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La censura globale su chi critica lo stato sionista...

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Da tempo l'omertà dei mass-media italiani riguardo l'occupazione sionista della Palestina è cosa nota . Omertà che ormai sfocia nella complicità assoluta di quasi tutto il mondo della carta stampata. "Servizi d'inchiesta" schierati o succubbi pro-Israele, trasversale a tutti i partiti con la complicità di alcune comunità ebraiche italiane, danno una visione totalmente fuori della realtà, e chi è voce contro rischia grosso. Ma se Atene piange, Sparta non ride: a livello mondiale, o meglio, nel  mondo occidentale ultimamente si stanno verificando numerosi episodi di censura a danni di giornalisti ed opinionisti che si sono permessi di criticare Israele e i suoi protettori.

La testimonianza che riportiamo, tratta da Current Affairs, ne è uno dei tanti esempi

 

Come i media reprimono le critiche contro Israele

 

 Nathan J. Robinson

10 febbraio 2021 – Current Affairs

Sono stato licenziato da giornalista dopo che ho ironizzato sull’aiuto militare USA a Israele su una rete sociale

È ampiamente riconosciuto che chi critica Israele, indipendentemente da quanto fondate siano le sue argomentazioni, è regolarmente punito sia da istituzioni pubbliche che private per quello che ha detto. L’American Civil Liberties Union [Unione Americana per le Libertà Civili, [ong USA impegnata a difendere la libertà di parola, ndtr.] (ACLU) ha documentato un modello per cui “quelli che intendono protestare, boicottare o criticare in altro modo il governo israeliano sono stati messi a tacere,” una tendenza che “si manifesta nei campus universitari, nei contratti statali e persino in leggi per cambiare il codice penale federale” e “sopprime il diritto di parola solo contro una parte della disputa su Israele/Palestina.” Il Center for Constitutional Rights [Centro per i Diritti Costituzionali, ong USA per il patrocinio legale, ndtr.] ha dimostrato che “organizzazioni, università, soggetti pubblici e altre istituzioni che appoggiano Israele” hanno preso di mira attivisti filo-palestinesi con una serie di tattiche “compresi la cancellazione di eventi, denunce giudiziarie senza fondamento, azioni disciplinari amministrative, licenziamenti e accuse false e provocatorie di terrorismo e antisemitismo” e conclude che c’è una “eccezione palestinese per quanto riguarda la libertà di parola.”

A volte, il tentativo di far tacere le critiche contro Israele ha preso la forma di esplicite azioni governative, c’è un’aperta campagna di criminalizzazione dei discorsi che criticano Israele e alcuni Stati hanno persino chiesto a dipendenti pubblici l’impegno a non boicottare Israele. Ma, come ha notato il giornalista israeliano Gideon Levy su Middle East Eye, ciò si è spesso manifestato nella forma di accuse senza fondamento (e offensive) in base alle quali le critiche a Israele sono per definizione antisemite. Negli Stati Uniti le critiche accademiche contro Israele hanno avuto come risultato la rescissione di offerte di lavoro o hanno impedito di insegnare, e la CNN [nota rete televisiva USA, ndtr.] ha licenziato il docente universitario Marc Lamont Hill per un appello a favore della liberazione della Palestina. In Gran Bretagna, c’è stata una assurda campagna durata un anno per calunniare in quanto antisemita l’ex segretario del partito Laburista (e critico verso le politiche del governo israeliano) Jeremy Corbyn. Human Rights Watch [importante ong per i diritti umani, ndtr.] ha evidenziato che il governo degli Stati Uniti ha scagliato accuse infondate di antisemitismo contro questa e altre organizzazioni per i diritti umani, come Amnesty e Oxfam, che hanno denunciato i pessimi dati di Israele in materia di diritti umani. All’interno di Israele, il diritto di parola dei palestinesi è brutalmente represso e persino gli ebrei che sostengono i diritti dei palestinesi sono regolarmente vessati dallo Stato. Lo scorso anno Abeer Alnajjar di OpenDemocracy [sito web di discussione di politica internazionale e cultura, ndtr.] ha scritto di come “i principali mezzi di comunicazione siano molto sensibili contro qualunque riferimento ai diritti dei palestinesi o alle leggi internazionali, e contro ogni critica a Israele o alle sue politiche.”

