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Virus da superare

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Stefano Riccesi, naturopata e filosofo autore di svariate pubblicazioni come “Anima e cura: l'azione terapeutica” ed. Venexia 2003, ha accettato di rispondere per noi ad alcune domande sul tema del momento, ossia questa epidemia di Coronavirus.

Nella percezione popolare siamo passati da una fase in cui questo “coronavirus” sembrava poter uccidere solo “chi era comunque condannato”, a una fase in cui ognuno teme per la sua vita. Piano piano, l’immaginazione delle masse sta andando oltre. Si comincia a temere per il nostro cane o gatto…..Cosa ne pensi di questo “colonizzare le coscienze”, da parte del virus?

Immaginare prospettive possibili è una facoltà della mente umana. Come le altre, può essere utilizzata in modi più funzionali o con esiti meno felici. Quando l’immaginazione alimenta la paura, l’esito non è mai positivo, perché l’istinto di sopravvivenza in realtà implica lucidità. Dovremmo reimparare dagli animali, che davanti al pericolo sanno essere massimamente efficaci proprio perché non possono cadere in questa trappola. Quando le ipotesi dilagano senza limiti quello che accade non è, come si crede, il saper meglio reagire ma l’essere posseduti da stati psicospirituali non governati. E qui c’è naturalmente una grossa responsabilità dei mezzi di comunicazione, che tendono a operare in assenza di consapevolezza. Non è il virus in sé a colonizzare le coscienze, ma la narrativa che viene alimentata, che va considerata un vero e proprio virus di secondo livello, invisibile e visibile al contempo, che può essere arginato solo con l’esercizio del discernimento e con il coltivare ogni giorno una consapevolezza profonda del funzionamento della mente.

Come ricordavi qualche tempo fa su Istagram, secondo Paracelso le influenze spirituali sono una delle cause della genesi delle pestilenze. Da questo punto di vista, qual è stata, per così dire, “l’eziologia” di questa epidemia da “coronavirus”?

Se definire l’eziologia in senso materiale spetta naturalmente ai virologi, individuare un diverso tipo di processo spetta a chi indaga la natura della mente e della conoscenza ai fini della trasformazione individuale e collettiva. In questo senso lo studio del pensiero di Paracelso è illuminante. Le influenze spirituali, sotto forma di immagini, parole, informazioni, atmosfere, messaggi espliciti o subliminali, dapprima superano il sigillo protettivo della psiche, il suo sistema immunitario, generando stati di angoscia più o meno marcati. Poiché a questi corrispondono immediate mutazioni a livello corporeo, si può essere certi che un loro protrarsi e approfondirsi indebolirà l’organismo al punto da renderlo molto più permeabile sia agli agenti esterni che alla generazione endogena di sintomi. La paura scuote lo spirito, e dallo spirito si cristallizzano nel corpo stati di sofferenza del tutto reali. Se molte persone insieme alimentano una fantasia di malattia essa tenderà a diventare somatica, e naturalmente l’influenza spirituale è contagiosa.

Noi siamo abbastanza vecchi per ricordare altre epidemie….La cosiddetta “mucca pazza”, i primi tempi dell’AIDS, la SARS, l’ebola...Tuttavia si potrebbe anche pensare che l’ultima grande epidemia in occidente sia stata la spagnola del 1918. Ci sono secondo te, similitudini tra questa diffusione del “coronavirus” e altre epidemie del passato?

Ogni epidemia reca con sé un simbolismo ricorrente, per cui viene accentuata la percezione dell’altro da sé come portatore di pericolo, viene sollecitato un senso di isolamento difensivo e alimentata la fantasia del controllo. Poiché il senso di separazione e l’illusione del potere sono la struttura stessa della sofferenza umana, potremmo vedere le epidemie come prove generali in cui si verifica il grado di consapevolezza raggiunto da una comunità.

C’è chi pensa che epidemie come queste diventeranno la norma per “chi verrà dopo di noi”. In effetti un mondo sempre più caldo e sovraffollato potrebbe essere “un terreno fertile”...Ti senti di condividere o di smentire questa previsione?

