L'associazione Medici per i Diritti Umani (in sigla, MEDU) si interroga sul ruolo e l'efficacia dei Centri di identificazione ed espulsione (CIE), istituiti quindici anni orsono, nella gestione (e nel contrasto) dell'immigrazione irregolare. L'associazione formula tale discussione deducendola da un assunto fondamentale: la necessità del rispetto della dignità, dei diritti fondamentali degli stranieri trattenuti. In quest'ottica, MEDU ha presentato oggi, presso la sala della Dtampa Estera a Roma, il rapporto Arcipelago CIE, un'indagine sui centri di identificazione ed espulsione (Infinito Edizioni).
Si insiste sul concetto della tutela di valori essenziali per un Paese che possa dirsi civile.
Tali le proposizioni che possiamo leggere nel comunicato stampa dell'associazione:
“L’indagine, compiuta nell’arco di un anno, è la prima realizzata da un’organizzazione indipendente attraverso visite sistematiche in tutti i CIE, dopo il prolungamento, nel 2011, dei tempi di trattenimento a 18 mesi. Oltre che sul monitoraggio dei centri, lo studio si è basato sull’analisi di dati statistici e sulla raccolta di testimonianze dirette degli stranieri trattenuti e del personale che vi opera. Una parte del rapporto è inoltre dedicata alla situazione dei centri di detenzione per migranti in altri Paesi europei a forte pressione migratoria”.
Purtroppo (ma mi verrebbe da dire ovviamente, un po' forse ingenuamente e un po' in senso provocatorio) lo studio fa emergere l'inadeguatezza dell’istituto della detenzione amministrativa nel tutelare la dignità e i diritti fondamentali dei migranti trattenuti, tra cui la salute e l’accesso alle cure.
Se volessimo attenerci anche solo a un rilevamento di efficienza amministrativo-utilitaristica, secondo i dati della Polizia di Stato, il sistema dei CEI affonda i suoi propositi, che non vanno in porto semplicemente col prolungamento dei tempi massimi di trattenimento a un anno e mezzo. Insomma, un tavolo di lavoro sui CEI non verrebbe promosso nemmeno al test dell'efficienza (unico criterio che sembra starci a cuore!), del paradigma del massimo della produzione col minimo sforzo.
Alti costi economici non sono rapportabili agli esigui risultati ottenuti.
Inoltre, tali centri si ergono indipendentemente dagli enti gestori presenti nelle singole strutture, limitate dunque circa la possibilità di essere incisive nel cambiare la “criticità di fondo” di tali strutture.
Tali le richieste, chiare nella loro radicalità ponderata, del MEDU:
1) la chiusura di tutti i centri di identificazione ed espulsione attualmente operativi in Italia, in ragione della loro palese inadeguatezza strutturale e funzionale;
2) la riduzione a misura eccezionale, o comunque del tutto residuale, del trattenimento dello straniero ai fini del suo rimpatrio.
Come ogni pars destruens, ogni critica che si rispetti, segue una sezione propositiva, ovvero l'affermazione che la chiusura e la riduzione dei CIE debba attuarsi in maniera concomitante “all'adozione di nuove misure di gestione dell'immigrazione irregolare, caratterizzate dal rispetto dei diritti umani e da una maggior razionalità ed efficacia”.
Quando scrivo “ponderata”, mi riferisco all'attento studio che c'è dietro. Si fa riferimento anche a strategie già individuate dalla Commissione De Mistura (diversificazione delle risposte per categorie di persone, gradualità e proporzionalità delle misure d’intervento, incentivazione della collaborazione tra l’immigrato e le autorità).
La discussione sulla servibilità, a livello economico ma soprattutto umano, dei CIE può essere secondo il MEDU occasione per l'Italia per intraprendere un “nuovo cammino di progresso civile”.
È un'Italia che dovrebbe ascoltare più i Basaglia che il rancore, ideologicamente malleabile, dei suoi cittadini.
È necessario un “profondo ripensamento delle politiche sull’immigrazione”, pronto a riflettere su quella antica usanza presso i Greci della cura con cui si accoglieva lo straniero, il barbaro, che poteva essere foriero di messaggi divini. La “Xenìa”, dunque, qualunque fossero i suoi abiti, per non chiudersi alla possibilità di una teofania.
Quest'ulteriorità, quest'accesso a sfere sconosciute che l'antichità coglieva come in dono dal destino, la Tukè in cui tanto i Greci credevano, rischiamo di frantumarla. Rischiamo di perderci la bellezza dell'incontro, dell'ignoto e della condivisione, in un mondo sempre più ampio e che eppure tende sempre più a trincerarsi nei suoi privilegi.
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