Dopo oltre mezzo secolo, è venuto alla luce il passaporto rilasciato al nazista Adolf Eichmann dalla delegazione di Genova del Comitato Internazionale della Croce Rossa con il quale il nazista riuscì a sfuggire alla giustizia dandosi un’identità falsa dopo essersi imbarcato dall’Italia per l’Argentina.
La scoperta del passaporto è dovuta a una studentessa argentina, Maria Galvan dell’università San Martin. La ragazza, durante una ricerca su un fascicolo di documenti ancora protetti dal segreto di Stato, si è trovata fra le mani il documento originale di viaggio rilasciato al criminale nazista sotto il falso nome di Ricardo Klement.
La ricercatrice ha informato del ritrovamento la magistratura. La pratica è finita così sul tavolo di un’altra donna, la procuratrice Maria Servini de Cubria, che ha immediatamente ordinato che il passaporto di Eichmann, con tutto il dossier delle procedure relative al rilascio, fosse custodito non negli archivi argentini, ma nella sede del “Museo del Holocausto” di Buenos Aires.
Il fascicolo spostato dagli archivi giudiziari argentini al Museo dell’Olocausto potrebbe gettare fasci di luce scomodi anche in Europa (e in particolare in Italia) sulla rete di complicità transatlantiche che, fra il 1949 e il 1951, permisero a Eichmann, a Mengele, a Barbie e ad altri criminali nazisti di imbarcarsi da Genova per l’America Latina.
Secondo il passaporto, che la Croce Rossa aveva rilasciato, il beneficiario era un inesistente Ricardo Klement, nato a Bolzano e figlio di N.N. (così allora venivano definiti negli atti ufficiali i figli cosiddetti illegittimi) e quindi registrato con il cognome materno negli archivi di stato civile, peraltro saccheggiati o distrutti durante la guerra: il che evidentemente semplificava le cose. Il passaporto con generalità false era stato poi consegnato alla polizia argentina nel 1960 dalla moglie, Veronica Liebl, che subito dopo la cattura di suo marito aveva dovuto ammettere la verità: Klement era Eichmann.
Il sequestro era avvenuto con un’operazione fulminea del Mossad alle ore 20 dell’11 maggio 1960, mentre il criminale nazista scendeva da un pulmino collettivo davanti alla porta di casa, in calle Garibaldi nel sobborgo di San Fernando, a 45 minuti di macchina da Buenos Aires. Ormai, dopo un decennio di latitanza, l’uomo che aveva pianificato e diretto i campi di sterminio di Hitler pensava di poter abbassare la guardia. Nove giorni dopo la cattura, vestito grottescamente con una divisa da steward dell’equipaggio e narcotizzato, Eichmann veniva imbarcato sul volo ufficiale di una delegazione israeliana, verso il processo, che due anni più tardi, nel 1962, si sarebbe concluso con l’inesorabile condanna a morte.
Nicoletta Consumi - DEA press
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