Personalmente non ho mai riflettuto sulla questione se potessi subire conseguenze per aver criticato il governo di Israele (e l’appoggio USA nei suoi confronti). Ho goduto di tutta la “libertà di parola” che si può avere in questo mondo. Tuttavia forse ci avrei dovuto pensare un po’ di più, perché, appena ho superato una linea invisibile, ciò mi è diventato subito chiaro. Appena ho dato fastidio ai difensori di Israele su una rete sociale, sono stato licenziato in tronco dal mio lavoro di editorialista.

Ho scritto per Guardian-USA dal 2017, prima come collaboratore e poi come editorialista a pieno titolo. Scrivo quasi esclusivamente di politica USA. Non ho mai scritto su Israele. Il mio caporedattore è sempre stato soddisfatto del mio lavoro, per cui ho continuato a ottenere richieste di articoli. Sono bravo a pubblicare rapidamente commenti politici acuti, con buone fonti e che richiedono poche modifiche. Per quanto posso ricordare, solo una volta un mio articolo è stato corretto, ed è successo quando ho criticato Joe Biden sui legami di Hunter Biden [figlio dell’attuale presidente USA, ndtr.] con casi di corruzione.

Ecco il contesto del mio licenziamento. Alla fine di dicembre il Congresso ha autorizzato un nuovo pacchetto di aiuti finanziari per il COVID. Nel contempo, ha anche approvato altri 500 milioni di dollari di aiuti militari a Israele. Per molto tempo Israele è stato uno dei maggiori beneficiari di aiuto militare USA, superato negli ultimi anni solo dall’Afghanistan (benché non come quantità di dollari pro-capite). Secondo il Servizio Ricerche del Congresso, è il “maggiore percettore complessivo dell’assistenza estera degli USA dalla Seconda Guerra Mondiale,” e l’aiuto USA rappresenta circa il 20% del bilancio israeliano per la difesa. Ecco una cartina del 2015 ripresa dalla CNN

È stato sconfortante vedere che, mentre il Congresso stava concedendo al popolo americano un aiuto troppo ridotto per il COVID, dava all’esercito più tecnologicamente avanzato al mondo altri missili da crociera. I difensori dell’accordo hanno evidenziato che tecnicamente i soldi a Israele per comprare armi non facevano parte della stessa legge sugli aiuti per il COVID, ma di una legge per stanziamenti approvata contemporaneamente, che è una valida risposta a quanti affermavano che il denaro era “parte della legge per gli aiuti contro il COVID”, ma ciò non giustifica affatto la spesa.

Personalmente ero allibito e depresso di vedere nuovi finanziamenti per missili israeliani approvati contemporaneamente a scarsissimi aiuti per il COVID. Israele è una potenza nucleare (una cosa che ufficialmente non conferma né smentisce, ma generalmente gli esperti la considerano vera e Benjamin Netanyahu una volta inavvertitamente l’ha ammesso). Ha un dominio praticamente totale sui palestinesi. Gli abbiamo già dato talmente tanti aiuti militari che non ne ha bisogno. Perché, durante la pandemia, il Congresso dirotta soldi per nuovi sistemi missilistici?

Sono, con mia grande vergogna, discretamente attivo su Twitter, così ho manifestato la mia rabbia con un tweet ironico. Sarcasticamente ho scritto due tweet collegati: (1) “Sapete che il Congresso non è in realtà autorizzato ad approvare nessuna nuova spesa finché una parte di essa non è destinata a comprare armi per Israele? Questa è la legge.” (2) “o se non proprio una legge scritta, comunque è talmente radicata nel costume politico da essere per il suo funzionamento indistinguibile da una legge.” Ovviamente il primo tweet era ironico (cosa comune su Twitter), ma per essere assolutamente sicuro che nessuno pensasse che fosse una sorta di legge realmente esistente, ho aggiunto un secondo tweet per rendere chiarissimo che stavo scherzando, che era al 100% una battuta, che non ci fosse posto per un’interpretazione errata riguardo a questa battuta. Non leggo le risposte su Twitter perché sono regolarmente piene solo di cose sgradevoli e non mi piace mettermi a discutere. Ma un collega mi ha detto che alcune persone mi avevano definito “antisemita”.

Mi sono messo a ridere perché era chiaramente assurdo, un esempio che più fumettistico non si può di una critica legittima definita fanatismo. Avevo solo evidenziato il fatto, assolutamente veritiero, che noi inviamo grandi quantità di aiuti militari a Israele, che noi privilegiamo con un appoggio speciale persino durante una pandemia. Una volta Nancy Pelosi ha detto: “Se Washington crollasse al suolo l’ultima cosa che resterebbe è il nostro appoggio a Israele,” e io le credo. Una volta Joe Biden ha detto che se non ci fosse Israele gli USA “dovrebbero inventarselo” per proteggere i nostri interessi. Come ha notato in un rapporto il Servizio Ricerche del Congresso, gli USA sono direttamente impegnati in un rapporto speciale con Israele che lo aiuterà a conservare una “superiorità militare qualitativa” su altri Paesi. Che Israele abbia un accesso prioritario alla tecnologia bellica USA è una politica esplicita del governo USA.

