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La cristianità secondo Baricco

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Con il romanzo Emmaus (Feltrinelli, 2009), Alessandro Baricco torna alla forma a lui più congeniale, dopo la doppia parentesi di critico e regista, e subito conferma che la sua vena creativa è ancora pienamente vitale.

Il libro è ineccepibile, nello stile: una scrittura semplice e avvolgente, costruita su una prosa incisiva e immediata, che anche nelle parti più riflessive mantiene stretto il contatto con il lettore, non lo allontana mai da sé. I dialoghi a botta e risposta secca, che non necessitano nemmeno di virgolette per distinguersi, possono far ricordare quelli dello stimatissimo collega Cormac McCarty; la narrazione in prima persona oscilla spesso tra il singolare e il plurale (io-noi), realizzando delle stimolanti commistioni e ambiguità; il lessico mescola espressioni al limite dello slang con immagini dalla nitidezza d’icona, ma il tutto senza violente oscillazioni, in un impasto linguistico sostanzialmente omogeneo. Pur nella sua semplicità, insomma, lo stile si distingue per l’indubitabile raffinatezza – e questo è attributo ‘naturale’ solo dei grandi scrittori. Ma passiamo ad analizzare la vicenda narrata.

Un romanzo di formazione, indubbiamente, nella struttura: ma questa formazione di quattro sedicenni-diciottenni ferventi cattolici (è qui che l’io narrante si confonde spesso con il «noi» del suo gruppo, da subito distinto dal mondo esterno degli «altri») porta in sé più elementi distruttivi, che costruttivi. Uno di loro giungerà al suicidio, l’altro all’omicidio, l’altro alla droga: solo il ‘protagonista’ resisterà alle lusinghe dei demoni interni ed esterni, per ripercorrere i luoghi ormai deserti del suo passato – ma l’elusività del finale lascerà nel lettore il dubbio se effettivamente di una ‘sopravvivenza’, di una ‘vittoria’ si tratti, o forse di qualcos’altro. Perché proprio all’ultima pagina, quando il protagonista della vicenda, rimasto solo, si incontrerà con Andre, la ragazza causa della perdizione di tutti gli altri membri del suo gruppo, tutto quello che sarebbe dovuto naufragare (dopo la sconfitta del «noi» nella sua lotta contro il mondo) inopinatamente tornerà a descrivere i suoi pensieri, il suo essere. Viene da pensare che, passato attraverso tutte prove del proprio ‘romanzo di formazione’, egli in realtà non sia riuscito a comprendere gli errori commessi, non sia riuscito a ‘formarsi’, rimanendo tale quale era in principio.

Eppure, l’assunto del libro sembra chiaro: il gruppo dei quattro protagonisti, a causa della propria formazione rigidamente cattolica (non a caso, la vera ‘guida’ del gruppo, è soprannominato «Il Santo»), non è riuscito a stabilire un innocuo contatto con la realtà esterna, scatenando le reazioni più devianti. E il protagonista se ne rende anche conto: «Più di ogni inclinazione morale, e nel rovescio di tutte le dottrine,  ciò che abbiamo ricevuto dalla nostra formazione religiosa è stato innanzitutto un modello formale – un modello ossessivamente ripetuto nella violenza delle immagini che ci raccontavano la buona novella» (pp. 134-35). Ma la rivelazione finale su cui il libro si chiude, riaffermerà proprio il valore assoluto di quella educazione morale, il cui fallimento è denunciato dai fatti, ma che vince come verità ulteriore, ultraterrena, al di là dei semplici «gesti» della vita.

Insomma, sembra che Baricco ci abbia posto di fronte a due possibili e opposte interpretazioni del suo libro, senza chiarire per quale lui effettivamente propenda (e questo è già denunciato dalla spoglia veste editoriale, che esclude indicazioni di alcun tipo, né immagini di copertina, né spiegazioni nei risvolti): spetta a noi lettori dire la parola finale. Ma è chiaro che se siamo dalla parte del «noi», dell’identità cristiana, la verità sarà sempre al di là dei fatti, e quindi una vittoria sarà comunque possibile, pur nel fallimento generale; se invece ci mettiamo dalla parte dell’«io», della critica e dell’analisi, l’autoillusione che sottende alla precedente soluzione sarà più che evidente. Forse la soluzione migliore, allora, sarà quella di porsi proprio sul bivio, per poter osservare i fatti con sguardo libero e pervasivo, alla giusta distanza sia dalle angustie dell’«io», sia dalla dogmaticità del «noi».

Allora il riferimento a «Emmaus» può essere un’indicazione anche per la stessa interpretazione del libro. Come ricorda Baricco: «Un episodio dei Vangeli testimonia che, qualche giorno dopo la morte del Cristo, due uomini camminavano verso la cittadina di Emmaus e parlavano di quello che era successo a Gerusalemme. A un certo punto, si avvicinò un uomo e chiese loro di cosa stessero parlando. I due lo misero al corrente di tutto e, siccome si faceva tardi, lo invitarono a restare con loro, a mangiare insieme. L’uomo accettò, mangiò con loro, spezzò il pane. Guardandolo, i due capirono che quell’uomo era il Messia e, a quel punto, il Messia sparì. Rimasero soli, chiedendosi come non avessero potuto capire che si trattava del Messia. Eppure era stato con loro tutto quel tempo...» (p. 61)

La com-prensione giunge solo dopo che il fatto è avvenuto, dopo che il suo essere si è esaurito, dissolto nell’aria. E così Baricco, con il suo ultimo libro, non ha voluto lasciarci il gelo di una certezza, ma ci ha aperto il fascino di un mistero.

Simone Rebora

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