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Iran: la meglio gioventù

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"Se vuoi, qui, puoi toglierti il foulard" mi ha detto Azam. Mi sono voltata indietro ed ho visto lei e Parastoo abbassare sulle spalle l'hejab. "Non ne sento il bisogno, in questo momento", le ho risposto. Probilmente perche' erano solo cinque giorni che lo indossavo, mentre loro sono costrette a portarlo d quando erano bambine. Quest'atto liberatorio l'hanno potuto esprimere perche' con l'auto, ci siamo fermati sul lato di una strada che solcava una zona desertica che da Kashan porta ad Abyaneh, lontani chilometri dagli occhi della gente. Stavamo aspettando gli altri ragazzi per ricompattare il gruppo, dopo di che siamo ripartiti. Poco piu' avanti pero', dove l'aridita' del paesaggio lasciava spazio ad un boschetto vicino ad uno specchio d'acqua, ci siamo fermati nuovamente e siamo usciti tutti dalle auto. Li' e' cominciato il set fotografico piu' divertente a cui abbia mai partecipato. Azam, Roja,Marzied, Masheed,Parastoo e le altre si sono tolte il
 foulard dalla testa, si sono distese in mezzo alla strada e in pose sexy si sono lasciate fotografare da Arash, Ashkan e Meissam. Piu' in la', nel boschetto,sinuosamente adagiati su un letto di foglie secche, Jabod e Maryam, Ali e Oyee, si lasciavano ritrarre da tutti quelli che, compresa la sottoscritta, avevano voglia di fermare in un'immagine la felicita'. Quel momento di abbandono, lontano dagli occhi di una societa' che gli impone per legge e tradizione di non mostrare i sentimenti e di mortificare la femminilita', mi ha fatto capire molto dell'Iran.L'audacia dei loro corpi esibiti in mezzo ad una strada, sfidando gli sguardi delle persone che viaggiavano sulle rare auto che passavano di li', racconta molto di piu' di milioni di parole del bisogno di liberta' dei ragazzi iraniani.
Sono stata fortunata. Molto fortunata. Ho incontrato questi ragazzi (circa venti) nel delizioso albergo di Kashan dove alloggiavo. Sono arrivati lo stesso giorno in sono arrivata io: erano venuti li' da Tehran, dove vivono, per trascorrere un fine settimana insieme per festeggiare un anno di vita della rivista di viaggi e cultura per cui scrivono. Tutti giornalisti e tutti giovani tra i ventidue e i trentadue anni.
Praticamente mi hanno adottata. Siamo stati insieme due giorni e con loro ho condiviso ogni momento. Ero cosi' affamata di conoscenza che non riuscivo a staccargli gli occhi di dosso nel tentativo di capire molto di piu' di quello che sono riuscita a capire dalle nostre conversazioni in inglese. Erano talmente belli , vitali e gioiosi che riuscivano a trasmettermi un infinita' di emozioni e di conoscenze anche quando parlavano in farsi.
In Iran uomini e donne non possono salutarsi in pubblico nemmeno con una stretta di mano. "I giovani, pero' in privato, al chiuso, adesso si salutano con un po' piu' di trasporto" mi ha detto Ashkan. "Meno male" ho pensato, perche' domani, quando dovro' lasciarli, non posso accettare una violenza cosi' grande come quella di non poter esprimere anche con il corpo la gioia per averli conosciuti. Cosi', quando ieri in albergo, Arash per primo, mi si e' avvicinato tendendomi la mano, timidamente gli ho detto " Non ce lo diamo un bacio?", "Perche' no" ha risposto. E cosi' abbiamo dato inizio alla piu' grande festa di baci e abbracci che l'Iran abbia mai visto.
Sono stata fortunata. Molto fortunata. Il destino mi ha fatto il regalo piu' bello che potesse farmi: mi ha fatto incontrare la meglio gioventu' iraniana, quella che cambiera' questo Paese. Forse a caro prezzo. Ma sono sicura che ci riuscira'.

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