Quando twitti, soprattutto riguardo a qualcosa di discutibile, puoi aspettarti che qualcuno si arrabbi e ti insulti. Non avevo la minima idea di quanto rapidamente sarei stato licenziato.

Più tardi quel giorno ho ricevuto una mail da John Mulholland, direttore del Guardian USA. In precedenza non avevo mai ricevuto un messaggio da lui, dato che la maggior parte dei miei contatti con il Guardian passano dal caporedattore che si occupa del mio lavoro. Non lo citerò, perché è una persona corretta e non vorrei danneggiare la sua situazione. L’oggetto del messaggio di Mulholland era “privato e riservato”. Lo riproduco qui per intero:

Ciao Nathan.

Dato che tu ti presenti in parte come editorialista del Guardian permettimi di esprimere la mia preoccupazione quando fai un’affermazione come la seguente [link al tweet di Robinson, ndtr.]. Una legge simile non esiste, nel qual caso questa è, per così dire, una fake news, a prescindere dal successivo tweet in cui tu affermi che essa è “indistinguibile da una legge.” Non è una legge. Punto.

Dati i discorsi sconsiderati dell’anno scorso, e oltre, su come mitici “gruppi/associazioni ebraiche” detengano il potere su ogni forma di vita pubblica negli USA, non capisco come ciò possa contribuire al dibattito pubblico. E non capisco perché prendere di mira l’aiuto finanziario a Israele in un tweet e fuori da ogni contesto – senza parlare anche dell’aiuto ora o in passato ad altri Paesi– sia un utile contributo al dibattito pubblico.

Ovviamente sei libero di utilizzare Twitter in qualunque modo tu decida, ma mi sgomenta che qualcuno che si presenta come editorialista del Guardian possa fare un’affermazione così chiaramente sbagliata senza, come ho osservato, alcuna contestualizzazione/giustificazione.

Affermare che l’unico Stato ebraico controlla il Paese più potente al mondo è chiaramente antisemita. Il mito del ‘potere ebraico’ segnala un odio letale. Cancella e chiedi scusa.”

Ora, alcune cose dovrebbero colpirvi. Primo, il fatto che l’oggetto del messaggio di Mulholland sia “privato e riservato” significa che non voleva che altre persone sapessero quello che mi stava dicendo. Avrebbe preferito che le sue parole rimanessero segrete. L’avebbe preferito, ma definire una mail come privata è una richiesta, non un obbligo giuridico.

Secondo, la sua affermazione che il mio tweet sia una “fake news” che potrebbe ingannare delle persone è chiaramente senza senso. Il sarcasmo, come ho detto, è normale su Twitter e, nell’eventualità che qualcuno fosse così ottuso da credere che non stessi scherzando e che ogni nuova spesa richiedesse un nuovo aiuto a Israele, ho incluso un tweet allegato chiarendolo. Non c’è assolutamente nessuna possibilità che Mulholland mi mandasse questo messaggio se l’argomento non fosse stato Israele. Il suo problema non era che abbia utilizzato l’ironia. Se avessi detto “negli USA c’è una legge che impone al Congresso di approvare una legge di spesa solo se contiene una grande somma di inutili sprechi (non una vera legge, ma in pratica c’è),” nessuna persona ragionevole avrebbe potuto pensare che sarebbe stato richiamato dal direttore del Guardian.

No, questo è stato un pretesto. Il grosso problema è stato, come ho detto, che io avrei preso di mira l’unico Stato ebraico, criticandolo senza notare l’aiuto ricevuto da altri Stati. La sua mail sembra citare alla fine qualcuno che lo ha definito antisemitismo, benché non sia chiaro da dove sia ricavata la citazione.

