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La sagra tricolore

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Centocinquanta anni dell' Unità d'Italia, così abbiamo una nuova festa dopo natalino e pasquetta, dopo gli 8 marzi e le feste incomodate, la nazione proto-laica e demo-confessionale si è ritrovata col 17 marzo (nn proprio un numero ben’augurante) dedicato al tricolore. I nostalgici missini plaudono assieme al Ministro della difesa sapendo d’aver fatto strada e con propria soddisfazione possono dire di essere  ormai dentro i gangli dello Stato, unitario o no vista la voglia di secessione dell’alleato politico che li accompagna, e sarebbe davvero infausto che il  partito politico che più d’ogni altro ha santificato il nazionalismo italiano & italiota, si ritrovasse con la bega della lega e la sua voglia di secessione.

Ieri sia da destra che da sinistra lo spettacolo messo in scena  l’abbiamo vissuto come una sagra paesana. I balli e i canti da strapaese, le luminarie tricolori e i fuochi d’artificio, hanno dato alla festa festeggiata una aria da fiera di paese ed ho la netta sensazione che lo Stato italiano, la Nazione intera abbia perduto una grande occasione per capire ed informare in veritas  quell’’avvenimento festeggiato.

Ancora non vi era stata una dichiarazione di adesione allo Statuto albertino che il colonello Bixio in quel di Bronte in Sicilia, reprimeva nel sangue la protesta contadina per ingraziarsi il potere  mafioso dell’isola, e sappiamo poi com’è andata dopo Teano il buon Garibaldo (così era chiamato dal popolo) fu ferito ad una gamba e il Garibaldi che comanda veniva fatto senatore del Regno e poi dimenticato.

Peccato che il generale avesse poco acume politico e poche amicizie influenti, perché assieme al Mazzini fu uno dei  pochi italiani che aderì  alla 1° Internazionale,  ed è indubbiamente da addebitare alla  sua forza militare se l’accozzaglia di Stati principeschi fu sconfitta  e aderì in Unione  a formare  il Regno d’Italia.

La gloria imperitura dell’eroe in camicia rossa nessuno la può toccare per quanto fatto da Quarto al Volturno, e segno evidente lo sono le centinaia di piazze a lui dedicate e i monumenti che lo ritraggono a cavallo per la futura  grande memoria, in  grazia popolare e riconoscimento nazionale.

Semmai  c’è da ricordare che non avevamo ancora fatto complemento dell’unità nazionale per via di dispute e ingerenze francesi e inglesi nel territorio che fu l’Italia romana, che i governanti piemontesi decisero di contare di più nelle assise e Conventio  Internazionali, che armato un esercito disperante decisero di andare a far di pugna ad Adua e dintorni.

Così si comportano gli Stati sovrani quando sono incapaci di soluzionare i problemi dei loro abitanti. Il regno d’Italia ereditava grandi e gravi problemi  sociali e giurisdizioni, amministrazioni e poteri del tutto diversi dalla propria statualità albertina e non seppe fare una politica forte e incisiva di trasformazione  sociale che permettesse alla nuova nazione di crescere e prosperare.

Dopo Porta Pia bersaglieri e alpini li ritroviamo nelle battaglia di Adua che fu il momento culminante e decisivo della guerra di Abissinia.  Il  1° marzo 1896 le forze italiane, comandate dal generale Oreste Baratieri  si scontrarono con l'esercito abissino del negus Menelik II°.  

Gli italiani subirono una pesante sconfitta, che arrestò per molti anni le loro ambizioni coloniali sul corno d'Africa. Non avevamo una scuola pubblica e nessun wel-fare, anzi il popolo moriva di tubercolosi e pellagra, però i governanti avevano l’intenzione di creare un Impero coloniale e non trovarono altra politica che irrobustire le forze armate e le spedirono in  guerra per non subire le proteste e le delusioni di quanti avevano evocato  “ la giovine Italia “  creatrice di cultura e giustizia sociale.

