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Redazionale: la vittoria di Lula in Brasile

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Con la vittoria di Lula al secondo turno delle elezioni brasiliane, tenutasi ieri, il mondo tira un sospiro di sollievo, nella speranza di poter archiviare la tragica esperienza della presidenza di Bolsonaro e di vedere intraprendere un nuovo corso in uno dei paesi più importanti e popolosi dell'America Latina e del mondo intero.

In questa giornata di vittoria, occorre però soffermarci su come questa sia stata conseguita.
Innanzitutto, il risicato vantaggio del presidente eletto (50.9 % di Lula, contro il 49,1% di Bolsonaro) ci invita a pensare che il populismo e la destra non sono da riternersi sconfitti. Il Brasile non ha scelto il nuovo presidente in maniera unanime, ma si è mostrato, al contrario, come un paese altamente diviso, e ciò riflette una situazione internazionale in cui la polarizzazione e l'assenza di dialogo mettono a repentaglio i sistemi democratici del primo mondo, mentre nelle altre parti del pianeta si assiste sempre più spesso al sorgere di regimi autoritari e a volte nettamente dittatoriali (pensiamo al colpo di stato in Myanmar, oppure all'elezione di Ferdinand Marcos Jr. alla presidenza delle Filippine, figlio del sanguinario dittatore che regnò su quelle isole fino al 1985).
La regressione dei valori democratici è in atto ovunque, e ci costringe a una sorveglianza attiva e continua. Tale regressione si accompagna poi a un sensibile spostamento a destra della politica e dei governi a livello internazionale: a discapito di ciò che hanno detto negli scorsi anni alcuni commentatori, secondo i quali il populismo aveva trovato il suo massimo splendore nel 2017-2018 e aveva cominciato a regredire sotto la spinta della realpolitik imposta dalla pandemia, oggi la guerra e la crisi alimentano divisioni nazionali ed etniche che rintuzzano il focolare dei nazionalismi e tarpano le ali a ogni proposta internazionalista e di sinistra. 
L'esempio di Bolsonaro è lampante: il Brasile ha conosciuto una delle peggiori gestioni della pandemia (con 660.000 morti e oltre 30 milioni di contagi), accompagnata tra l'altro dalla distruzione del patrimonio ecologico del paese e da un aumento del tasso di criminalità e di corruzione. Nonostante ciò, quasi metà dei brasiliani ha scelto di votare per un presidente che ha fatto sue le parole d'ordine comuni a tutta la destra internazionale, rissumibili nel motto "Dio, Patria e Famiglia" tanto caro anche al nuovo governo italiano. E tutto ciò a causa della povertà e dell'insicurezza delle classi marginalizzate e, inutile nasconderlo, di una sinistra che non riesce o non vuole raccogliere le istanze di queste masse, organizzarle e trasformarle in rivendicazioni politiche coscienti.

Eppure, oggi è una giornata di vittoria. Lo stesso Lula ha, nei giorni scorsi, richiamato alla necessità di organizzazione politica delle persone marginalizzate e si è impegnato a difendere i popoli e le ricchezze naturali dell'Amazzonia, prendendo in questo senso un impegno importante, non solo nei confronti del proprio paese, ma del mondo intero. 
La notizia di oggi può farci pensare che un altro corso è possibile, che si possa costruire un'alternativa al corso storico che stiamo vivendo, e che, da noi come ovunque, possa esistere una organizzazione politica che porti avanti con successo un'azione di sinistra, internazionalista, a difesa dei più deboli e dell'ambiente. Soprattutto, questa vittoria ci mostra quanto siano sbagliati la timidezza e il cerchiobottismo della sinistra parlamentare italiana, e che gli elettorari possono mostrarsi ricettivi nei confronti di idee ed azioni coraggiose, per la costruzione di un futuro e di una patria comune, oltre le divisioni e gli egoismi nazionali. 
Dunque oggi si festeggia. Ma domani occorre rimettersi al lavoro, ognuno nel proprio piccolo, per costruire qualcosa di grande. 

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