Ciò che risultava chiaramente dal messaggio è che Mulholland era molto incazzato. Come ho detto, l’accusa è assurda:, non sono stato io ad aver privilegiato Israele, ma la politica USA! Io ho solo evidenziato che ciò è quello che facciamo e che lo facciamo intenzionalmente, perché crediamo che Israele abbia un particolare diritto a un “vantaggio militare qualitativo” che i suoi vicini non hanno. Ma ho rapidamente percepito che il mio lavoro poteva essere in pericolo. Così ho cancellato il tweet ed ho risposto a Mulholland scusandomi per aver fatto una cosa che potesse essere interpretato come compromettente per il giornale. Ho bisogno del mio stipendio, e, benché fosse profondamente frustrante per me che il Guardian sindacasse sui miei tweet, a malincuore mi sono reso conto che avrei dovuto accettare i nuovi limiti che mi aspettavo sarebbero stati posti al mio discorso pubblico. Sapevo che la censura sarebbe stata irritante, ma sembrava inevitabile e speravo che sarebbe stata limitata. Lavoro precario significa che il datore di lavoro esercita un potere coercitivo sulla libertà di parola dei dipendenti, anche fuori dal lavoro, e io, come chiunque altro, ho l’affitto da pagare.

Mulholland mi ha risposto, affermando che apprezzava le mie scuse e suggeriva di lasciarci alle spalle l’incidente. Il mio capo redattore mi ha scritto chiedendo informazioni sui tweet, affermando che il Guardian era dispiaciuto, ma mi ha detto di non preoccuparmi. L’ho interpretato come se ciò significasse che finché avessi tenuto la bocca chiusa riguardo a Israele su Twitter, il Guardian avrebbe continuato a pubblicare i miei articoli su altri argomenti. Un ignobile compromesso, sicuramente, che retrospettivamente non avrei dovuto neppure prendere in considerazione. È difficile giustificare il fatto di stare zitto riguardo all’aiuto militare degli Stati Uniti a un Paese che viola i diritti umani, solo perché hai bisogno di uno stipendio, ma chi scrive e dipende da quello che guadagna scrivendo deve affrontare scelte difficili quando il padrone ti dice quali opinioni hai il diritto di avere in pubblico. Eppure sul momento ho conservato la speranza che ci fosse un modo per cui avrei potuto continuare a scrivere. Mi sono detto che avrei fatto del mio meglio per affermare ciò che penso in modo onesto senza incorrere nella censura editoriale, benché temessi ciò che avrebbe potuto comportare.

Ma poi è successa una cosa strana. Nelle settimane successive il mio capo-redattore ha curiosamente smesso di comunicare con me. Gli ho mandato suggerimenti su suggerimenti per nuovi articoli. Nessuna risposta. Eppure avevo avuto la promessa che avrebbero parlato presto con me, senza conseguenze. Era molto strano, perché l’anno prima mi aveva sempre chiamato chiedendomi nuovo materiale per gli articoli. Improvvisamente, silenzio totale.

Finalmente lunedì 8 [febbraio] ho ricevuto una chiamata da lui. Mi ha detto che avrebbero voluto pubblicare i miei articoli, ma che le cose con Mulholland per il momento lo avevano reso impossibile e che dovevano avere un colloquio con lui per chiarire la situazione. Ho cercato ancora una volta di essere accomodante, ho detto che mi sarei adeguato alle nuove regole e che sarei stato felice di parlare con Mulholland per discutere delle sue aspettative. Ormai era chiaro che mi stavano esplicitamente censurando per aver mandato un tweet critico nei confronti di Israele. Il mio capo-redattore ha chiarito che, se non fosse stato per il tweet, avrebbero accettato le mie proposte di articoli. Le garanzie di Mulholland, secondo cui chi scrive per il Guardian ha la “libertà” di esprimere le proprie opinioni erano chiaramente false. Sei libero, ma se te la prendi con Israele i tuoi suggerimenti finiscono nel cestino. Il mio editore lo ha ammesso esplicitamente con me, affermando che il rifiuto delle mie proposte di articoli era il diretto risultato del tweet.

