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Intervista a Graziella Rumer Mori. Per ricordare...

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In foto  Francesco Mori e Graziella Rumer . ph. silvana grippi/Archivio DEApress

Mi chiedi, Silvana, del nostro percorso: Francesco si è laureato nel 1953 ed io nel  1957. Laureatosi, Francesco ha fatto il servizio militare nell’ 8° Reggimento Alpini quale sottotenente. Congedatosi, nel 1956 iniziò la pratica forense presso l’Avv. Costagli, civilista, con studio in Via Ricasoli 11, conseguendo poi l’abilitazione alla professione nel 1958. Nel 1964, alla morte dell’ Avv. Costagli ne rilevò lo studio proseguendo la professione, sempre e soltanto quale civilista, fino al 1968.
Mentre Francesco era militare io partecipai ad un concorso indetto dal Ministero di Grazia e Giustizia ed entrai nell’ Amministrazione degli Archivi Notarili quale impiegata, con destinazione prima all’Archivio di Ferrara e poi a quello di Bologna. Laureatami, superai il concorso per Conservatore e dal 1958 fui titolare degli Archivi di La Spezia, Pisa, vice a Firenze e infine titolare dell’ Archivio di Livorno fino al 1971 quando detti le dimissioni per avviarmi alla pratica forense sotto la severa guida di Francesco che fu il mio maestro. Conseguii l’abilitazione professionale nel 1975.

Ma torniamo al 1968, quando avemmo un’ esperienza del tutto particolare che cambiò totalmente la nostra vita personale e familiare. Sposati nel 1958, all’epoca avevamo già quattro figli ai quali, non essendo credenti, non avevamo dato un’ educazione religiosa. Nel settembre di quell’anno, nel viaggio di ritorno da una vacanza in montagna avevamo con noi il padre di Francesco al quale, essendo persona molto religiosa, venne fatto di chiedere alla nostra primogenita quando avrebbe fatto la Prima Comunione. La bambina, rispose con il pianto senza dire parola: c’era un problema.
La cosa  non mancò di preoccuparci perché ci rendemmo conto che la sofferenza poteva derivare dal fatto che la bambina si sentiva esclusa da un’ esperienza del tutto comune per i suoi coetanei. Ci interrogavamo sul da farsi quando comparve sulla locandina de La Nazione la scritta “Parroco defenestrato all’Isolotto “. Si trattava di Don Mazzi. Sapemmo poi che, insieme ai propri parrocchiani, aveva espresso pubblicamente solidarietà ai cattolici che avevano occupato la Cattedrale di Parma venendo, per questo, duramente censurato dal Cardinale Florit. Sapemmo anche che la Comunità dell’ Isolotto praticava da tempo una forma di catechesi innovativa, frutto di una lunga esperienza comunitaria.

Il 27 ottobre (ricordo la data perché ricorreva il decimo anniversario del nostro matrimonio ) andammo ad assistere alla messa nella Parrocchia dell’ Isolotto trovando la chiesa totalmente gremita, cosa per noi del tutto inattesa. Al termine della messa ci recammo in sacrestia per parlare con il Parroco. Avvicinai Enzo Mazzi e, rivoltami a lui chiamandolo “reverendo”, gli prospettai il nostro caso e gli chiesi se avremmo potuto iscrivere nostra figlia alle lezioni di catechismo che si tenevano nella sua Parrocchia. Enzo mi rispose: “Perché tu non glielo fai te ?” Ed io. “Perché sono atea”. E lui di rimando: “Meglio ! “. Con queste sue lapidarie espressioni avemmo il primo contatto al quale seguì l’ incontro con la Comunità che poi abbiamo frequentato da laici. Fu un incontro che, come ho accennato, ha inciso profondamente nella nostra vita ( ed ancora ne serbiamo riconoscenza ) per quanto ci ha fatto immergere nel sociale e ci ha aperto la strada per operare le scelte che hanno caratterizzato anche la nostra attività professionale. Non ne è seguita alcuna appartenenza partitica, ma una scelta di campo che, per formazione familiare e culturale non avevamo saputo fare in precedenza e che ci ha fruttato una vita meno facile, nella quale tuttora ci riconosciamo. A fine anno partecipammo ad un’ Assemblea nel corso della quale fu data notizia della decisione presa dal Cardinale Florit  che aveva designato certo Don Alba quale provvisorio sostituto di Don Mazzi. Venne deciso che al sacerdote sarebbe stata data un certo tipo di accoglienza. Di lì nacque l’antefatto del “ processo all’Isolotto “ al quale Francesco participò come difensore, iniziando così la sua carriera di penalista. A quell’ Assemblea il Mori prese la parola in pubblico per la prima volta (eravamo stimolatissimi da quella comunità di popolo che parlava) e le sue parole cadevano come gocce, una dopo l’altra, faceva impressione ! Dopo di che è diventato il penalista che sapete, la passione e lo studio gli hanno dato gli strumenti.

