"IL QUARTIERE" TRA MEMORIA E CRONACA
Gloria Giudizi Pattarino
Gloria Giudizi Pattarino è nata a Firenze dove vive e lavora.
Laureata in lettere classiche, insegnante di ruolo di materie letterarie, occupa una cattedra di triennio sperimentale in una scuola media superiore.
Coordinatrice di vari progetti di sperimentazione didattica (fra i quali "Pratolini e Firenze", sinteticamente presentano nella Mostra iconografica in occasione del poresente seminario i studi), è autrice di opere di narrativa e saggi critici su autori contemoporanei: si ricorda "Ipotesi di lavoro su "Il Quartiere e Vasco Pratolini", Le Monnier, FI 1994.
Parlando di "Pratolini e Firenze" non si può non parlare del rapporto tra l'autore e Santa Croce. Se quest'ultima in chiave letteraria è il tempio foscoliano che conserva "l'urne dei forti", tale non è però per Pratolini: per lui Santa Croce è ll Quartiere per antonomasia, dove vivono "fiorentini di antica razza", definizione orgogliosa di un popolo di cui lo scrittore condivide la storia e la vita. Cresciuto nei vicoli dietro piazza della Signoria, a ridosso del quartiere, appunto, di Sznta Croce, da sempre Vasco ne respira l'aria e ne serba memoria viva di odori e colori che tornano nei primi racconti e nel romanzo.
Nella critica nasce immediato il dibattito sula dicotomia pratoliniana tra Memoria e Cronaca ma in realtà occorre superare la scissione: la memoria familiare diviene "cronaca familiare" e su questa si innesta poi la "memoria civica", urbana, prima (Il Quartiere), "storica" poi (Una storia italiana).
La memoria dunque è, sì, autobiografica, ma anche cronaca di casi propri e di altri. Nasce il romanzo "Il Quartiere".
L'incipt, "Noi eravamo contenti del nostro Quartiere", ci mostra un giudizio soggettivo a cui fa immediatamente seguito la definizione oggettiva di rione. L'autore non è un intellettuale distaccato ma parte integrante di Santa Croce, territorio delineato geograficamente ("al limite del centro della città, il Quartiere si estendeva fino alle prime case della periferia, là dove cominciava la via Aretina, coi suoi orti e la strada ferrata, le prime case borghesi, e i villini); socialmente ("povertà patita con orgoglio, affetti difesi coi denti"); bettole e botteghe affumicate; interni di squallide abitazioni; operai, calzolai e maniscalchi che lo popolano storicamente ("Fiorentini di antica razza").
E nel Quartiere i sentimenti sono essenziali: si vive per "malinconia, abitudine o amore"; tra "privati rancori .. e private dedizioni", "pugni e abbracci".
"Eravamo un'isola nel fiume che comunque andava", dice Pratolini, a sottolineare un luogo sicuro, protetto e protettivo. L'ottica è quella originaria presente nel racconto "Una giornata memorabile": il Quartiere è visto come Eden e gli abitanti ultimi picari felici.
Pratolini lascia però questa visione quando passa all'inferno dello "Scialo" ed interroga la storia del fascismo sulle sue colpe: l'autore sembra avere davanti a se l'immagine della "Cacciata dal paradiso terrestre" di Masaccio. Uscire dal Quartiere significa infatti cadere nel vizio dello Scialo e che il romanzo citato chiuda l'idillio di quartiere dei primi anni ce lo dimostra la frase conclusiva: "anche l'aria e il sole sono cose da conquistare dietro le barricate".
Il recupero della memoria rappresenta dunque la prima tappa di un progetto di scavo della realtà: dalla memoria nasce la cronaca e quanto stretta sia la simbiosi tra memoria e realtà ce lo dice lo stesso Pratolini in Allegoria e Derisione, nella sezione Roma, 10 giugno 1940, parte prima, 4: la realtà va interpretata attraverso la memoria e viceversa la memoria va ricollegata alla realtà. In Dicembre 1945 a Milano, parte secondam 3, l'autore allarga però il discorso e dubita del binomio in questione ritenendo che la realtà vada identificata non con la memoria ma con la storia. Ciò non significa togliere valore alla memoria come mezzo di indagine conoscitiva del concreto ma, come specifica nell'intervista concessa a C.Bo, approfondire motivi che sempre gli sono stati congeniali.
