La geografia è in continua evoluzione.
Le sue branche sono molteplici e lo studio della terra si evolve a seconda del periodo storico, con importanti implicazioni, innanzitutto teoriche.
Determinante fu il ruolo della scuola delle Annales, nata in Francia intorno alla rivistra Annales d'histoire economique et sociale fondata nel 1929 da Lucien Febvre e March Bloch.
Si parlò di pluridiscinarietà, della necessità che la geografia umana si integrasse ad altre discipline, prime fra tutte la storia, che dona profondità gnoseologica alla geografia stessa, strappandola a un ingenuo determinismo fisico per affidarla a un radicale possibilismo, a una prudente contingenza. “Della necessità da nessuna parte, della possibilità dappertutto”, scrive Febvre nella Terre et l'evolution humain (1922).
Oltre che di geografia fisica si può deve parlare, dunque, di geografia sociale o culturale.
Per meglio valutare la prospettiva di studio geografico, bisogna innanzitutto presuppore che il paesaggio sia una cornice determinante della nostra geosfera. E non solo.
Infatti, il termine paysage, milieu, evidenziano una relazione culturale del soggetto con l'ambiente in cui vive.
Ne è un esempio il dipinto di Giorgione, del 1505, La Tempesta, in cui si rappresenta il paesaggio, la natura come insieme del reale mettendolo in prospettiva. Cioè, la considerazione della natura non può prescindere dallo sguardo del soggetto.
La geografia umana, quell'antropogeografia di cui scrive Ratzel nella sua Antropogeographie, si rafforza con la geografia culturale; l'habitat in cui viviamo è una microparte, un ecosistema, di cui l'ecologia deve tener presente, evidenziandone peculiarità e tendenze di omologazione in un ambiente intersociale “monotono”.
Nel rapporto uomo-territorio, bisogna affiancare altre scienze come la sociologia, l'economia e la psicologia.
La geografia umana è la scienza dedicata all'analisi della distribuzione, della localizzazione e dell'organizzazione spaziale dei fatti umani.
Questa scienza è composta da un aspetto sincronico, ovvero l'analisi degli assetti organizzativi umani presenti nel mondo in un determinato periodo, e da un aspetto diacronico, ovvero l'analisi dei processi che nel corso del tempo hanno condotto alla formazione di tali assetti.
Sempre più si privileggia la ricerca degli elementi soggettivi nel rapporto uomo-territorio, ci si avvale di discipline quali le scienze sociali e di forme comunicative come la letteratura e l' espressioni artistiche, specie nella stesura delle monografie regionali, che danno spessore alla differenza, alla complessità, contro le generalizzazioni, le astrazioni di cui si nutrono discipline che aspirano allo statuto di scienza.
Nel corso degli anni settanta/ottanta del XX secolo, alcuni esponenti del pensiero geografico presero le distanze dalle classiche teorie strutturaliste, che riducevano il territorio ad una realtà spiegata in termini di causa-effetto, non tenendo conto della "soggettività" dei singoli individui, intesi nella loro specificità.
Importante l'eco di Michelet o di Vidal de la Blache.
Questo rivoluzionario approccio geografico, rifiutando lo strutturalismo, pone il "soggetto" al centro di ogni rappresentazione territoriale e, allo stesso modo, considera il territorio solo ed esclusivamente in relazione all'individuo.
È un tipo di metodo che nasce dopo l'esperienza della retorica ecologica dei regimi nazifascisti della prima metà del Novecento.
"Porre al centro l'uomo", in una sorta di rivoluzione copernicana, significa partire dalle condizioni esistenziali dell'essere umano, analizzando in quale modo egli interpreta, vive e percepisce il territorio, quali valori gli attribuisce e come proietta se stesso nello spazio esterno.
Ancora, Febvre, dice che l'unico compito della geografia è l'uso delle possibilità geografiche da parte dell'uomo.
La geografia umana privilegia la categoria concettuale del luogo e del paesaggio rispetto a quellefunzionaliste e strutturaliste dello spazio: non più omogeneità, ma le identità geografiche dei singoli luoghi, i sentimenti e le percezioni che vi gravitano attorno.
Dalla "topografia degli spazi" alla "geografia dei luoghi".
Il movimento umanistico in geografia umana, che si basò anche su dimensioni di analisi letterarie ed artistiche, conobbe un declino a partire da metà degli anni ottanta; molte delle sue istanze riconfluirono quindi nell'allora nascente geografia culturale, che ritematizzò alcuni degli argomenti della geografia umana in un'ottica più ampia e comprensiva.
Qual è la rilevanza di temi geografici oggi, per noi, soggetti post moderni che hanno risalito con rapidità la vetta dell'addomesticamento ambientale e vi hanno visto le catastrofi a cui i precari e preziosi equilibri della biosfera sono inclini?
Il punto è proprio ammettere la rilevanza di quei temi. Non possiamo prescindere dalle esigenze che la natura, quel grande libro scritto in termini matematici, ci sussurra. Non possiamo prescindere dall'integrazione dell'uomo in questo ambiente, una nozione che non può solo essere trattata in senso scientifico, con categorie formali.
Oltrepassare le “mere descrizioni letterarie” (ancora Febvre) è fondamentale per renderci conto che il nostro slancio prometeico, la nostra corsa al successo economico, al progresso tecnico, deve sforzarsi di considerare l'importanza di ciò che è “esterno” all'uomo e che tuttavia benedisce le condizioni di esistenza di questi esseri sociali sulla terra.
I grandi viaggi, le nuove scoperte geografiche, furono fondamentali per stabilire che, per esempio, Gerusalemme non era al centro del mondo, che esisteva una porzione di vita profondamente differente nell'America di Colombo e, ancor prima, che il confine tra barbari e romani era un limes ideologico, labile.
Dovremmo viaggiare di più, integrarci in politiche ambientali comuni, per valorizzare quel comun denominatore, geografico, che contribuisce a definirci.
L'anti modello è rappresentato, seguendo questa linea di pensiero, dagli Stati Uniti, che scatenano guerre per chissà quali interessi economici a cui i comuni mortali non sono ammessi, che camminano dritti nella persecuzione del loro sogno americano, senza considerare quella tavolozza imbandita di progetti e speranze (senza, ahimè, risultati!) che è il protocollo di Kyoto.
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