Don Alba fece il suo ingresso nella chiesa dell’ Isolotto il 6 gennaio1969 accompagnato da fascisti muniti di catene (visti con i nostri occhi ) e trovò una chiesa così piena che non ci sarebbe entrato neanche uno spillo. C’erano infatti più di mille persone a riempirla. Francesco ed io, insieme a diversi altri, eravamo seduti con le gambe sotto l’altare. Questa fu l’accoglienza prevista, pacifica, ma decisa. Pervenuti gli avvisi di reato a cinque sacerdoti e quattro laici che avevano preso la parola all’ assemblea del 30 dicembre, per i reati di istigazione a delinquere e di turbamento di funzione religiosa, ci autodenunciammo in circa mille per quest’ultimo reato mandando in tilt la Procura della Repubblica di Firenze.
All’ esordio come penalista seguì l’impegno nel campo del diritto del lavoro e nello studio di Via Ricasoli si respirava un’aria particolare, sovente carica di notevole tensione. Le rivendicazioni studentesche e le lotte operaie, per non parlare di quelle per la casa e del movimento per le carceri alimentavano le occasioni di un lavoro, anche affannoso, del quale non si avvertiva il peso stante l’ importanza delle situazioni che via via si presentavano. Anche a Firenze venne costituito il Soccorso Rosso nel quale lavorammo assiduamente con i Colleghi Osvaldo Leonelli (morto in Nicaragua, un grande compagno ), Mocellin Morales, Rodolfo Lena, Nino Filastò, ed altri dei quali non rammento il nome e mi dispiace. 

Come non ricordare, però, il Collega Angiolo Gracci, il partigiano Gracco, comandante della Brigata Partigiana Sinigaglia.
E poi, in altro ambito, l’ indimenticabile Alessandro Margara, il Giudice di Sorveglianza amato dai detenuti. E’ stato per noi il fraterno amico di una vita e la prima persona che Francesco mi fece conoscere nel 1952, quando venni a studiare a Firenze. Persona eccezionale, di superiore intelligenza, di grande integrità e di un’umanità totale, ma non solo. Era competentissimo ed ebbe a scrivere sentenze memorabili. 

Nel corso di quegli anni avemmo il privilegio di fare conoscenza con persone che hanno lasciato un segno quali Dario Fo, Franca Rame, Pio Baldelli e di collaborare con Colleghi di grande valore quali Lelio Basso, Carlo Smuraglia, Sandro Canestrini, Fausto Tarsitano, Gaetano Pecorella, Marcello Gentili, Edoardo Di Giovanni, Giuseppe Mattina, Giovanna Lombrdi e tanti altri con i quali condividevamo l’impegno a cercare giustizia in un momento nel quale la repressione si stava sempre più pronunciando di fronte ad azioni fondate sulla rivendicazione di diritti e sull’ espressione dell’antifascismo.

Ho fatto questa premessa, forse troppo lunga e personale, per spiegare, appunto, il percorso che ci ha portato a conoscere Luca e Annamaria Mantini. Luca l’ho conosciuto a Prato, in occasione del suo processo. Non è che io accompagnassi Francesco a tutti i processi, ma al Tribunale di Prato ero presente e ricordo benissimo il momento in cui Luca, Carmelo Strazzulla e Bruno Scapicchio entrarono in aula, tre giovani che in breve avemmo modo di conoscere meglio e di amare per le loro qualità. Ne riconoscemmo subito una pronunciata idealità e una totale onestà di fondo che ce li fece apprezzare e che fu la base di una vera affettuosa amicizia, mai venuta meno, nonostante le varie successive evoluzioni.

