"Hurricane" è una canzone di Bob Dylan, scritta a quattro mani con Jacques Levy. È la traccia di apertura di "Desire" e probabilmente la più nota dell’intero album.
La canzone parla di Rubin "Hurricane" Carter, un pugile accusato ingiustamente di un triplice omicidio e condannato a due ergastoli.
Carter, nato nel New Jersey nel 1937, ebbe problemi con la giustizia sin da giovanissimo, finendo in riformatorio poco dopo il suo quattordicesimo compleanno. A 17 anni fuggì dal riformatorio si arruolò nell'esercito, dove cominciò ad interessarsi alla boxe. Tuttavia la sua carriera militare durò solo 21 mesi. Nel maggio del 1956 l'esercito lo congedò, definendolo "inadatto al servizio militare".
Tornato nel New Jersey, Carter fu arrestato a più riprese e trascorse circa 5 anni in carcere.
Mentre era in prigione, Carter riesumò il suo interesse per la boxe e, subito dopo il suo rilascio, avvenuto nel 1961, diventò professionista.
Alto 1 metro e 73, Carter era mediamente più basso di un peso medio, ma combatté per tutta la sua carriera in questa categoria. Testa rasata, baffi prorompenti, sguardo aggressivo e fisico possente facevano di lui una presenza intimidatoria sul ring. Il suo stile aggressivo e la potenza dei suoi pugni (che gli fruttarono molti KO) catturavano l'attenzione del pubblico. La figura minacciosa e inquietante, la velocità di esecuzione e una non disprezzabile tecnica gli fecero guadagnare ben presto il soprannome di "Hurricane" (Uragano).
Proprio come un uragano i colpi di Carter si abbatterono su avversari di grande livello finchè, nel dicembre 1964, Carter salì sul ring contro l’italo-americano Joey Giardello, in un match valido per il titolo di campione mondiale dei pesi medi.
Sebbene lo sfidante avesse chiaramente prevalso in almeno nove dei quindici round, l’arbitro e i due giudici assegnarono la vittoria ai punti a Giardello. Fu – a detta di molti presenti quella sera era a bordo ring – una vera e propria ingiustizia.
Lo sfortunato esito del match di Filadelfia ebbe ripercussioni molto negative sul giovane Carter, fermamente convinto di avere subito un’ingiustizia. Dopo quella sconfitta Hurricane tornò subito a combattere, ma non era più quello di prima: pareva svuotato, privo di iniziativa, e dell’antica potenza non restava traccia.
Ma la sua triste parabola sportiva fu niente rispetto a quanto il destino aveva in serbo per lui.
Nelle prime ore del mattino del 17 giugno 1966 due uomini – due neri – entrarono nel Lafayette Bar and Grill di Patterson, la città natale di Carter, e aprirono il fuoco contro i presenti. Sotto i colpi dei due criminali caddero il barista e un avventore, mentre una donna morì un mese dopo per le ferite riportate. Compiuto il massacro i due killer fuggirono poi su un’auto bianca. Tra i pochi testimoni oculari della strage c’era anche Alfred Bello, un criminale che si trovava nei dintorni.
Da qui in poi una serie di eventi, solo in parte casuali, distrussero la vita di Hurricane. Poco dopo, infatti, la polizia fermò nei paraggi una Dodge bianca con a bordo due afro-americani: Rubin Carter, appunto, e John Artis, un suo amico. I due vennero subito trascinati sulla scena del crimine, ma non furono riconosciuti dagli avventori. La mancata identificazione non servì però a farli uscire dai guai, anche perché nella loro auto i poliziotti trovarono una pistola e dei proiettili da fucile dello stesso calibro impiegato nella strage.
Ad aggravare la loro situazione ci fu anche il mancato superamento della prova alla "macchina della verità", a cui vennero sottoposti nel pomeriggio successivo. Un test non attendibile, e quindi inammissibile come prova– tanto che Carter e Artis furono immediatamente rilasciati –, ma sufficiente a far sì che la polizia non smettesse di scommettere sulla loro colpevolezza.
Hurricane, nel frattempo, provò a tornare sul ring. In agosto, in Argentina, fu però sconfitto malamente ai punti dall’idolo di casa, Juan Rocky Rivero. Rubin non lo sapeva, ma quello fu il suo ultimo match.
Il colpo di scena si ebbe sette mesi dopo la carneficina, quando Bello, insieme ad un amico che quella sera era con lui, confessò che quella sera aveva effettivamente riconosciuto in Carter e Artis i due spietati killer. I due sospettati furono arrestati e processati. Il verdetto, emesso nel maggio del 1967 da una giuria interamente composta da bianchi, fu il carcere a vita, a dispetto dell’evidente mancanza di prove inconfutabili.
Durante la sua prigionia, Carter scrisse la sua autobiografia "The Sixteenth Round: From Number 1 Contender to #45472" (Il sedicesimo round: da sfidante numero 1 a numero 45472), pubblicata nel 1974. Sostenne la sua innocenza, ed ottenne il sostegno della gente, che spingeva per la grazia o per un nuovo processo.
Fu in questo periodo che Bob Dylan, dopo aver letto l'autobiografia di Carter, scrisse la famosa canzone "Hurricane".
Dopo otto anni, Alfred Bello ritrattò a sorpresa la sua testimonianza. Vennero alla luce anche nuove prove ma il giudice Larner, che aveva presieduto sia il processo originale che la ritrattazione di Bello e Bradley, negò un nuovo processo. Dopo vari tentativi, gli avvocati della difesa, tramite la Corte Suprema del New Jersey, riuscirono finalmente ad ottenere un secondo processo. Servì a poco: in tribunale Bello ripropose la prima versione e ciò spinse la giuria a confermare l’ergastolo ai due imputati.
Solo nel 1985, dopo un ulteriore lavoro sulle carte processuali con cui gli avvocati di Carter rilevarono evidenti anomalie e forzature, la Corte Federale ordinò la liberazione di Carter e Artis in quanto “vittime di un processo non equo e basato su pregiudizi razziali”.
Il calvario di Carter era finito. I venti anni passati in carcere non avevano tuttavia intaccato la dignità e la grinta del pugile di Patterson.
Dal 1988 Carter visse in una fattoria poco fuori Toronto in Ontario, ricoprendo la carica di direttore esecutivo dell'Associazione per la Difesa dei Condannati per Errore (ADWC) dal 1993 al 2005, lavorando inoltre come motivatore.
Nel 1993 gli fu consegnata la cintura di campione del mondo dal World Boxing Council .
Nel 1996 venne nuovamente arrestato a Toronto, ma anche in questo caso si trattò di un errore basato su uno scambio di persone e riconosciuto dalla polizia.
Nel 2005 ha ricevuto una laurea Honoris Causa in Legge dall'Università di New York, da quella di Toronto e anche dalla Griffith University di Brisbane, grazie al suo lavoro per l'ADWC.
Da tempo affetto da cancro alla prostata, Rubin Carter è morto a Toronto il 20 aprile 2014 all'età di 76 anni.
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