Pratolini scopre la tecnica espositiva della cronaca proprio nel Quartiere e la cronaca come mezzo di racconto è ripresa non solo da naratori ma anche da cineasti che vogliono rappresentare in modo immediato fatti minimi di miseria e dolore, dimenticati dalla retorica fascista, subliati dagli ermetici, resi bozzetto dal gruppo Strapaese.
Nel Quartiere su un sibstrato di idealismo autobiografico e per alcuni critici su un'ottica populista realistica, si innesta una concreta attenzione realistica: Pratolini crea quadri di vita quotidiana, più o meno frequenti in tutta la sua produzione a cominciare dal citato racconto una Giornata Memorabile, con le "partite furiose, frammezzate da litigi e calci negli stinchi" con una vera tecnica filmica che, come dice Alberto Bevilacqua, inventa il "piano sequenza".
Sono cronaca la guerra d'Africa, il risanamento del quartiere, che rientrava nella politica mussoliniana di sventrare le zone "malsane" dei rioni medioevali in città storiche quali Firenze (la città all'epoca aveva molti problemi urbanistici visto che il suo aspetto era ancora quello dei Lorena); reale è il dissenso dei proletari "sovversivi" (Giorgio e il padre) che raramente venivano alla luce ed in tal caso erano mandatinal confino politico (Giorgio).
Ma quando Pratolini sia sentimentalmente legato al romanzo l Quartiere lo dice lui stesso in una poesia che gli ha dedicato:
"Ecco questo è il libro / nel quale vi prego / se io cadrò voi che rimarrete/ di scorgere la mia figura stellare / una presenza amorosa un calmo addio"
L'uso della Q maiuscola ad indicareil quartiere di Santa Croce fa di questo uno spazio ideale, microcosmo compatto, protagonista del romanzo come il popolo di cui l'autore fa parte.
La funzione simbolica del territorio appare chiara nella conclusione: dopo il Risanamento gli abitanti restano attaccati con ogni sforzo alle case superstiti e il Quartiere diventa disperata resistenza al male storico. Pratolini però sente da subito questa sua adesione alla materia trattata come un difetto, "il difetto maggiore", che denuncia all'amico S. Parronchi nella lettera del 14 marzo 1945: "una maledetta commozione che mi piglia quando porto avanti un personaggio a cui voglio bene, nel senso che sto per lui. Bisogna proprio che mi difenda dal mio idilllismo".
Che l'autore "stia" per i personaggi del romanzo è peraltro ovvio dal momento cche lui stesso ne fa parte fin dall'inizio, in quel noi narrante col nome di Valerio (residuo autobiografico della prima fase dell'attività pratoliniana).
Come dicevo ciò non toglie che Pratolini analizzi concretamente la realtà sociale di S.Croce: ne dà precisa collocazione topografica, "dall'arco di San Piero a Porta alla Croce", ne dà strade e piazze nomi antichi, affascinanti e metaforici (via del Fico, dell'Oriolo, dei Conciatori, borgo Pinti, Canto delle Rondini). L'isola" è tra via dei Malcontenti, via dell'Agnolo e Borgo Allegri, chiusa dunque in una manichea oscillazione tra male e bene che si conclude con gli abitanti comunque felici.
"La nostra vita erano le strade e le piazze del Quartiere" tra le più vive ed animate - dai fiaccherai, il cenciaiolo, le donne sedute "sulle sedie nane", l'immondizia gettata in strada, a sera, dalla finestra - ci sono via dei Pepi e via dell'Ulivo, al cui incrocio abita Valerio.
Il Quartiere cambia volto al cambiare delle stagioni: in primavera le mimose, i gerani ai balconi fanno dimenticare la po vertà degli interni; d'inverno "i rivoli d'acqua grigia" fra i lastroni sconnessi delle strade, piazza del mercato deserta, battuta dal vento, accentuano la miseria del rione.
