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Fotografia dell'italia e dei suoi abitanti

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Rapporto annuale dell’Istat: «Ecco i nuovi 9 gruppi sociali dominanti»

 

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Svolta epocale nell’analisi sociale italiana: una  nuova indagine Istat configura uno schema completamente nuovo e decreta l’addio a due classi storiche come la borghesia e il proletariato. La nuova classificazione è stata fatta dall' Istituto nel Rapporto Annuale 2017.

La grossa novità prospettata è la nuova suddivisione in 9 gruppi sociali, dove i più corposi risultano: gli impiegati, le famiglie di operai, i nuovi pensionati. Tra i criteri utilizzati per la classificazione ci sono: la situazione professionale, la cittadinanza, il titolo di studio, il numero dei membri di famiglia che risulta allargata. Analisi che uniscono due lati fondamentali: economico e socio-culturale.

Il risultato? Nove fasce differenziati dal reddito medio: 1) la categoria «blue collar» che comprende i giovani; 2) i nuclei familiari con operai in pensione; 3) le famiglie straniere a reddito basso, 4) le famiglie  con soli italiani a reddito basso 5) le famiglie stabilite nella provincia 6) gruppi formati dagli “outliers” ovvero coloro che stanno agli estremi come i giovani disoccupati e gli anziani. 

Le ultime 3 classi vedono un’esposizione - verso l’alto - dal punto di visto economico, passando dagli impiegati benestanti (7) alle famiglie con cosiddette “pensioni d’argento” (8) e concludendo con la classe dirigente (9).

La spesa media mensile per consumo delle famiglie è di 2.499 euro, con un minimo di 1.697 euro per le famiglie a basso reddito ad un massimo di 3.810 euro per i dirigenti.

Nell’analisi complessiva l’Istat si rivela come la complessità del mondo lavorativo odierno, abbia accresciuto la divisione tra gli stessi ruoli professionali, con un conseguente aumento del divario degli strati sociali. Tra il 2015 e il 2016 è diminuito leggermente il tasso della forza lavoro potenziale, ovvero di coloro che aspirano ad un impiego ma non si attivano realmente, passato dal 6,5 % al 6,4. Un ulteriore dato molto negativo ribadito dall’Istat riguarda i gruppi di genitori soli con figli minori a carico.

In generale, l’Istituto rivela uno sviluppo sociale molto modesto da parte dell’Italia, che risulta crescere in modo molto flebile in gran parte degli indicatori principali (come il PIL, tra i più bassi in Europa nello sviluppo) e una produttività piuttosto stagnante se non in diminuzione. Questo contesto di scarsa crescita e mobilità sociale si riflette sui dati statistici più disparati, come i sette giovani (under 35) su dieci ancora nella famiglia di origine; oppure la fascia (stabile) tra i 15 e i 34 anni che vivono nella casa dei genitori (fissa al 68,1%). Contrariamente, uno degli indicatori più famosi e di recente lettura: il NEET (ovvero i giovani nella fascia 15-29 che né studiano né lavorano), che ha visto un calo del 1,3% rispetto al 2016 e attestatosi al 24,3%: valore che nonostante il calo minimo, rimane il più alto d’Europa dove la media si è ferma al 14,2%. 

Nel 2016 si registra un nuovo minimo delle nascite (474 mila). Un ultimo contesto valutato, nell’analisi dell’Istituto, riguarda il dato dell’invecchiamento della popolazione al 1 gennaio 2017 .A questo proposito il presidente dell’Istat, Giorgio Alleva ritiene sia opportuno modificare il limite convenzionale e statistico dell’età di invecchiamento e alzare l’attuale età di 65 anni. E questo perché è stato calcolato che negli ultimi sette anni e aumentato il numero di anni vissuti senza limitazioni nelle attività quotidiani dopo i 65: da 9,0 a 9,99 per gli uomini e da 8,9 a 9,6 per le donne. Nel 2016 si registra un nuovo minimo delle nascite (474 mila), con un numero medio di figli per donna fermato a 1,34 (1,95 per le donne straniere e 1,27 per le italiane). Il saldo naturale (cioè la differenza tra nati e morti) segna nel 2016 il secondo maggior calo di sempre (-134 mila), dopo quello del 2015, ma è soprattutto la dinamica demografica dei cittadini italiani a essere negativa, con il saldo naturale a -189 mila, mentre quello migratorio con l’estero a -80 mila.

L’Italia detiene, ancora, il valore più alto dei paesi dell’Ue, con il 22% del totale della popolazione. 

A conclusione del rapporto è stata registrata - dopo aver valutato un nuovo dato per il saldo naturale - la differenza tra nati e morti che nel 2016 ha segnato il secondo maggior calo di sempre (-134 mila) dopo quello del 2015.

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Ultimo aggiornamento ( Venerdì 16 Giugno 2017 11:06 )  

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