionamento di una fortissima donna anche in un pezzetto di mondo inospitale e angusto. Oppure la scena in cui con uno ski-simulator da piste innevate, costruisce una coreografia che si risolve nello sforzo di svincolarsi da una costrizione oggettiva o che si compie nella gestione della difficoltà, che nella danza diventa bellezza, emozione, tensione e espressione di energia. Tuttavia, la scena più densa, sembra quella in cui Sol Pico danza il flamenco su rosse mezze punte, interpretando una poetica che dall'Andalusia atterra nella Firenze che promuove il confronto e la diversità, oltre ai pacchetti regalo di via dei Tornabuoni. Le movenze, sensuali e intense, che il corpo assume durante questa danza, sono quelle di una Carmen che solo nella scala melodica ritrova il suo mondo, la sua cifra d'artista nel mondo. E' un flamenco bello e insolito come probabilmente solo una ballerina di danza contemporanea poteva mettere in scena.

Tutto in un'ora di spettacolo.

Il lavoro di Sol Pico è come quello Zahir della strega di Paolo Coelho, un pensiero che non concede congedi. Un donarsi totalmente che solo una passione, e non l'età anagrafica, può giustificare. L'artista è sola sul palco, eccetto una parentesi, in cui Sol Pico balla un duo con Ernesto Collado e una specie di fiaccola olimpica svolazzante in mano. 

I dialoghi con la voce fuori campo fungono da sottotitoli allo spettacolo.La coreografa parla, con ironia, del fallimento, della morte, come processi della vita. Parla della paura di volare, di lasciarsi andare e dell'artificio che l'immobilità cristallizza. Il movimento è il paradigma della vita, un'evoluzione, una danza, una stella danzante che nel difficile equilibrio con la resistenza, con ciò che ci frena e che ci fa paura, si prepara per spiccare nuovamente il volo, ad altitudini sempre rinnovate.

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Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 11 Maggio 2016 17:42 )  

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