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SE IL TEMPO NON AVESSE RISPOSTE. MAURIZIO SPACCAZOCCHI 1.

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Con questa prima intervista intendo portare all'attenzione del lettore quello che diversi uomini di intelletto mi hanno detto. Si tratta di una sorta di memoria collettiva di questo tempo, una necessità di narrare attraverso una visione metalinguistica ciò che si è. Nelle varie puntate di cui si compone questa inchiesta  ho sempre cercato di porre al centro dell'attenzione il momento che viviamo attraverso una serie di domande che sono state stimoli per raccontare la propria dimensione. Naturalmente il lettore troverà delle contingenze relative al tempo in cui viviamo. Fermarsi e ragionare, cercare e trovare, porre questioni importanti ed imprescindibili col fine di ricordarci, quando saremo in una nuova fase dell'umanità, cosa è stato vivere nella misura di un elemento della natura che sembra non andare d'accordo con l'essere umano. Sarà il tempo a darci risposte così come le ricerce di chi sa fare dei dati, degli esperimenti e delle sintesi le adeguate condizioni per vivere abbattendo la paura verso l'altro. O almeno si spera.

MAURIZIO SPACCAZOCCHI

Quando diversi anni fa conobbi Maurizio Spaccazocchi capii che di fronte avevo una persona incredibile, di grande umanità e di forti competenze sia teoriche che pratiche. Spaccazocchi è alla base della dinamica didattica musicale del nostro paese. Rara voce non accademica della vita di conoscenze musicali legate alla sfera non solo infantile ma di tutte le età, Spaccazocchi è stato capace di tessere nuove tele su cui costruire il nostro futuro di ricerca e di competenza non solo musicale. In questa lunga intervista, che verrà presentata in due parti, molti punti toccati riguardano quello che oggi siamo come soggetti musicali. Non si può salire su un balcone e cantare l'Inno di Mameli senza sapere che cosa vuol dire questa azione. Le competenze pertanto sono fondamentali per creare dei simboli universali che non possono e non devono fermarsi all'intonazione da un balcone come se fosse l'ultima sigaretta prima di essere condannati. Pertanto è fondamentale ricercare in noi stessi la propria dimensione sonora attraverso le proprie esperienze e le proprie sensibilità.

Cosa fa la musica col corpo nel momento in cui viviamo situazioni così difficili come questa?

La musica può fare tantissime cose nei momenti critici della vita, ma soprattutto può far capire che in essa, come nella vita, c’è bellezza e bruttezza, amore e passione, piacere e dolore, perché nella musica è racchiusa tutta la sintesi delle esperienze umane.

Ma in questo momento il miglior uso della musica è ascoltarla a bassissimo volume, quasi silente, per invitare ogni ascoltatore a riprendere quell’ascolto attento che ha perso proprio nei momenti delle “vacche grasse”. In silenzio, nel mutismo più assoluto un frammento melodico, un ritmo, una pausa, un accordo saranno un piccolo esempio che la vita prosegue ancora, anche nel silenzio più totale della morte.

Si può sopravvivere all'idea che la pressione in cui siamo immersi ci fa vedere tutto come una canzone sul balcone o un esercizio di yoga?

I canti, le musiche, le frasi esternalizzate dai balconi sono manifestazioni di spettacolo sociale che mostra tutta la sua ambiguità. Certo il tutto appare come una spinta energetica verso la ripresa della vita, ma non dobbiamo nemmeno nascondere l’ambiguità presente in queste manifestazioni. Lo spettacolo della vita dovrebbe essere sempre presente come d’altronde se c’è la vita, ma questo non è chiaro a tutti, che c’è anche la morte. Il rispetto della vita non si esaurisce in una cantata dai balconi, ma dalla continua e quotidiana coscienza che la vita va rispettata ed esaltata sempre, non solo quando la morte bussa alla porta, anche perché alla porta di tutti noi busserà sempre. Certo la gente ha tutto il diritto di cantare al balcone ma, secondo me, sarebbe stato molto meglio vedere balconi colmi di persone a mostrare in completo silenzio il rispetto per la morte. Chi rispetta la morte rispetta la vita. Chi rispetta solo la vita, non la rispetta bene come dovrebbe.

Nella tua esperienza di didatta e anche e soprattutto di "usatore di musica" pensi che nel tempo quello che sta succedendo potrà cambiare la nostra predisposizione ad una forma di musica che possa coinvolgerci?

Io spero che da questa esperienza, intanto, ne usciremo tutti quanti più attenti al ridimensionamento del nostro quotidiano. E che anche la socialità delle pratiche musicali possa ulteriormente diffondersi in veri e propri atti di condivisione di un’esistenza emo-fono-musicale più giusta e sana, ma se questo atto di socializzazione del fare musica sarà ulteriormente vissuto come bisogno di spettacolarità, preferirei non vedere alcun aumento della socialità musicale. L’homo sapiens del terzo millennio è già troppo in scena, rischia ogni giorno il ridicolo, e se non riesce a capire che ogni esperienza musicale socializzante è prima di tutto un bene comune, un atto vitale primario, non migliorerà di molto la sua attuale vita in chiara forma di Show Must Go On.

