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Corte di Strasburgo: prima condanna di inerzia alle autorità nei casi di violenza domestica

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L'Italia condannata dalla Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo per non aver fornito rapida ed efficace protezione a Elizaveta e suo figlio Ion dalla violenza di Andrei Talpis, marito e padre delle vittime, il quale tentò di uccidere la moglie e uccise il figlio che era intervenuto per difendere la madre. Elizaveta aveva denunciato l'uomo per violenze domestiche nel 2012 per la prima volta. Nello stesso anno si rivolse ancora alla polizia quando fu nuovamente aggredita con un coltello, che valse al marito la segnalazione per porto d'armi abusivo, e successivamente ancora per maltrattamenti. Nel 2013 altre due segnalazioni per botte, e a novembre l'epilogo: l'uomo va ubriaco a casa della donna, la picchia, viene portato dalla polizia in ospedale per intossicazione, poco dopo ne esce, ritorna a casa e, prendendo un coltello dalla cucina, si avventa sulla donna. Interviene il figlio Ion che cade sotto le pugnalate poi Talpis insegue la donna che viene raggiunta per strada e colpita. La polizia trova l'uomo seduto a terra davanti la casa.
Nel processo che seguì dichiarò che voleva soltanto spaventare la moglie, ma fu condannato all'ergastolo. Roberto Mete, avvocato dell'uomo, dichiara: "Era un soggetto profondamente disagiato, affetto da un alcolismo cronico che viveva in una situazione familiare per lui insoddisfacente. La situazione avrebbe dovuto essere affrontata in modo più approfondito in precedenza"
Nella sentenza i giudici rilevano che "la signora Talpis è stata vittima di discriminazione come donna a causa della mancata azione delle autorità, che hanno sottovalutato (e quindi essenzialmente approvato) la violenza in questione"
E' una sentenza importante perchè definisce i limiti entro i quali troppo spesso, in casi di violenza domestica, le istituzioni si sono asserragliate adducendo l'impossibilità legale di intervento. Negli ultimi anni c'è stato un cambio di rotta e più spesso si sente dire "donne, denunciate", ma fino a ieri la frase ricorrente in questi casi era "finchè non c'è reato non possiamo fare nulla, cerca di non provocarlo", in un rovesciamento di responsabilità che è prassi in una società che ha sempre ritenuto, evidentemente, che l'uomo non sia tenuto al controllo di sé. Le donne oggi denunciano, ma continuano a cadere vittime dell'inerzia culturale che contraddistingue una mentalità maschilista ancora troppo radicata, che lascia gli uomini liberi di uccidere anche quando esistono tutti i segnali premonitori per evitarlo.
Speriamo quindi che la giurisprudenza, visto che non riescono i legislatori (è di ieri la notizia della sentenza che riconosce la validità giuridica in Italia dell'atto di nascita di due bambini nati all'estero che indicava come genitori due uomni) riesca ad aprire la strada a quella rivoluzione culturale necessaria ad affrontare, con occhi aperti, l'inevitabile evoluzione della società.

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Ultimo aggiornamento ( Sabato 04 Marzo 2017 00:00 )  

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