L’udienza era presieduta dal Presidente del Tribunale di Prato, Dott. Loche e il Pubblico Ministero era il Dott. De Biase. Il processo, che si concluse con una dura condanna per fatti costituenti reato di ben poco conto, era in linea  con l’ espressione di una Giustizia che in quel momento si connotava con quella gravità nella repressione delle varie lotte. L’azione penale esercitata dal Procuratore Generale della Corte d’Appello di Firenze Mario Calamari, era frutto di un’attenzione costante, attenta, pervicace. Non gliene passava una. Affrontammo con affanno il momento iniziale della repressione, vivendolo poi a lungo. Vi fu un salto di qualità nell’inasprimento delle pene irrogate, facendo ricorso all’ applicazione delle  “circostanze aggravanti speciali “ di buona memoria. Si parlava di dissensi, anche nell’ ambito della Procura Generale, rispetto a questa linea oltranzista, da parte di taluni magistrati fra i quali il Dott. Catelani, se ben ricordo, giudice preparato e di buon senso, mentre Calamari era un forsennato. Era la sua conduzione che dava il taglio e poi gli organi di polizia giudiziaria eseguivano. Faccio solo un esempio, quello di Luigi Grimaldi e Susanna Bianchi, arrestati alle cinque del mattino presso le loro abitazioni, con mandato di cattura per sequestro di persona. I due “ delinquenti “ erano supposti  rei di tale delitto per avere fatto un girotondo, insieme ad altri studenti, attorno a Don Gregorelli, insegnante di religione, nei locali del Liceo Scientifico Leonardo da Vinci. I giovani cantavano “maiale, per te finisce male”…frase certo non commendevole, pronunciata in un contesto nel quale certamente non era ravvisabile il reato di sequestro, dal momento che trattavasi di un episodio di pochi momenti nel quale il sacerdote patì certamente un’ umiliazione, ma non altro. Gli studenti avevano inscenato il girotondo perché ritenevano Don Gregorelli responsabile della denunzia che produsse l’incriminazione di 128 persone ( insegnanti, custodi e studenti di quel Liceo ) per “aver svolto attivi ed assemblee aperte ai proletari ed ai subproletari  legati alla lotta di classe “( così recitava un volantino dell’ Assemblea Generale degli Studenti Medi e Universitari riuniti alla Facoltà di Lettere il 28.2.1972). Il clima era quello.

Di Annamaria Mantini parlo con molta difficoltà perché il dolore non si placa ed il passare degli anni lo lascia immutato e tuttora cocente. L’abbiamo conosciuta prendendo lei parte a tutto ciò che era attinente al processo del fratello, sia presso il nostro studio che presso il “Comitato familiari dei detenuti” in Via di Mezzo. C’era poi A.B. che teneva insieme a lei i contatti con il carcere e che avevamo praticamente tutti i giorni nel nostro studio. L’abbiamo quindi conosciuta di riflesso a Luca, e poi frequentata in occasione delle varie assemblee. Fra l’altro ricordo che Pio Baldelli ebbe a presiedere una grandissima assemblea, con la presenza di tutti i familiari dei detenuti, che si tenne prima dell’ approvazione della così detta “ Legge Valpreda” in applicazione della quale i compagni tornarono in libertà. In questa grande assemblea c’erano familiari e compagni degli imputati sia per i fatti di Prato che per quelli di Piazza Dalmazia e di Piazza Signoria, tutti accaduti in occasione di comizi di Almirante, se ben ricordo. Fra gli imputati c’era anche il figlio di un noto geriatra fiorentino, egli pure difeso da Francesco.

 Ma desidero tornare ad Annamaria nel ricordo, vivacissimo, delle ultime due volte che l’ho vista. La penultima volta fu quando andai alle vecchie Cappelle del Commiato, a Careggi, per dare l’ultimo saluto a Luca. La trovai impietrita, davanti alla salma di Luca, fra le mani del quale aveva posto, aperto, il libro  “Il sangue agli occhi” di George L. Jackson, del quale non riesco a ricordare il significativo scritto da lei evidenziato. Non partecipai al funerale perché il mio avanzato stato di gravidanza non me lo consentiva. L’ultima volta fu quando, dopo la nascita del nostro quinto figlio, Elio Luca, venne a trovarlo. Era la metà di dicembre del 1974, Annamaria entrò in casa, mi salutò come sempre affettuosamente, vide il bambino, lo guardò con la sua tenerezza e si accomiatò. Quella furtiva presenza mi fece molto pensare e le ragioni le capii il 9 luglio del 1975 quando di prima mattina fui raggiunta da una telefonata nella quale mi si dava  notizia del suo assassinio. L’emozione fu tale che, ad oggi, non sono mai riuscita a ricordare chi mi chiamò. Il ricordo, lancinante, permane e il grande affetto pure.

 

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Ultimo aggiornamento ( Sabato 24 Ottobre 2020 09:16 )  

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