In vista della prossima pubblicazione del suo libro sul Sahara Occidentale, Silvana Grippi ci racconta i ricordi del suo ultimo viaggio in quelle terre, nell’estate del 2010. Riportiamo qui uno stralcio del suo Diario di viaggio:
“Nell’estate 2010 ho ripercorso nuovamente queste zone. Il paesaggio desertico con le piante grasse appena sbocciate grazie alla brina mattutina, è immutabile. Solo qualche corso d’acqua si è seccato ed è apparso qualche fiumiciattolo in altri alvei. La strada lungo la costa è stata rifatta da poco, come al solito: dopo essere stata sotto il sole cocente, negli anni si sarà consumata più volte. Sulle alte scogliere ancora pescatori sparsi (gli izarguin).
Dopo questa lunga e silenziosa visione, si arriva a Laayoune: da lontano si intravede la città, che sembra diventata ancora più grande. Dopo la ricerca di un benzinaio, il mio primo pensiero era di andare a vedere se c’era ancora l’albergo dove eravamo stati la volta precedente. La foto del re era stata sostituita con quella del nuovo regnante, suo figlio. Le strade erano deserte e le case che la volta precedente erano appena costruite, ora ai miei occhi sembravano vecchie. Le case ad uovo, sparite. Così pure parte del mercato vecchio. Abbiamo seguito la scia degli stranieri che portava ad un lussuoso albergo con portiere in livrea. Abbiamo chiesto alla reception se potevamo pranzare, e gentilmente ci hanno aperto le porte.
Nella sala da pranzo abbiamo conosciuto il primo militare italiano, che ci ha raccontato della disumana situazione della popolazione Sahrawi, spersa in alcune piccole zone impervie, senza assistenza sanitaria e dove non arrivano nemmeno gli aiuti. Solo cinque, i militari italiani, più un addetto stampa molto informato sulla situazione geopolitica. Mi ha parlato inoltre di una donna del progetto antimine.
La piscina m’invogliava, ma il solo pensiero di quei militari dentro l’acqua mi fece passare la voglia. Fuori c’erano circa 40 gradi e siamo passati al bar per aspettare un’ora plausibile per uscire allo scoperto. Alcune foto alla parete richiamarono la mia attenzione. Non ci posso credere! Guardando mi sono accorta che erano tutte foto della marcia verde: che tristezza! Era meglio andar via... Meglio la calura che restare lì dentro, anche perché mi avevano dato già abbastanza informazioni sulla situazione sahrawi.
L’unica cosa da fare era andare a fare un bagno a Laayoune Port, ma c’era da attraversare otto chilometri di deserto. A dirlo sembra niente, ma ad esserci è altra storia: il vento che trasporta le dune in quel posto che già per altre due volte ho attraversato, ci ha riempiti di soddisfazione, perché tutte le emozioni precedenti ci sono riapparse in un secondo. Sul mare molti giovani: festosi e ridenti. Mi venne da pensare alla prima volta che ero stata in quella spiaggia, dove l’età media era di giovani ventenni, con delle radio da dove captavano la radio del Polisario. Ora invece i bambini sahrawi stavano insieme ad alcuni bambini con altre caratteristiche somatiche.
Un giovane, accompagnato da un ragazzo spagnolo, si avvicina: ci sussurrano la parola “RASD”, ma siccome non ci fidiamo, preferiamo evitare di parlare con loro. Inutile dire che era impossibile fare il bagno, dato il mare molto mosso e il vento che c’era.
Uno sguardo per vedere quanti villini ci sono nella zona: quante case, anche villini di lusso, sono nate nel frattempo! Un agglomerato disordinato ma vivo. Non ci sono luoghi dove mangiare e decidiamo di ripartire, per arrivare a sera inoltrata a Boojdour. Mi sembrava di vederla per la prima volta, irriconoscibile, piena di localini con tante cose da mangiare: ma i proprietari sono tutti marocchini.
L’albergo di nuova costruzione è pulito, la strada principale è ampia. Il faro c’è sempre, ma sembra un accessorio da design. Mi ricordavo una piccola, piccola città…”
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