Oltre alla tua professione tu hai sempre sostenuto una didattica contemporanea, molto avanti e sicuramente democratica, come vedi invece quello che succede nel nostro paese a proposito di musica insegnata?

Qualche passo positivo si intravede specialmente nel modo di vivere la musica al sud, ma ancora la musica come esperienza utile alla formazione di persone che, grazie ad essa, possono sviluppare cittadinanza vera, legalità, aperta democrazia interpretativa, valori etici che siano superiori a quelli estetici, ancora credo siamo molto lontani da ciò. La musica nel mondo è ancora una forte condotta troppo specifica, troppo “da musicista”. Le famiglie, i figli, sono ormai stati “rapiti” dalla sola figura del fare musica per essere riconosciuti da una società e una cultura che fa i suoi interessi economici e non certo quelli della gente comune. Finché non si farà il grande passaggio, ovvero quello che dalla prioritaria esaltazione della musica porti alla promozione delle musicalità umane, non si potrà mai esaltare ogni essere umano come essere musicale, come Homo musicus, e non come musicista asservito alla produzione musicale di comodo alla società. Senza poi trattare il tema-problema sociale dell’ab-uso stimolato dalle multinazionali, dalle nazioni e dagli stessi ministeri della cultura e dell’istruzione che sta “incastrando”, in forma audiovisiva, le orecchie e gli occhi delle nostre nuove generazioni e non solo. L’ascolto attento ed emotivo, lo sguardo e il riguardo verso le persone che abbiamo davanti a noi si è ridotto a una veloce e distaccata mossa del capo, così tanto per non negare almeno un minimo di presenza-assenza.

Mi parli del rapporto fra pelle e suoni?

Vedi, involontariamente, mi fai ritornare nel tema conduttore dei miei principi antropologico-musicali. Tu sai benissimo che, molti anni fa, ho pubblicato per l’editrice Franco Angeli La musica e la pelle, e se ho scritto quel libro l’ho fatto per ribadire la grande relazione presente fra gli uomini e le loro ricche e diverse musicalità. Era il primo passo per far capire al mondo ufficiale della musica che esistono altre strade dell’esperienza musicale umana. Strade che sono state completamente occultate dagli studi musicali colti. La mia strada si è poi ampliata in questa direzione antropologico-musicale. Ho pubblicato, oltre ai tanti sussidi musicali, Musica umana esperienza, Musica educativa, Suoni vissuti e suoni narrati, Suoni in Testa, 50 storie musicali educativo-terapeutiche, Essere musicalmente vitali, etc., come conferma che bisogna fare di tutto per far sì che debba essere l’uomo comune a riappropriarsi delle sue musicalità, del suo slancio vitale in musica, come direbbe Daniel Stern.    

Cosa può fare il suono nel migliorare la vita?

Credo che la grande dote delle musicalità umane consista nella possibilità di regolare al meglio, nella persona, il suo equilibrio omeostatico. Quando una persona si sente “mancante” di qualcosa, è segno che la sua condizione omeostatica non è in equilibrio. La musicalità ha questa forza: riequilibrare uno stato d’animo incerto. Quello che ti sto dicendo te lo posso far dire dal neuroscienziato Antonio Damasio (Lo strano ordine delle cose, ed. Adelphi, Milano 2018) con una frase che ti riferisco a memoria:

La musica fu portatrice di effetti omeostatici a più livelli già in epoca remota e probabilmente con notevole frequenza: dapprima suscitando sentimenti e infine facendo nascere idee. L’universalità della musica e la sua notevole persistenza sembrano derivare da questa misteriosa capacità di mescolarsi con ogni umore e circostanza, ovunque nel mondo, in amore o in guerra, coinvolgendo singoli individui, gruppi piccoli o grandi, coesi per incanto dal potere della musica.

Come vedi questa è anche una risposta efficace per giustificare il bisogno di musica in certi momenti di disequilibrio omeostatico che il mondo sta passando. Ma debbo ribadire, per non contraddire i miei principi, che Damasio quando parla di epoca remota intende parlare di una universalità che non è data dalle manifestazioni musicali di ogni cultura, ma dal profondo bisogno umano di risolvere le loro condizioni di vita attraverso le loro specifiche musicalità.

Musicalità oggi, come ho già affermato più volte, sono ben poco valorizzate perché denigrate dalla cultura musicale ufficiale.

A che punto è la didattica in Italia? Cosa pensi di tutte queste proliferazioni di linguaggi didattici relativi alla musica che imperversano nel nostro paese?

A queste due domande posso risponderti univocamente: Fin quando gli insegnamenti musicali non sapranno valorizzare le musicalità individuali, non possiamo parlare di democrazia educativo-formativa. Sta pur sempre prevalendo una mentalità musicale “razzista”: La musica vera è quella che fanno i musicisti veri. Questa affermazione, ben poco pronunciata ma ben molto praticata, è come se negasse il diritto alla vita delle musicalità comuni a tutta la specie umana.

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