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L'asimmetria danzante di Francesca Foscarini

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All'inchino dei due ballerini, seguono abbondanti applausi, a cui mi associo per cortesia. La performance mi ricorda la sensazione di un pasto post-mensa universitaria: quando poso il vassoio, non so mai effettivamente cosa ho mangiato.

Questo straniamento di senso era intenzionato da chi l'ha pensato? Lo spettacolo Vocazione all'asimmetria è la messa in forma di un'idea di Francesca Foscarini, che coreografa passi di danza, nel palinsesto della XXIIIesima edizione di Fabbrica Europa.

Nonostante le numerose esperienze riportate nei curricula di Francesca Foscarini e Andrea Costanzo Martini, altro inteprete dello spettacolo, faccio fatica a ritrovare il senso di questa abbondante mezzora, nonostante la suggestiva location delle Murate.

Le voci degli interpreti introducono il loro ingresso in scena, invitando gli spettatori a chiudere o aprire gli occhi a ogni Dark o light pronunciato. I due si alternano su un tappeto bianco rettangolare, sui cui due lati più lunghi sono posizionate quattro fila di sedie. Quando sento il terzo dark, decido di non chiudere gli occhi e sbirciare cosa succede. Cioè, nulla. Anzi, vedo Francesca e Andrea al centro di questa architettonica di mattoni rossi che guardano il pubblico. L'idea di per sé avrebbe buone potenzialità di promuovere un approccio che prescinda dall'apparenza, dalla vista, senso privilegiato della teoria gnoseologica occidentale. Tuttavia, nel momento in cui la coreografia sembra farsi più interessante, grazie a uno strumento come la loop machine attraverso cui i ballerini registrano e poi danzano sul loro respiro, si spengono le luci e si sentono urla, passi smaniosi e fuggitivi che interrompono quella dotazione di senso. A un sussulto iniziale, segue lo stupore e poi una risata che ho la fortuna di condividere con la cinquantenne seduta al mio fianco.

La danza contemporanea è, di per sé, un genere particolare, con cui si fa fatica a entrare in sintonia, se il coreografo non è Daniel Ezralow e la compagnia non è quella dei Momix. È una danza complessa, intellettuale, che si ribella ai rigidi schemi del balletto classico, facendo propri movimenti più fluidi, meno pre-impostati. Tuttavia, se i movimenti straripano in un corpo poco istruito o in una personalità poco carismatica professionalmente parlando, rischiano di diventare scomposti attimi di danza che perdono il loro potenziale espressivo.

La coreografia di Francesca dovrebbe parafrasare col corpo una citazione di Levinas, sull'importanza dell'incontro con l'altro, indispensabile alterità di fronte a cui l'individuo si apre al mondo, svelandosi. Quest'incontro emerge parzialmente nel finale dello spettacolo, di cui apprezzo la sincronia con cui i due ballerini si coordinano senza l'ausilio di una base musicale. È un mistero che si riaffaccia, quello della comunicazione muta dei corpi.

L'essenzialità con cui si struttura l'esibizione, una gestualità che si sottrae a escamotage tecnici, musicali e visivi, non aiuta la fruizione di una tecnica ballata non troppo elaborata. La narrazione di questo progetto coreografico dovrebbe essere la ricerca del momento di condivisione con l'altro, a cui si arriva gradualmente, dopo intervalli danzati ondeggiando, brulicando o tracciando semicerchi con l'indice intorno al proprio corpo, istante che seguo concentrandomi sull'energia che si riversa a terra, nel contatto pesante co. Accovacciati e distesi, i due danzano una tensione, che è forse possibile illuminare con la nostalgia dell'altro, forse ritrovato, forse intuito e desiderato.

La supposizione è l'unico modo con cui riesco a riportare formalmente questa esibizione. L'arte stessa, in realtà, non può che essere interpretazione, e probabilmente un senso univoco non può emergere senza stratificarsi in confusi percorsi paralleli. I passi di danza, si concludono, in effetti, proprio illuminando gli spettatori. Visti i numerosi apprezzamenti, probabilmente è stato un isolato caso, il mio, di non essere riuscita a valorizzare lo spettacolo, nemmeno a quasi un mese di distanza. O forse semplicemente una storia ambiziosa, che vuole essere anche un atteggiamento, una filosofia di vita, fa fatica ad emergere in quaranta minuti, se il talento non si impone e cattura la scena.

Tuttavia, non è forse questo rimurginare intorno al significato il centro di tutto?

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