Tommaso Meozzi, vincitore nella sezione giovani del premio “Lerici Pea 2010” pubblica la sua prima raccolta poetica nell’autunno dello stesso anno.
La superficie del giorno (Firenze, Le Cariti, 2010) è un breve volume, che raccoglie e organizza una produzione poetica sviluppatasi a più riprese attraverso gli ultimi anni. Sfogliarne le pagine, permette di ridar vita ai diversi momenti dell’ispirazione e della scrittura del giovane poeta fiorentino: un autore che, pur nella giovane età e nelle a tratti emergenti ingenuità formali, denota limpidamente tutta la caratura del vero e maturo poeta. Si passa così dalle immagini espressionistiche e le sperimentazioni del primo periodo (nella prima sezione, che porta lo stesso titolo della raccolta), per poi approdare alle forme più canoniche e distillate dei brevi “bozzetti” che compongono la seconda, più breve parte (dal titolo “Il corpo e la luce”). Tematiche ricorrenti di queste composizioni sono il mondo della virtualità elettronica (della “superficie” intesa come superficialità), dell’alienazione dell’uomo nella realtà contemporanea; ma anche una contemplazione del visibile, della vita di tutti i giorni, che diviene presto immersione in un vera poetica delle immagini, i cui nessi logici (e linguistici) stravolti rivelano del mondo le strutture nascoste. Nella seconda sezione, la “superficie significante” è poi quella dei corpi di persone, ed ogni poesia realizza un bozzetto “al naturale” di vite conosciute: segno che l’unica soluzione possibile all’alienazione incipiente, è quella di un ritorno alle origini più puramente “creaturali” dell’essere.
A livello formale, la poesia di Tommaso Meozzi potrebbe deludere il lettore dai gusti più coltivati. Perché la sua scrittura ha tutti gli ingredienti necessari della produzione poetica (specie quando intesa in una prospettiva più puramente “romantica”), ma manca delle marche formali che distinguono la poesia dalla prosa. Anzi, le scelte del poeta sembrano negarne la sostanza: il verso appare così quasi svuotato del suo statuto originario, privato di consistenza ritmica e quasi emarginato dalle strutture discorsive; la rima, allo stesso modo, appare sempre più di rado, spesso in posizioni non canoniche, destrutturando dall’interno la scansione dei versi. Ma tutto ciò è guidato da un obbiettivo ancora più intimamente poetico: perché la poesia di Tommaso Meozzi è pur sempre fatta per essere letta – solo che il tipo di lettura stimolato si allontana di molto da quello tradizionalmente imposto. Basti considerare uno dei molti reading che l’autore ha offerto dei suoi testi: nella sua voce, nella sua gestualità e pura presenza fisica, la poesia assume una vita autonoma, ravviva sfumature che la semplice superficie del foglio avrebbe potuto occultare. È insomma questa la “superficialità” ricercata dal poeta: una superficie a tre dimensioni, del corpo che prende vita “interpretando” il testo. La strada così imboccata conduce direttamente ai propositi della “poesia totale”, pur rimanendo ancorata alla linearità del testo su supporto standard: è una poesia che chiama in causa il teatro, l’immagine filmica e pittorica, che stimola il gesto e la declamazione – il tutto giocando sul piano dei richiami impliciti e delle allusioni, che illuminano e valorizzano dall’interno le forme significanti della Superficie del giorno.
Simone Rebora
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