Con queste parole d’ordine menzognere dopo non molto tempo (1914) la giovane nazione italiana mandò a morire almeno due generazioni di giovani sui monti del Carso e tra le trincee delle Alpi in una guerra che fu più politica che patriottica. Abbiamo notizie e documenti che attestano decimazioni e fucilazioni nel regio – esercito. I ragazzi multi – paese sentivano la nostalgia di casa, c’era da seminare o da fare raccolto e lasciavano ingenuamente le loro compagnie  e battaglioni, per ritrovarsi poi incolpati di tradimento e diserzione.

L’Austria chiese invano all’Italia la neutralità arrivando a donare al Regno dei Savoia proprio quelle  “ terre irridenti “ che una propaganda feroce reclamava come ultimo gesto per l’Unità della Nazione. D’Annunzio, Mussolini, si impegnarono allo stremo perché fosse “ il ferro e il fuoco “ il cemento della nascita nazionale, incuranti del caro  prezzo che questa unità richiese ( 600.000 morti e migliaia di feriti e mutilati ).

Con la retorica della guerra fu poi il fascismo a diventare governo e dittatura, tradendo la linea politica dei “ fasci di Sansepolcro” Mussolini si alleò con gli agrari latifondisti e con l’industria pesante e inchinandosi al Re Vittorio Emanuele III°  portò l’Italia all’alleanza col nazismo e alla guerra mondiale che distrusse il Paese, perdendo l’occasione mazziniana di instaurare la Repubblica e di creare un vero miracolo economico, lui che ebbe intuizioni sociali importanti nei primi tempi con “ pensioni,  scuole e colonie per i bambini “ non riuscì a districarsi tra i gruppi di potere che lo avevano appoggiato e che  richiedevano sempre più spesso il pagamento, sia in termini politici che economici.

Su ipotesi di grandezza imperitura  l’ Italia dei federali e dei  gerarchi fascisti portò gli italiani alla guerra di conquista e creò per poco l’Impero. Pensando di emulare Augusto dette il via alle angherie nobiliari in terra italica e nei paesi conquistati e si prese il primo posto ai campionati di calcio del 1938, la palma dell’ideatore dei campi di concentramento in Libia ed Eritrea e il suo Maresciallo Graziani fu il primo comandante d’armata che usò i gas (vietati dalle Convenzioni) sulla popolazione inerme.

Tutto questo mi è passato per la mente ieri quando mi sono accorto delle bandierine sugli autobus e ho capito che il Paese stava “festeggiando” un Unità Nazionale che proprio non si vede. Come disse un grande scrittore : “ fatta l’Italia, adesso c’è da fare gli Italiani. “

Mi sono così ritrovato sperduto tra la mia stessa gente che aveva voglia di sentirsi  vicina e uguale, ma che sembrava invitata ad una sagra paesana fatta di tarallucci e vin santo, di pressapochismo e banalità, lo strapaese che sembra non aver capito la lezione storica che proprio da quel tentativo di unione politica, appare chiaro e non più procrastinabile.

Ma purtroppo alla caduta del fascismo nel 1945, non ha seguito una reale comprensione ed analisi del perché sia avvenuto che un Paese normale e in crescita  donasse al mondo il sopruso e la violenza squadrista; cosi che ancora oggi ne paghiamo il prezzo, rimanendo l’ultima nazione dell’Europa come Stato di Diritto e democrazia, resa  ancora più evidente dalla presa di possesso del potere governativo da parte di partiti politici e movimenti che si rifanno a quell’ignobile storia e che stanno riproponendo politiche sociali nazional-socialiste e xenofobe.

Festeggi Italia?  Ma davvero non c’è molto da festeggiare od essere fieri se non la voglia di riscatto che la Resistenza ha esercitato e che nell’Italia contemporanea sembra purtroppo dimenticata

 

walter maccari – nuova resistenza.org

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Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 25 Maggio 2011 12:25 )  

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