Non molti decenni fa era all’ordine del giorno, nella riflessione sul problema ecologico, includere la questione della sovrappopolazione. Sebbene con amarezza è necessario ricordare che, in effetti, siamo troppi sul pianeta e che il livello di affollamento che abbiamo raggiunto è piuttosto difficile da gestire. Mi sento quindi di dire che le prospettive non sono rosee e che una delle conseguenze potrebbe effettivamente essere quella di rendere impossibile governare i fattori di contagio, di entrambi i generi suddetti. Ma quello che temo di più è l’evidente, altissimo tasso di manipolabilità delle persone. Al momento sembra che sia possibile far fare a un popolo qualsiasi cosa si voglia, purché le sue paure profonde siano stimolate e/o si faccia leva sui suoi bisogni primari.

Quali sono i rimedi, per così dire “naturali”, contro la paura di morire?

La paura della morte, che è poi la paura di non essere niente, che non ci sia un senso, che tutto ciò che ha valore finisca, è il motore occulto della gran parte delle distrazioni, più o meno puerili o nobili, di cui ci riempiamo la vita. Tutte le tradizioni spirituali condividono la stessa risposta: se vai alla scoperta di ciò che veramente sei, troverai qualcosa di sacro e di luminoso che non è soggetto agli stessi limiti del corpo. Questa scoperta, quasi del tutto inutile a livello concettuale, ha invece effetti profondi se diventa esperienza vissuta. Dobbiamo quindi recuperare un’educazione spirituale, la cui mancanza è anche, a mio avviso, la più grande carenza e la più grande cecità dei movimenti che potremmo definire di “sinistra”. Il materialismo e la religione hanno fatto il loro tempo. La crisi contemporanea dimostra invece che una spiritualità chiara, semplice e accessibile, che affermi e consacri la nostra inseparabilità dall’Anima Mundi, è una vera e propria necessità. Come ha scritto Rupert Spira, “la sola cosa necessaria è che la mente riconosca che la propria essenza è condivisa con quella di tutti gli esseri e le cose, e viva le implicazioni di quel riconoscimento in tutti gli ambiti della vita”.

Un’epidemia come questa, porta in luce il ruolo della medicina. Come è successo per le altre scienze, nell’immaginario collettivo, la medicina e la filosofia non vanno più di pari passo, ma ormai appartengono a due mondi separati. Come è possibile -se secondo te è possibile- sanare questa divisione all’interno della percezione popolare?

Testimoniando la loro originaria unità nella pratica e nella divulgazione. Le metolodogie che attualmente vanno sotto il nome di medicina condividono gli stessi presupposti del paradigma scientista da cui traggono origine: che la vita e la natura siano interessanti in quanto manipolabili a piacimento dalla volontà dell’uomo, e che il visibile e il reale siano la stessa cosa. Così com’è adesso, la medicina è parte della crisi culturale ed esistenziale che viviamo. Le antiche medicine tradizionali invece avevano la funzione di riarmonizzare il microcosmo umano camminando insieme all’intelligenza della vita, che esse riconoscevano bene. Il focus non era combattere la malattia, ma mantenere o ripristinare le condizioni di vitalità in cui essa non attecchisce. È esattamente questo spostamento ciò di cui oggi abbiamo bisogno per risanare il conflitto tra la natura e noi, e tra noi e il nostro stesso corpo. Questo tipo di patrimonio, ancora almeno in parte accessibile, è inscindibile dalla filosofia, che anticamente aveva, tra le altre, la funzione di offrire i simboli attraverso cui porre in correlazione i processi del microcosmo con quelli del macrocosmo. Man mano che si depotenzia la temperie New Age, un rigoroso lavoro di recupero di questa prospettiva ci consente e ci consentirà, senza negare il contributo della medicina moderna soprattutto negli ambiti della chirurgia e del pronto intervento, di riscoprire la natura originaria dell’arte di guarire e impiegare le tradizioni orientali e occidentali che ancora la preservano a favore della vita di tutti. I vantaggi in termini di equilibrio fisico, animico e spirituale sono incalcolabili e gli effetti in termini di prevenzione e di contenimento delle spese sanitarie potrebbero andare oltre ogni più rosea prospettiva. Ma i criteri di verifica di queste conoscenze, pur serrati, non possono essere imposti dalla scienza, che per sua natura si esclude l’accesso ai piani sottili dell’esistenza. E, sulla stessa lunghezza d’onda, è possibile che proprio da una nuova generazione di filosofi (in spirito, non in senso accademico) più che di cultori delle discipline scientifiche, possa prendere forma questo movimento che guarda al futuro portandosi dietro la saggezza primordiale dei popoli.

 

Intervista a cura di Fabrizio Cucchi /Deapress

 

 

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