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Educazione di genere infantile nel Medioevo

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Da cosa derivano le teorie medievali sull'infanzia e sull'educazione più adatta da riservare al bambino?

A partire dal XIII secolo gli scrittori, che si occupavano di letteratura medica, iniziarono a trattare argomenti come “la qualità delle età della vita”, dando inizio all'indagine sull'infanzia. Dunque, furono riprese, studiate e analizzate dai “letterati” del tempo le principali idee guida della tradizione classica greca e romana. L'interesse di Ippocrate (460-370 a.C.) per i fattori genetici fu raccolto nelle enciclopedie divulgative dell’epoca, ereditando le erronee convinzioni che le caratteristiche dei progenitori e i loro temperamenti potessero essere acquisiti dal nascituro. Per questo, si sviluppò la convinzione che già dalla nascita un bambino potesse essere irrimediabilmente compromesso, negandogli di conseguenza qualsiasi intervento educativo. La scoperta ippocratica della differenza fra organismo infantile e adulto si tradusse nel Medioevo nell'accomunare la natura infantile a quella femminile adulta, ovviamente con un’accezione negativa. Il pensiero scientifico aristotelico venne recuperato in Europa nel XIII secolo grazie alle varie traduzioni latine.

La Riproduzione degli animali di Aristotele offriva alla società medievale la risposta ai problemi del concepimento e le differenze sessuali;pertanto il bambino appariva come l'animale più incompleto fra tutti, caratterizzato da un lungo processo di crescita e scoordinato per via del peso del cervello. Per rafforzare tale ipotesi, Aristotele dichiarò che la differenza fra l'organismo adulto maschile e quello femminile e infantile, risiedesse nella minor quantità di cervello rispetto a quella posseduta dall'uomo; ancora una volta la costituzione femminile e infantile venivano accomunate dall'impotenza delle loro facoltà, dalla mancanza di peli, dalla voce stridula, dalla sterilità e così via. Il comportamento del bambino veniva accomunato al comportamento animale in quanto governati entrambi (secondo le convinzioni del tempo) dal perseguimento del piacere; questa tesi ostacolò la comprensione dei processi psichici del bambino.

La relazione adulto/minore e uomo/donna era impostata in modo che i soggetti ritenuti meno perfetti fossero - per forza di cose - obbligati ad obbedire a chi possedeva a tutti gli effetti la ragione: l'uomo. Aristotele assicurava nella Riproduzione degli animali che le differenze sessuali fossero presenti sin dal momento del concepimento. I movimenti e i tempi di formazione del feto venivano caratterizzati da vivacità e vitalità per il maschio, e passività ed inerzia per le femmine. Medici, filosofi, teologi e precettori diedero credito a queste ipotesi, accettando di fatto che la debolezza femminile fosse una costante immutabile e permanente.

Anche le differenze sessuali erano concepite come causa della leggerezza del cervello femminile e della freddezza del suo temperamento, e a tutti gli effetti ostacolo alla comparsa di un'intelligenza piena e vivace.

Tutte queste argomentazioni, nel Medioevo, posero le basi di un'inferiorità femminile a priori; Aristotele dichiarò addirittura che la bambina raggiungeva l'età adulta e la vecchiaia prima del soggetto maschile a causa della sua debolezza, per questo motivo l'individuo femminile era soggetto ad un'infanzia più breve. Tali pregiudiziali convinzioni scientifiche, furono usate per giustificare, nel tempo, sotto le sembianze di un fatto naturale, l'ineguaglianza dei rapporti sociali tra uomini e donne.

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Ultimo aggiornamento ( Giovedì 07 Febbraio 2019 13:27 )  

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