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Tra strage e integrazione dei sopravvissuti

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MEDITERRANEO

(TRA STRAGE E INTEGRAZIONE DEI SOPRAVVISSUTI)

Che il fenomeno migratorio, nel Mediterraneo, abbia raggiunto livelli di una vera e propria odissea, è sotto gli occhi di tutti: non soltanto dalle immagini, spesso strazianti, remote dei salvataggi dei migranti, ma anche nelle strade delle principali città delle nazioni con il maggior numero di sbarchi (Spagna, Italia e Grecia), dove i cittadini si accorgono “per riflesso” del numero degl’immigrati che s’allarga nella realtà in cui vivono.

Da qui nasce una situazione sociale che può definirsi di “allarmismo”, con conseguenti sentimenti di diffidenza, i quali possono portare, se degenerati, in veri e propri atti di razzismo. In fondo la situazione, almeno in Italia, dell’integrazione del migrante attraverso il suo più naturale mezzo, il lavoro, è quella che viene definita “economia dell’alterità”: esistono ampie disparità di tipo economico, sociale e politico, che incidono pesantemente sui livelli di occupazione non solo dei migranti, ma anche dei cittadini italiani. Questo tipo di economia è ben spiegata: i lavoratori stranieri sono impiegati proprio perché sono “diversi” rispetto ai lavoratori italiani e la loro forza lavoro non è finalizzata a competere con questi, ma piuttosto a svolgere quei lavori che gli Italiani non vogliono più fare, in posizioni subalterne. Secondo me bisognerebbe incentivare l’attivismo della societàche, in collaborazione con istituzioni locali e centri di accoglienza, svolge un ruolo chiave nel collegare il sistema che accoglie, appunto, il singolo e il mercato del lavoro attraverso iniziative che combinano azioni di sostegno all’imprenditorialità dei migranti, incontro tra domanda e offerta, formazione linguistica, formazione professionale, tirocini e tutoraggio sul posto di lavoro.

È necessario considerare l’integrazione dei migranti come un investimento nel futuro, con un approccio lungimirante, basato su un dibattito che tenga conto anche degli effetti positivi che l’immigrazione può apportare nel mercato del lavoro e volto a contrastare esplicitamente alcuni pregiudizi comuni esistenti. Infatti è stato dimostrato che un accesso rapido e senza restrizioni dei rifugiati nel mercato del lavoro e l’attivazione di misure di integrazione attiva, rafforzate nei primi mesi della loro permanenza in un Paese europeo, sono fondamentali per favorire le prospettive di integrazione a lungo termine, un’integrazione che conviene anche alle società di accoglienza.

Questa visione non cede quindi hai sentimenti negativi di cui parlavo prima, il cui capostipite è la paura, e tratta con lungimiranza e coesione sociale un tema così importante.

Adesso un po' di numeri: prendendo in considerazione l’intervallo di tempo 2000-2020, alcuni studi hanno fatto notare che fino al 2011 la media degli sbarchi in Italia si è mantenuta intorno ai 15000 l’anno; tra il 2013 e il 2017 la stessa s’innalza considerevolmente, superando ampiamente i 100000 sbarchi annui (dato significativo: in quest’arco di tempo oltre il 90% degli sbarcati è partito dalla Libia). Negli anni successivi si ha quindi una flessione, all’incirca come gli anni precedenti il 2011.

Traducendo politicamente questi dati, notiamo l’entità del calo durante il mandato del Ministro dell’Interno Marco Minniti, con sbarchi annuali calati di circa il 75%. Con il Ministro Matteo Salvini il calo è proseguito, anche se ad una velocità inferiore.

Ponendo l’attenzione sulla situazione della Libia, poiché è quella che più interessa il nostro Paese, notiamo che, tra il 1°gennaio 2019 e il 20 gennaio 2020, il numero dei migranti irregolari ch’è partito dalla Libia ogni giorno è sostanzialmente identico riguardo la presenza o meno delle ONG al largo delle coste libiche. Quest’ultima considerazione conferma che le ONG non sembrano avere nessun effetto sul numero di persone che partono per il Paese. Proseguendo il discorso su queste, da quando il Ministro dell’interno Matteo Salvini ha dichiarato i porti italiani chiusi nel 2018, è cominciato un periodo di “crisi in mare”: alle imbarcazioni che avevano soccorso i migranti nel Mediterraneo centrale, Italia e Malta hanno smesso di assegnare rapidamente un porto sicuro di sbarco nel loro territorio, cominciando a temporeggiare e cercando di ritardare l’ingresso in porto delle navi e lo sbarco delle persone.

Nel frattempo le operazioni di ricerca e soccorso (SAR) nel Mediterraneo sono cambiate. Da un periodo in cui le operazioni SAR erano condotte prevalentemente da assetti pubblici, si è passati, dal 2015, a un sempre più massiccio utilizzo di imbarcazioni private, operate nella maggioranza dei casi dalle ONG. Accanto a questo cambiamento si sono moltiplicate le inchieste giudiziarie proprio contro le ONG.

Questo comportamento, per me, delinea proprio la falsariga di cui parlavo ad inizio articolo, che, qui, prende come pretesto la sicurezza nazionale, dando vita a quell’allarmismo che sta crescendo sempre più. Il modo d’agire dei Ministri che si sono succeduti è palese: “per colpa” di un’ideologia spesso criticabile – e mascherando le proprie azioni sotto questa -, stanno calpestando i diritti inviolabili dell’Uomo, nonché quelli di accoglienza, misericordia, vita. E, purtroppo, le persone particolarmente colpite sono proprio quelle che scappano da una realtà di miseria e sofferenza, credendo l’Europa come fine delle proprie vicissitudini.

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