E così anche per questo anno Babbo Natale (governo) si è dimenticato dell'Università
italiana e quindi sotto l'albero non troveremo altro che le nostre
difficoltà, che si aggravano anno dopo anno.
Anche il 2007 si chiude con assenza di speranza e fiducia per un futuro
migliore dell'Università: speranza che ci viene negata sì dal governo ma
anche dal sistema paese in generale, che non riesce ad individuare una
giusta politica che insieme al risanamento della finanza pubblica sappia
anche dare prospettive positive al delicatissimo settore dell'alta
formazione e della ricerca.
Di fatto, dobbiamo prenderne atto e definitivamente coscienza, è ormai
avviato da anni un preciso ridimensionamento dell'istruzione universitaria
pubblica: di fatto, attraverso questa pluriennale politica di taglio delle
risorse e dei finanziamenti, si sono via via sempre più indeboliti quei
processi virtuosi di formazione diffusa e trasversale che ha caratterizzato
fin qui lo straordinario contributo dato dall'università italiana al paese,
pur a prezzo di enormi sacrifici economici, di carriera, di precariato e non
solo fatti dall'intera comunità universitaria. L'obbiettivo era quindi la
fine dell'autonomia dell'Università ed è stato perseguito e, temo,
raggiunto, con il mezzo più sicuro e convincente: la presa per fame.
Così oggi l'università italiana si trova costretta suo malgrado a trattare
con il governo: con il cappello in mano e le pezze al sedere, ormai stremata
da anni di digiuno, abdicherà alle prerogative di autogoverno e si farà
indicare la diritta via in cambio di una sopravvivenza economicamente
possibile ma assai poco dignitosa per la sua memoria storica.
Abbiamo provato a resistere a questo assedio: vendendo i gioielli di
famiglia, pezzi del nostro patrimonio immobiliare e salvaguardandone la
destinazione pubblica; tagliando le spese per la ricerca e dio sa quanto a
malincuore; bloccando per anni (!) le assunzioni di docenti e personale;
sospendendo gli investimenti e i progetti per la riqualificazione delle
strutture didattiche e di ricerca.
Abbiamo fatto la nostra parte, chiedendo ulteriori sacrifici al nostra
meravigliosa comunità che ha capito ed ha continuato, certo brontolando, a
lavorare come prima, anzi più di prima per le nostre generazioni future.
Nella speranza che il trend governativo si invertisse, che a governi ostili
seguissero governi amici, che il paese capisse e cambiasse la tendenza, che
il sistema politico ed economico scegliesse finalmente il futuro, la strada
dell'innovazione della ricerca.
Niente da fare, prendiamo atto con enorme amarezza di una realtà che ci è
ostile, di un quadro generale che come ben ha definito il CENSIS nella sua
ultima indagine dipinge l'Italia come una "poltiglia di massa" senza
coesione. "Una mucillagine sociale che inclina continuamente verso il
peggio". Cosi' il Censis descrive la realta' italiana, costituita da una
maggioranza che resta "nella vulnerabilita', lasciata a se stessa", "piu'
rassegnata che incarognita", in un'inerzia diffusa "senza chiamata al
futuro". La realta' diventa ogni giorno "poltiglia di massa - spiega il
Rapporto sulla situazione sociale del paese - indifferente a fini e
obiettivi di futuro, ripiegata su se stessa"; la societa' e' fatta di
"coriandoli" che stanno accanto per pura inerzia.
Ne prendiamo atto ma, orgogliosamente come sempre, continueremo a batterci
per la ricerca, per l'alta formazione, per l'università pubblica italiana.
Come sempre abbiamo fatto perché altro non sappiamo e vogliamo fare.
Alberto Di Cintio
Membro del Consiglio di Amministrazione dell'Università degli Studi di Firenze