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Passeggiare in salita: Father and son, alla Pergola

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L'allestimento scenografico di Father and son, al teatro della Pergola di Firenze fino a domenica 22 Febbraio, è perimetrato da alte pareti color cielo e abbigliato di arredamenti quotidiani eppure sbilenchi, sospesi in una prospettiva insolita, in cui le cose si sovrappongono, si innalzano, si incontrano scontrandosi. Un armadio penzola giù dal soffitto e tavoli di varie dimensioni, disordinati, affollano la scena. In quest'unità di luogo, Claudio Bisio dà forma al dialogo col figlio, “un libro mai aperto”, nella figura surrogata del monologo. Lo spettacolo, firmato dalla regia di Giorgio Gallione, è ispirato a Gli sdraiati e al Breviario comico di Michele Serra. Il monologo è ritmato dalle corde di una violinista e un chitarrista di magistrale bravura, che accompagnano il racconto dell'unico attore spianandogli la via, il sentiero in cui riversare una fiumana di parole e pensieri, paure, insicurezze e speranze. È la composizione dell'humor di un inconsistente personaggio da palcoscenico, quello reale, della propria vita nel suo ruolo di padre.

Il copione di Bisio è il mancato dialogo col figlio, “perfezionista della negligenza”, chiuso nel suo universo di dispositivi tecnologici e di amici che parlano per monosillabi. Il confronto del padre col mondo virtuale del figlio produce momenti di potente ilarità, per poi cristallizzarsi in uno spazio claustrofobico generazionale del genitore iper protettivo che manca di autorevolezza, della “voce alta di volume ma piatta di tono”, e del figlio abbarbicato nel suo invalicabile cantuccio, nel suo vivere sdraiato. Assistere a questo quadro di eclettiche emozioni significa fare la spola tra risate a squarciagola e la commozione sincera di una catarsi finale, in cui il padre lascerà andare il figlio per quel percorso che lui stesso si è disegnato, tra le orme sbiadite della genitorialità, tra le coordinate inesistenti della partecipazione politica, in una società di pseudo verticalità in cui non sappiamo camminare. Una società ordinata per costrizione e non per seduzione, che non è più all'altezza delle proprie parole, dei propri insegnamenti, non essendo più in grado di trasfigurarli in comportamenti dandogli consistenza. E non è neppure in grado di pronunciare i propri insegnamenti, accucciata com'è nelle presunte superiorità dei propri tempi. Il confronto generazionale padre-figlio non può che essere, il più delle volte, in salita, un'irta scampagnata in cui la fatica del percorso si smorza nella veduta della cima, nella consapevolezza che il figlio è una freccia lanciata in su, in avanti, da un arco teso a cui quella stessa freccia non appartiene. Il finale si scrive con la voce, commossa, del padre che diventa vecchio nel momento in cui la scalata, l'arrampicata, si compie insieme a quel figlio a cui aveva sempre sovrapposto la sua passeggiata senza chiedergli se ne avesse una propria. Dal soffitto inizia una calata di sassi legati tra loro, fila di sassi che vengono giù come sospesi nell'aria, leggeri nella loro imponenza. Una pioggia di pesantezza, di fatica che ripaga con la consapevolezza del percorso, modellata dalle note di Cat Stevens, stilizzazione dell'intera rappresentazione.

E nella commozione del pubblico in sala, in queste lacrime in cui si condensa la bellezza del teatro, in una folla di applausi termina uno spettacolo di ricchezza ineffabile, quella indicibilità che l'ironia sposata all'emozione non può che portarsi dietro.  

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Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 30 Settembre 2015 09:58 )  

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