Henri Matisse ovvero ciò che la vita pittorica non si aspettava che sarebbe potuto arrivare. In un tempo stranoide, diffusione capillare di tanta sofferenza di guerre coatte, la pittura di Matisse interrompe quel sogno vago e vagante dei suoi colleghi francesi (i cosiddetti "impressionisti") e si tuffa in una composizione e decomposizione del messaggio armonico dei segni, Cosa potrebbe essere Matisse se non il precursore della modernità rarefatta, dei segni infinitamente composti e ricomposti? E in un tramutare spontaneo dei tempi, in una forza distruttiva contrapposta ad una grande forza conservativa, l'idea di Matisse è quella di prolungare la vita, oltre l'umana diagnosi medica di antichi soloni che non sanno più da che parte prendere il segno, il tratto è farlo materializzare in intenti futuri. Arabesque è la mostra che da tempo è visitabile presso le Scuderie del Quirinale di Roma e dove la follia di un luogo unico e silenziosamente essenziale come lo spazio espositivo romano. La cura è importante e restituisce una buona parte del sapere di Matisse, soprattutto quando lo si scopre costruttore di costumi per Stravinskij, insomma un uomo che è una sorta di passepartout di una cultura che guarda essenzialmente al futuro, di rottura ma anche e essenzialmente di profondità psicologica. Ester Coen è raffinata nel mettere assieme le tante tele, disegni e idee di Matisse e lo fa con eleganza, con sensibilità antica. Il percorso coinvolge, avvicina e incuriosice. Senza il tempo di oggi, riscoprire il tempo passato è essenziale, riconduzione ideale di un vissuto che fa esperienza e che guarda assolutamente a qualsiasi futuro improvviso. Leggete l'ultimo Magnus e ritrovarete sorpese incondizionate che provengono dal caos stratosferico di nome Matisse.