Le case sono buie, fredde, squallide, tristi, tutte uguali: camera matrimoniale, cucina, salotto-dormitorio per i figli. Lo squallopre degli ambienti può essere però anche ricettacolo di vizio e perdizione come lo è la stanza della vecchia prostituta da cui sale Gino giovanetto o il casamento dove abita la madre di Carlo che si prostituisce. Comunque gli interni sono visti in un'ottica diversa a seconda di chi vi abita: positivi se sfondo di un personaggio morale (Olga, Giorgio), negativi se si vive nel vizio (la casa di Olga, quando vi abita la madre). Nell'alternarsi di interni ed esterni, nelle descrizioni paesistiche che indicano il passare delle stagioni ritorna la tecnica filmica di Pratolini, il suo gusto visivo che trova conferma nella sua attività di sceneggiatore o collaboratore a soggetti cinematografici.
Nel romanzo non esiste un personaggio protagonista ma un clan di giovani (Vakerui, Vasco-narratore, Arrigo, Carlo, Gino, Giorgio, Maria, Marisa, Olga, Luciana) interdipendenti e solidali, le cui storie sosno sttolineate dai commenti moraleggianti delle donne "per le scale sulle soglie, nelle botteghe". Riappare l'autobiografismo dell'autore che, dopo la morte della madre, è vissuto per le strade del quartiere, legato ai ragazzi che la frequentavano. Uscire dal gruppo vuol dire perdersi ed infatti Gino "si perde".
"Eravamo povera gente", "difesa dell'inerzia", "popolo minuto sempre, fatto ignaro ormai, ciompi da se stessi traditi". Gli abitanti del quartiere sostano ancora sotto la Volta di San Piero dove fu ucciso Corso Donati nel 1308, però non hanno più l'impegno politico.
Eì sparito l'orgoglio della definizione storica iniziale ma non in maniera definitiva.
PRATOLINI NELLA DIDATTICA
Essendo insegnante di scuola media superiore concluderei riportando la mia esperienza didattica riguardo a come l'autore è recepito dai giovani oggi.
I docwenti, sia di biennio che di triennio, propongono spesso i romanzi di Pratolini per una lettura libera nel biennio, mirata ad una analisi critica nel triennio.
Gli studenti si avvicinano volentieri allo scrittore prina di tutto perchè "fiorentino", poi perchè sentono proprio il problema di una maturazione sui due binari presenti in molti testi pratoliniani: quello dell'eros e quello dell'impegno socio-politico.
Comunque sono portati più per le opere di gusto neorealistico (Il Quartiere; le cronache, Familiari e di Poveri Amanti; le ragazze di S. Frediano; Metello) che per le opere complesse e impegnate, rivalorizzate dagli studi critici recenti (Lo scialo; La costanza della ragione; Allegoria e Derisione).
Il loro interesse è maggiore dove trovano tematiche che sentono vicine quali il mondo aurorale dei porotagonisti di tante opere; l'importanza dell'amicizia, della solidarietà; le sofferenze della maturazione che necessita di affetto, amore; l'ottica con cui Pratolini oppone la gioventù (positiva, attiva, capace di contrastare l'inerzia dei padri) alla vecchiaia (inerte, passiva, negativa: la Signora, il carbonaio Nesi di Cronache di Poveri Amanti); la ricerca di sincerità; la rivalutazione del sentimento-istinto; il rapporto stretto col proprio territorio-Quartiere; l'abiente cittadino, come dicevo, che gli studenti conoscono o che tornano volentieri a scoprire con occhi più attenti per ricercare luoghi letti nei romanzi.
A questo proposito ho avuto un'esperienza didattica con un lavoro di gruppo in una classe di biennio: si trattava di studiare gli "spazi" di Firenze narrati in alcuni romanzi da Pratolini e confrontare le descrizioni dell'autore con gli stessi luoghi fotografati dagli alunni. Il coinvolgimento dei ragazzi è stato alto e ne è nato un libretto didatticamente interessante, documento di un modo per concretizzare una lettura attualizzandola.