Ma ho scoperto di non essere stato ignorato solo temporaneamente. Martedì il mio capo-redattore mi ha chiamato e mi ha detto che, dopo una conversazione con Mulholland, si era deciso di eliminare definitivamente la mia rubrica. Ho chiesto se sarebbe stato possibile per me parlare con Mulholland e trovare una soluzione. Il mio capo-redattore mi ha risposto di no e che Mulholland aveva deciso che il giornale non avrebbe più lavorato con me in futuro, intendendo che non dovessi neppure perdere tempo a mandare bozze di articoli occasionali come freelance. Hanno offerto di pagarmi due articoli come “liquidazione” che non avrebbe coperto lo stipendio di un mese. Non c’è stato neppure il tentativo di criticare il mio lavoro; in effetti il capo-redattore ha affermato esplicitamente che i miei suggerimenti per gli articoli sarebbero stati accettati se Mulholland non si fosse risentito per il mio tweet. Ciò mi è stato detto molto chiaramente: il tuo tweet su Israele ha fatto arrabbiare il direttore. Ora sei licenziato. Non farti più vedere. Essere licenziato è orribile, soprattutto quando ciò avviene senza preavviso nel bel mezzo di una pandemia, quando è difficile trovare lavoro. Non guadagnavo molto dal mio lavoro al giornale (15.000 dollari [circa 12.000 euro] lo scorso anno), ma scrivere di politica a sinistra non è remunerativo e avevo bisogno di quei soldi. Avrei dovuto essere disposto ad accettare un qualche controllo sulle mie reti sociali da parte del Guardian nel disperato tentativo di conservare il mio lavoro. Ma quando si tratta di critiche contro Israele non c’è una seconda opportunità, indipendentemente da quanto sia giustificata la critica e per quanto ciò sia lontano dal vero antisemiti smo. Non importa che abbia prontamente cancellato le mie parole. Hai superato il limite, sei fuori. Non è a causa di una vasta cospirazione, ma di una politica in base la quale un alleato degli Stati Uniti è considerato al di sopra di ogni critica (anche l’Arabia Saudita è spesso esente da critiche). Il Guardian è probabilmente il più “progressista” tra i giornali importanti degli Stati Uniti, quindi in base al suo modo di fare c’è parecchio da parlare dei limiti riguardanti il discorso su Israele. Il giornale non è di destra e pubblica critiche contro Israele, che sicuramente porterebbe a dimostrazione del suo impegno a favore del libero dibattito. Non sto sostenendo che il Guardian non dia mai voce alle critiche contro Israele o alla politica USA nei confronti di Israele, ma che vuole controllare attentamente le affermazioni dei propri giornalisti sull’argomento ed essere sicuro che dicano solo quello che i direttori del giornale ritengono accettabile.

Oltretutto è chiaro che il Guardian non vuole che si sappia che censurerà i post sulle reti sociali dei suoi giornalisti riguardo a Israele. Mulholland non vuole che racconti a qualcuno quello che mi ha detto. Vuole sottolineare che io ero assolutamente libero di dire quello che volevo. Nessuno mi ha dato una serie di direttive su quello che potevo o non potevo dire, perché ciò sarebbe stato un esplicito riconoscimento che i giornalisti non sono liberi, che devono rispettare una certa direttiva riguardo a Israele e scrivere solo quello che è approvato dalla linea editoriale. Ho chiesto esplicitamente linee guida riguardo a cosa potessi o non potessi dire, ma, mentre il Guardian ha linee guida aziendali sul design e sullo stile, non ha un codice formale riguardo al contenuto, ne ha solo uno non scritto. A lungo ho criticato quanti dipingono la sinistra come un gruppo di guerrieri totalitari “con una cultura della censura” che cercano di soffocare la libertà di parola. Questa immagine è l’esatto contrario. Reazionari e fanatici hanno in genere a disposizione grandi megafoni. D’altra parte attivisti del movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS) agiscono sotto la minaccia di denunce penali. Sono assolutamente a favore della libertà di parola, sia per ragioni di principio che pratiche, ma ho criticato alcuni dei discorsi a favore della libertà di parola che trattano la sinistra come la principale minaccia e non citano il modo in cui chi critica Israele possa essere licenziato per i propri discorsi. Per esempio, la lettera aperta della rivista Harper [storico mensile USA di cultura, politica e arte, ndtr.] a favore di un dibattito libero e aperto esprime nobili sentimenti, ma sembra più preoccupata della minaccia alla giustizia sociale che di quella agli attivisti filopalestinesi.

Il Guardian non è obbligato ad assumermi come editorialista, benché io sia un ottimo editorialista. Essendo io stesso direttore di una rivista, non pubblico tutti i punti di vista. Siamo selettivi. Facciamo delle scelte editoriali. Questa è una nostra prerogativa (benché io non pensi di avere mai criticato un giornalista per qualcosa che abbia twittato nel tempo libero e offrirei ai giornalisti la massima libertà d’azione con i loro tweet prima ancora di considerare che affermazioni sulle reti sociali possano compromettere l’assunzione di un giornalista da parte di Current Affairs). Non penso che il New York Times sbagli a dire di non voler pubblicare editoriali che chiedono la repressione militare contro i dissidenti. Non penso che una casa editrice debba pubblicare qualunque libro. Se la posizione del Guardian è che i suoi opinionisti possono avere solo una gamma limitata di opinioni o debbano essere controllati molto attentamente perché non la violino, pazienza. Il defunto antropologo David Graeber, un tempo collaboratore fisso del giornale, negli ultimi anni di vita si è rifiutato di averci a che fare affermando che il Guardian utilizzava la presenza di collaboratori di sinistra come copertura per portare avanti le sue pretestuose accuse di antisemitismo contro il partito Laburista di Jeremy Corbyn, e più di un critico ha affermato che il Guardian ha cinicamente brandito l’antisemitismo per difendere l’ala centrista del Labour contro la sinistra).

