IL “BAVAGLIO” DELL’ALGERIA
E’ particolare quello che sta accadendo in Algeria, dove la repressione delle proteste ha assunto un inquietante connotazione di “ bavaglio” della libera espressione dei giornali edei mezzi di comunicazione che si oppongono al potere.
Le proteste in Algeria, chiamate anche “primavera algerina”,” rivoluzione del sorriso” o movimento Hirak, sono una serie di proteste iniziate nel febbraio 2019 contro la prosecuzione della candidatura del lunghissimo mandato del presidente Abdelaziz Bouteflika, cercando di contrastare una presidenza a durata indeterminata, quasi una successione dinastica del clan di Bouteflika, e chiedendo una svolta democratica del paese. Nonostante le manifestazioni siano state prevalentente pacifiche, ci sono stati alcuni scontri che hanno provocato due morti e numerosi i feriti.
Il movimento di protesta popolare, che ha preso il nome di Hirak (“movimento ” in arabo)è iniziato ufficialmente il 22 febbraio 2019 e, dopo aver ottenuto le dimissioni di Abdelaziz Bouteflika dalla presidenza il 3 aprile 2019, ha chiesto dei veri cambiamenti negando ogni legittimità al nuovo presidente eletto Abdelmadjid Tebboune. Da quel giorno, numerosi algerini hanno contestato il regime con cadenza bisettimanale, il martedì e il venerdì, per più di un anno. E proprio l'intensità e la continuità delle proteste hanno obbligato Bouteflika alle dimissioni .
Di fronte a questa protesta diffusa e continuata nel tempo, la maggior parte dei paesi e delle organizzazioni internazionali sono rimaste in silenzio fino al 5 marzo 2020, poi (la Commissione Europea, l’Italia, la Francia, gli Stati Uniti) hanno sostenuto il diritto dei manifestanti e il processo di democratizzazione del Paese.
Con il diffondersi della pandemia da Covid-19 nel marzo 2020 e il divieto degli assembramenti e le marce, indipendentemente dalla loro natura, le proteste rischiavano di sparire, ma il movimento Hirak ha saputo reinventarsi ed è diventato digitale con attivisti che gestiscono campagne online e sui social media, cercando di attuare una nuova forma di protesta efficace come quella precedente.
In questo clima di tensione, il 1° novembre gli algerini sono stati chiamati alle urne per un referendum sulla nuova costituzione, fortemente voluta dal presidente Tebboune, imposta dall’alto senza essere elaborata e discussa da un’assemblea costituente come richiedeva invece il movimento di protesta. Il “sì” ha vinto, ma con una partecipazione ai minimi storici (23%) anche a causa dell’appello dei militanti a disertare le urne
Dopo le dimissioni del presidente Abdelaziz Bouteflika lo scorso anno, gli algerini hanno sperato in una vera democratizzazione , che rompesse con le pratiche dittatoriali del passato e invece si sono trovati una nuova repressione, aggravata anche dal Covid-19.
Talmente forte è stato il contrasto tra il potere centrale e movimento di protesta, che quando le manifestazioni dell’Hirak sono state interrotte a causa della pandemia, e le autorità ne hanno approfittato per reprimere ed arrestare leader del movimento, oppositori politici e giornalisti. Tanto che il 26 novembre il parlamento europeo si è espresso sulla costante violazione dei diritti umani in Algeria, chiedendo la liberazione dei militanti, come Khaled Drareni, corrispondente per un canale televisivo francese in Algeria condannato a due anni di carcere per “attentato all’integrità dello stato”, diventato il simbolo del silenziamento delle voci indipendenti nel paese.
Ed è notizia dei giorni scorsi che Karim Tabbou, uno dei principali leader del movimento di protesta Hirak, è stato condannato a un anno di prigione con sospensione della pena e a una multa salata, dal tribunale di Koléa (Tipaza). Le accuse contro il portavoce del partito dell’Unione democratica e sociale (Uds) sono state «incitamento alla violenza». Già lo scorso marzo, Tabbou era stato condannato a un anno di reclusione, per «aver minato l’unità del territorio nazionale» ed era stato liberato, in regime di libertà condizionata lo scorso 2 luglio, dopo 9 mesi di detenzione. Questa sentenza è da mettere insieme quella nei confronti di Nour El-Houda Oggadi, studente e attivista dell’Hirak, condannato a sei mesi di detenzione per «assemblea disarmata, istigazione, disprezzo e violenza contro la nazione».
Questo ci fa capire come la repressione si accanisca soprattutto contro la libertà di opinione in quanto tale, anche in assenza di atti di violenza.
Oltre alle repressione degli attivisti, è lungo l’elenco di giornali, siti di informazione censurati, giornalisti incarcerati, nonostante l’indignazione delle organizzazioni dei diritti umani.
La repressione ha colpito diversi media come ‘Interlignes’, ‘Radio M’, ‘TSA’ e ‘Maghreb Emergent’, una dozzina di siti di notizie come il caso di ‘Twala.info’ lanciato nell’ottobre 2020 e di ‘Tariq News’ e ‘Casbah Tribune’ fondati dal giornalista incarcerato Khaled Drareni. Di fronte a questa repressione si sono levate voci che chiedevano la fine delle “intimidazioni mediatiche” e denunciavano un “attacco alla libertà di stampa” e ” al diritto all’informazione ”.
Tutto ciò si inserisce in un clima di repressione che prende di mira ogni opposizione, sia i militanti dell’Hirak, ma anche i giornalisti, e questo rende agli occhi del mondo questa repressione ancora più inquietante, e difficile da seguite visto il bavaglio messo ai media e ai mezzi di comunicazione.
D’altra parte è indubbio che, almeno fino ad oggi, l’Hirak ha continuato a dare prova di grande tenuta e flessibilità, riuscendo a trasformarsi da movimento di piazza in un movimento “a porte chiuse” in grado di mantenere viva l’opposizione al regime attraverso la rete. Tuttavia, il percorso verso una democratizzazione del paese potrebbe essere ancora piuttosto accidentato, visto la dura e “sfacciata” repressione del potere costituito.
D'altronde sappiamo che i movimenti di protesta hanno bisogno di tempi lunghi per poter produrre cambiamenti profondi, per questo ci auguriamo che l’Hirak riesca a sopravvivere e a continuare la sua opera di opposizione al regime e di diffusione della realtà algerina e che la comunità internazionale prenda sempre più posizione a favore del cambiamento democratico dell’Algeria.
Fonti
https://www.ilfattoquotidiano.it
https://www.notiziegeopolitiche.
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