Seguendo poi le recenti indicazioni del Ministro della Pubblica Istruzione favorevole al rapporto scuola-teatro, sempre nel biennio (per una maggiore possibilitè di autogesione del programma e non per altro) è stimolante anche impostare con la classe una riduzione e frammatizzazione dei romanzi dalla struttura più idonea quali, per esempio, Le Ragazze di San Frediano o Il Quartiere. Si lavora così all'adattamento del testo (potenziamento delle abilità espressive scritte), alla scenografia (studio dell'ambiente), alla recitazione (studio della psicoogia dei personaggi; potenziamento delle abilità espressive orali).
Diversi invece gli interventi sulle opere dell'autore nelle classi del triennio.
Per quanto mi riguarda agisco in tre modi: faccio con gli alunni un'analisi strutturale dei romanzi secondo il metodo di Grosser; analizzo il rapporto tra Pratolini ed il cinema: le versioni cinematografiche "dei" romanzi (soprattutto Cronaca familiare di Zurlini, Cronache di Poveri Amanti di Lizzani, Metello di Bolognini) ed il linguaggio filmico, le tecniche filmiche presenti "nei" romanzi ("campo lungo" di paesaggi e ambienti quali, nel Quartiere, Firenze vista dal Piazzale Michelangelo, l'Arno lucente, il verde delle Cascine; "primi piani" mezzo di analisi critica come, nell'episodio della grotta, il volto di Carlo con "le lingue di luce che gli battevano alle spalle"; "dissolvenze" che lasciano in sospeso situazioni, per esempio i soldati che sfilano partendo per la guerra d'Abissinia o la caerrozza che si porta via Olga nella notte; oppure inserisco un'opera dell'autore in "percorsi tematici" da presentare all'esame di maturità, approfondimento dello studio della letteratura italiana (es. "la letteratura come denuncia sociale"; analisi comparativa di Cronache di Poveri Amanti; Cristo si è fermato ad Eboli di C.Levi; le tere deì Sacramento di Jovine oppure "il mondo aurorale nella letteratura del '900: confronto critico tra Le ragazze di San Frediano ed Il Quartiere; Il garofano rosso di Vittorini; L'isola di Arturo della Morante).
A mio parere Pratolini esce vincente dal rapporto con altri autori contemporanei per la grande "simpatia", nel senso etimologico del termine, che i giovani hanno per lui.
PRATOLINI E FIRENZE
Francesco Paolo Memmo
Francesco Paolo Memmo vive e innsegna a Roma. Da anni impegnato su Pratolini, molti sono i suoi scritti critici.
Che Pratolini sia stato poetya del suo quartiere, cantore della sua città, è una formula vecchia, che risale a una recensione di Pancrazi e che è presto diventata un luogo comune. Come tutti i luoghi comuni ha un suo fondo di evidente, ovvia verità, ma come tutti i luoghi comuni in sostanza non segnifica niente. Non dice, ad esempio, del rapporto mutevole nel tempo che Pratolini, voglio dire l'opera di Pratolini, ha avuto con Firenze.
Firenze è nel Tappeto verde e in Via de' Magazzini il luogo della conoscenza: è l'aperto dei rapporti umani he si contrappone al chiuso, alla prigione della propria casa, al ricatto degli affetti familiari. E' una conoscenza dapprima guidataa (la mano della nonna che lo tiene e lko accompagna lungo le strade della città), poi sempre più libera e consapevole.
Nelle Amiche Firenze è il luogo dell'idilio, dell'educazione sentimentale che è educazione alla vita, all'amicizia, alla solidarietà, con la consapevolezza - sentita come una colpa - che non c'è mai abbastanza amore e amicizia e solidarietà e che comunque ,'amore, l'amicizia, la solidarietà non bastano a sconfiggere i mostri della storia (ricordate la giovane ebrea, che nell'anno delle leggi razziali, suicida in Arno).