Ma ammettiamo che il Guardian abbia ragione riguardo a quello che fa e alle posizioni ideologiche che pretende dai suoi giornalisti. Ammettiamo che gli abbonati e i lettori del Guardian sappiano che se gli editorialisti del giornale oltrepassano il limite verranno licenziati, il che significa che i lettori non ascoltano necessariamente le opinioni che ascolterebbero se il giornale non esercitasse un controllo attivo sull’opinione degli editorialisti. A un certo punto il mio capo-redattore mi ha detto che il giornale considera quello che gli editorialisti dicono sui media sociali un continuo problema e sta cercando di trovare un modo per risolvere la questione. Suppongo che effettivamente sia difficile, perché il Guardian vuole avere il diritto di licenziare le persone se dicono qualcosa di sbagliato, continuando nel contempo a sostenere di non fare una cosa del genere e mantenendo la disciplina con mail “private e riservate” invece di stendere un vademecum. In ogni caso sono fortunato. Ho la mia rivista, sulla quale posso parlare in modo assolutamente libero, dovendo rendere conto solo ai nostri abbonati. Se non avessi un modesto stipendio da un’altra parte, perdere questo reddito sarebbe ancora più disastroso. Ho molti dubbi che, considerando che ora sono stato licenziato da un quotidiano per presunto antisemitismo, sarò assunto da un altro giornale. Devo augurarmi che Current Affairs continui a sopravvivere. Non è sicuro. Siamo una piccola rivista indipendente finanziata esclusivamente dagli abbonati e da piccoli donatori. Invece il Guardian è finanziato da una grande fondazione con un contributo di 1 miliardo di sterline [1 miliardo 14 milioni di euro, ndtr.].

Ho notato che molte persone che sono esplicitamente a favore della libertà di parola hanno poco da dire quando chi critica Israele deve affrontare conseguenze professionali. Eppure il mio caso è relativamente banale e l’attenzione dovrebbe concentrarsi sui palestinesi che sono stati massacrati e mutilati dalle aggressioni dell’esercito israeliano. Le vite di questi palestinesi non valgono assolutamente niente per quanti hanno manifestato più indignazione riguardo al mio tweet che al concreto uso dei sistemi d’arma che stiamo vendendo a Israele.

Il vero problema con la censura ai danni di chi critica Israele è che rende più facile al governo di quel Paese continuare ad assassinare manifestanti e a mantenere un blocco che, secondo le Nazioni Unite, “nega fondamentali diritti umani contravvenendo alle leggi internazionali e che rappresenta una punizione collettiva.” Nel 2018 centinaia di palestinesi, compresi minori e medici, sono stati colpiti da cecchini israeliani durante le proteste della Grande Marcia del Ritorno – secondo Middle East Monitor “in un solo giorno, il 14 maggio, l’esercito israeliano ha colpito e ucciso sette minorenni” e oltre 1.000 manifestanti sono stati colpiti da proiettili veri – ma Israele non ha mai dovuto renderne conto e gli Stati Uniti continuano a rifornirlo di armi.

Spero tuttavia che si possa vedere esattamente come funziona la repressione delle critiche a Israele. Dici la cosa sbagliata, perdi il posto. Non hai una seconda possibilità. Sarai tacciato di antisemitismo e perderai il tuo lavoro da un giorno all’altro. Questa è una delle ragioni fondamentali per cui Israele continua a cavarsela nonostante commetta crimini orribili. Parlare onestamente e francamente dei fatti rischia di portare a una immediata censura. Le violazioni dei diritti umani continuano impunemente. E quando i cecchini israeliani prendono di mira i minori palestinesi, il Guardian è suo complice.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)

 

fonte :http://zeitun.info/2021/02/12/come-i-media-reprimono-le-critiche-contro-israele/

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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 22 Febbraio 2021 10:59 )  

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