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Paterson: haiku visivo di Jim Jarmusch

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Lo haiku è un breve componimento poetico giapponese composto  da tre versi, generalmente il primo definisce l’argomento che viene ampliato e definito nei due successivi. All’origine doveva avere un preciso numero di sillabe, col tempo si sono rese accettabili versioni che possono prevedere più sillabe, purchè rispettino il ritmo recitativo.  Sviluppatosi in Giappone nel XVII secolo, è talmente diffuso da essere diventato materia di studio nelle scuole superiori degli Stati Uniti, e conta svariati milioni di estimatori nel mondo. Privo di qualunque orpello lessicale, è la sintesi di uno stato d’animo. 

Paterson è una città del New Jersey, e Paterson è il nostro protagonista: autista di autobus cittadini di professione, poeta di indole. Assistiamo al dolcissimo risveglio di Paterson e della compagna di vita Laura (tra le frequenti citazioni presenti, una è dedicata a Petrarca) per un’intera settimana, dal lunedì al lunedì successivo, ed ogni giorno è scandito da pochi momenti (il risveglio, l’inizio del lavoro, il rientro, la passeggiata col bulldog Marvin per arrivare al bar). Il movimento è rappresentato da alcuni momenti che potremmo definire sillabe anarchiche (l’anarchia è precisamente citata con Gaetano Bresci, che è vissuto a Paterson), come il sogno di Laura (Golshifteh Farahani) che condiziona l’attenzione dell’uomo, l’incontro con la ragazzina poetessa che è quasi un riflesso del nostro autista, l’autobus che improvvisamente ha un guasto elettrico, l’innamorato respinto che minaccia una tragedia e che Paterson blocca con vigore (Paterson è stato militare, come il protagonista nella realtà), il cane Marvin che soffre di una gelosia indispettita verso il protagonista, fino alla sillaba anarchica finale che riporta l’ordine apparentemente perduto.

Lo sguardo di Paterson è sempre attento, meditativo, e se all’inizio ci sembra che la metrica sia lenta, quasi dissonante nel frastuono al quale siamo abituati, ci accorgiamo presto che riusciamo a osservare dal suo sguardo e troviamo sopportabile anche la maniacale visione di Laura di un mondo di simmetrie in bianco e nero (merita divertita menzione il mio sconosciuto vicino di poltrona, che invece sembrava lo colpisse una staffilata nei fianchi ad ogni nuova riga nella scenografia casalinga), i suoi esperimenti culinari, la sua insistenza perché Paterson faccia una copia delle poesie che produce ogni giorno e le sottoponga al giudizio di qualcuno, convinta com’è che siano le più belle mai lette.  Tenera a suo modo nella sua vaghezza, al contrario di Paterson ha un nuovo, sempre entusiasta, progetto al giorno.

Attraverso Paterson contempliamo la cascata dove si ferma qualche minuto prima di rientrare dal lavoro, ascoltiamo le voci che improvvisamente distinguiamo nel brusio dell’autobus, speriamo nel rapimento di Marvin, guardiamo dei fiammiferi e la loro scatola come un’opera d’arte di uno sconosciuto genio contemporaneo, annichiliamo alla vista del taccuino che raccoglie le sue poesie (poesie che sapremo scritte dal poeta statunitense Ron Padgett per il film) ridotto in brandelli.

Per ogni scena c’è un motivo, un’emozione, una conclusione. Senza una sillaba di troppo, se non quelle anarchiche, funzionali. Un minimalismo emozionale, intensissimo. Non per nulla il film è stato candidato alla Palma d’Oro a Cannes (vanta 5 premi e 24 nominations) e Jim Jarmusch, regista indipendente americano, è abituato ai premi nella categoria “miglior film” per la sua ricerca di significato, più che nella rappresentazione di eventi mirabolanti più cari ad un generalistico pubblico statunitense.

Una curiosità: Paterson è Adam Driver, Kilo Ren in “Star Wars: il risveglio della Forza”, e pare che il nome abbia avuto peso nella decisione di renderlo protagonista, per la quadratura “nome omen”.

Da assaporare lentamente, retrogusto amabile

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