Nel Quartiere e nelle Cronache di poveri amanti Firenze è il luogo della coscienza che si fa adulta, nel momento in cui l'educazione sentimentale si cnoiuga all'educazione politica, e si fa tutt'uno con essa (come poi in tutti i romanzi successivi); è il luogo della formazione umana, morale e politica di giovani che sono alle prese con una storia tanto più grande di loro, ma non rinunciano alla speranza nonostante tutto: l'aria e il sole da conquistare dentro le barricate.
In Metello Firenze è il luogo della lotta, il luogo in cui l'individuo diventa cittaino, membro di una colllettività in cui s impatra a dividersi non solo il pane ma anche il sudore e le lacrime e il sangue. Firenze è la città di Metello non perchè Metello vi è nato ma perchè se l'è ogni volta riconquistata, e poi quando viene chiamato alle armi, e poi ancora quando viene mandato al confino) ma a cui ripetutamente torna ogni volta arricchito nella volontà e nella capacità di lottare.
Nello Scialo, passati trent'anni da quell'epoca in cui sembrava prossimo il sorgere del sol dell'avvenire (ed è invece subentrata la notte più cupa e più fonda), Firenze è lo specchio della corruzione e dle male e del marcio della storia: non più la Sanfrediano di Ersilia, la sua sanità morale, ma quella di piccoli e grandi truffatori; non l'idilio amoroso ma gli squallidi amplessi senza amore; non più la fierezza di Metello che rispponde a Badolati che nessiuno potrà fargli cambiare pelo; ma la mediocrità, la grettezza di Giovanni che non solo cambia il prorio pelo proletario, ma vuole cambiare addirittura pelle e identità. Nello Scialo Firenze è, per dirla con parole di Marino Biondi, un "lupanare a cielo aperto".
E dunque: altro che Firenze immutabile, come qualcuno ha rimproverato a Pratolini. Come se Pratolini avesse scritto solo Le ragazze di San Frediano. Le quali Ragazze, se un valore hanno, ce l'hanno proprio perchè sono calco e parodia di tanta letteratura che si è fatta su Firenze.
E tuttavia è vero: esiste una Firenze di Pratolini. Se ne potrebbe persino ricostruire la mappa topografica, anche se poi, a camminarci per le strade, adesso, si rischierebbe di non riconoscerla. Esiste come luogo del cuore da cui non si può evadere, almeno nella scrittura; esiste come un debito da onorare e pagare sino all'ultima lira, come un amore che ci può deludere e tradire ma che noi abbiano il dovere di non deludere, di non tradire; un rapporto da riallacciare ogni volta a partire da ciò che più ad essa ci lega: la lingua, che è la lingua della madre, la lingua imparata sul tappeto verde di via dei Magazzini, sulle lapidi incastonate nei palazzi, da portare appresso come un'eredità anche a Napoli o a Roma o altrove.
Esiste una Firenze di Pratolini, infatti, mentre non esiste, nonostante Il mio cuore a Ponte Milvio, nonostante vi abbia passato mezzo secolo della propria esistenza, una Roma di Pratolini. Roma compare nell'ultima parte di Allegoria e Derisione, ma come metafora del disorientamento e del caos, come luogo dello sradicamento dell'intellettuale che, nella prima parte del libro, era andatp proprio alla ricerca delle radici, rimanendone irretito e soconfitto. In Allegoria e Derisione Firenze è appunto il luogo dell'investigazione e della ricerca, necessaria al lucido esame di coscienza che il protagonista si propone, il luogo in cui confluiscono passato e presente, in cui si è vissuto e peccato e espiato ogni vera o presunta colpa, il luogo in cui la memoria si fa realtà e la realtà è pront a farsi una nuova e mai pacificata memoria, il luogo in cui non si capisce più, proprio mentre più si vuol capire, la differenza tra la letteratura e la vita, la vita e la letteratura, e si prende atto che la lettratura non basta ne a creare nè a ricercare la vita (così come in Cronaca famialiare, la letteratura non basta nè a far rivivere il fratello nè a placare i propri sensi di colpa: vale più il barattolo di marmellata d'arancia finalmente trovato nell'ultima pagina del libro).
