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Egitto, la rivolta del popolo vista da Firenze

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Firenze - La speranza dell’Egitto, a Firenze, fra le bandiere che sventolano in una limpida giornata di sole, ha la voce di un bambino che, sulle spalle del padre, scandisce: “Moubarak, via!” ottenendo in risposta il ruggito di un centinaio di voci che urlano: “Moubarak, via!”.

E’ questo lo spirito del nuovo Egitto che palpitava ieri alla manifestazione organizzata dalla Comunità Egiziana di Firenze e che si è svolta di fronte alla Prefettura cittadina, in via Cavour: lo spirito di un popolo che vuole conquistarsi un futuro libero.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un popolo così sicuro di se’ e del suo scopo da non rispondere neppure alla provocazione di un fan di Moubarak, che, poco dopo le 15, interviene pesantemente con lodi sperticate al presidente. E ciò che dice, lo abbiamo sentito dire per trent’anni dalle cancellerie occidentali: se Moubarak cade, il caos piomberà sull’Egitto. Se Moubarak cade, la pace dell’intero Medio Oriente andrà in frantumi.

Eppure, qualcosa stona. Saranno le immagini dei cittadini egiziani massacrati dai seguaci del presidente, fotografie che sono costate ai reporter di tutto il mondo minacce, arresti, pestaggi, cacce all’uomo; saranno le parole di un ragazzo che racconta ciò che si vede là, sulla piazza, quella piazza dove un popolo intero sfida da giorni la paura, la morte, la tortura per riprendersi la propria libertà di decidere. Che la posta in gioco sia alta, lo sanno tutti: non solo gli egiziani, che ne hanno piena consapevolezza e sanno che da loro può partire una svolta epocale per tutto il mondo arabo; lo sanno anche gli algerini, i tunisini, i marocchini, gli yemeniti, i palestinesi. Lo sanno in Arabia Saudita, lo sa l’Occidente e lo sanno gli Usa.

Ciò che avviene in Egitto è la rivolta del popolo contro la miseria e l’oppressione per la libertà e la democrazia.

Pane e libertà. Non regge il vecchio assioma che vuole le masse arabe fagocitate dall’integralismo islamico. “Ciò che l’Egitto vuole – dice Mohamed Yasser, della Comunità Egiziana in Toscana – è che Moubarak se ne vada, immediatamente. Perchè l’Egitto deve essere lasciato libero di decidere, e per decidere serve la democrazia. El Baradei può essere una possibilità, certo. Il fatto più importante è questo: con questa svolta l’Egitto farà svoltare l’intero Medio Oriente”.

I Fratelli Musulmani? Un partito fra gli altri. El Baradei? Una possibilità fra le altre. Parlano il vero linguaggio della democrazia, questi ragazzi che sono qui a sventolare le loro bandiere, le foto dei loro martiri, che parlano del massacro con rabbia ma anche con un profondo senso della sacralità di quel sacrificio.

Le forze politiche sono un po’ defilate. Gli unici con le bandiere sono gli esponenti del Sel: la loro solidarietà è espressa senza remore, senza timori. Ci sono loro, ci sono i simboli, ci sono le facce.

“Il diritto all’autodeterminazione del popolo egiziano è fuori discussione, come lo è quello di tutti popoli – commenta Maurizio De Santis, esponente del Sel  - si tratta di una rivolta giusta, non islamista, che ha come scopo la giustizia e la libertà, vale a dire i fondamenti del pensiero laico”.

D’altro canto, ciò che Moubarak paventa, o finge di paventare, è il presunto caos in cui cadrebbe il paese se lui lasciasse la presa del potere.

“E’ ciò che dicono tutti – sorride Maurizio – anche in scenari più domestici. Pensiamo alla presa di posizione di Berlusconi che difende Moubarak come saggio capo di Stato”. Questa volta, però, la scusa non regge.

Perchè in primo luogo le alternative esistono; in secondo luogo, come aggiunge De Santis, perchè “le forze religiose, vale a dire I Fratelli Musulmani, sono un soggetto del tutto legittimo della società politica”. Tant’è vero che hanno accettato di essere sostenitori di El Baradei.

Già, El Baradei. Premio Nobel, egiziano da trent’anni fuori dall’Egitto. Che peso potrebbe avere nella dialettica politica egiziana?

“Si tratta di una alternativa laica, ma debole – conclude De Santis – troppo estraniato dalla realtà egiziana, rischia di essere percepito come un corpo estraneo dalla società civile”.

E tuttavia, la tiepida reazione dell’Occidente e dello stesso Obama alla rivoluzione del popolo egiziano nasconde l’inconfessata (per ora) paura del nord del mondo: che a elezioni democratiche subentri un regime religioso autoritario. Forse l’America potrebbe anche rischiare: ma non Israele.

E si sa, ciò che fa paura a Israele fa paura anche all’America.

Intanto, la manifestazione si avvia alla conclusione. Una piccola delegazione di egiziani si incontra col Prefetto, riportando parole di sostegno per la democrazia in quell’area del mondo.

Vengono riavvolte le bandiere, via Cavour a poco a poco si sgombera.

Rimane nell’aria l’eco di quella piccola voce, grande di speranza: “Moubarak, via!”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Stefania Valbonesi - foto di Silvana Grippi e Claudia Matta

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Ultimo aggiornamento ( Sabato 05 Febbraio 2011 18:14 )  

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