Firenze è dunque, nell'iltimo romanzo della trilogia, il luogo della sofferenza e della solitudine, laddove in Metello e nello Scialo, nel bene e nel male, era stato il luogo della convivenza e della solidarietà. Ma Allegorie e Derisione va oltre Firenze e oltre Roma per scoprire che ovunque, nell'Azerbaijan o nella Terra del Fuoco, l'importante è cercare di capire e capirsi - e non ci si riesce mai, va oltre per poi tornare di nuovo al punto di partenza, a quello che Bruno nella Costanza della ragione chiama l'orto di casa e che qui Valerio, con molta più vita e molte più amarezze alle spalle, chiama la fossa biologica: sicchè sempre lì si torna, perchè solo da lì si può sperare di ricomimciare da capo.
E' per questo che Pratolini non ha mai abbandonato, nella pratica letteraria, Firenze. Lo ha fatto una sola volta, in Un eroe del nostro tempo, ma si è dovuto inventare una città senza nome e senza volto. E ci ha provato altri volte, ma per accorgersi che non gli era possibile farlo, per cuo negli anni Cinquanta fallisce il progetto del romanzo napoletano (su cui ha acutamente investigato Alessandro Parronchi) e alla fine - alla fine di tutto: alla fine della scritttura, alla fine della vita - fallisce il progetto del romanzo che avrebbe dovuto dilatare a tetralogia la trilogia di Una storia italiana: quella Malattia infantile che nelle intenzioni di Vasco si sarebbe dovuta svolgere per tre quarti tra Roma e New York, dopo un prologo in Spagna, in piena guerra di Spagna. Ma Malattia infantile è anche il romanzo che avrebbe dovutyo portare la storia agli anni Settanta, alle Brigate Rosse all'assassinio di MOro, coincidendo finalmente il tempo della narrazione con quello della scrittura (la grande illusione di Pratolini!), e a quel romanzo che Vasco non ha rinunciato. Lo ha scritto ne Il mannello di atascia, su cui ha speso tutte le sue ultime energie.
Perchè Il mannello di Natascia, pèur non essenmdo un romanzo, va letto come un romanzo ed è, nella lingua, il romanzo più "fiorentino" che Pratolini abbia scritto a ulteriore testimonianza di un vincolo che non è mai venuto meno. E può sembrare un paradosso, ma non lo è: il fatto, dico, che Pratolini si sia immerso nella lingue di Firenze più che in qualsiasi altra opera sua proprio nel libro cghe, viceversa, è il più lontano, nel suo esito finale, dalla "cronaca" della città. Ma è appunto questo che è importante sottolineare: questa doppia spinta, centripeta e centrifuga, che sempre - e sempre più nel tempo - caratterizza l'opera di Pratolini e il suo rapporto con Firenze.
Se così non fosse, se così non fosse stato, Pratolini sarebbe rimasto il memorialista della propria infanzia, dei propri affetti familiatri, il cantore della realtà semplice, generosa, spontanea del poopoloi fiorentino e dei suoi quartieri, lo scrittore delle amiche e dei poveri amanti. Invece Pratolini è stato molto più di questo perchè non si è mai limitato a guardare dentro il quartiere ma semore, da dentro il quartiere, ha guardato fuori; dal quartiere è partito per una navigazione ardua erischiosa attraverso il mare mosso della storia, esplorandone le cause e gli efetti, le pulsioni e le contraddizioni, le verità e le menzogne: perchè la storia non sempre si svolge con noi e per noi ma qualche volta, spesso, o sempore, anche senza di noi e contro di noi.
E' stata una grande scommessa che Pratolini ha vinto giocanto tutte le sue carte sino all'ultima, senza mai barare. Se aveva un debito con Firenze, la città che gli ha insegnato a leggere e a scrivere, lo ha pienamente saldato. Non solo Firenze, adesso, ma l'Italia, che i suoi artisti migliori li dimentica da vivi, figuriamoci da morti, ha adesso un debito con lui. Giornate come queste servono come parziale risarcimento siccome aiutano a non dimenticarne l'opera.
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